Motta live, il fermo immagine di una bella generazione

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La cover di Vivere o morire, il nuovo album di Motta

La cover di Vivere o morire, l’ultimo album di Motta

Assistere a un concerto di Motta significa vivere un’esperienza intima e collettiva, è una solitudine che ne abbraccia altre e, tutte insieme, diventano la voce di una generazione, quella che scavalca i vent’anni e si ritrova, a piedi nudi, sul terreno dei trenta. Significa partecipare, in prima persona, a un evento che ne contiene tanti, che sintetizza le verità di Motta in una serie di racconti lucidi e intensi. Significa, in definitiva, conoscere compiutamente un cantautore che sa farsi portavoce di un sentire comune.

Quello di Motta è un canto generazionale che non ha la pretesa di esserlo e forse, proprio per questo motivo, funziona. Èdiretto, sofferto, consapevole, potente, perché tocca corde intime e latenti, non perché sia sensazionalistico. Non è garbato, non è sottile, non suscita sensazioni miti, è trascinante, perché il modo in cui Motta utilizza le parole è peculiare, mai casuale, mai accomodante.


La sua scrittura realizza in buona parte il suo talento, ma a completarlo c’è la sua naturale predisposizione al palcoscenico. Il lato intimista del cantautore, quindi, incontra il piglio rock del performer.


La sua scrittura realizza in buona parte il suo talento, ma a completarlo c’è la sua naturale predisposizione al palcoscenico. Il lato intimista del cantautore, quindi, incontra il piglio rock del performer. Il risultato è un concerto che non limita un aspetto a favore dell’altro, ma ne offre, al contrario, una visione completa ed esplicativa. Le canzoni di Motta risultano vincenti dal confronto con il palco, proprio perché il live assume tutte le forme che i brani richiedono, quindi – a momenti acustici ed essenziali – se ne alternano altri in cui il suono si fa rock, sporco, duro.

Ad aprire il live è Ed è quasi come essere felice, con un lungo incipit strumentale. Il secondo brano in scaletta, tuttavia, dà il vero avvio al concerto: si tratta de La fine dei vent’anni, il documento di riconoscimento di Motta, il racconto di quello che è stato ed è, un giovane uomo che canta la fine anagrafica di un’età e l’inizio di un’altra. È un ponte da attraversare inevitabilmente e, per questo, sceglie di farlo in piena coscienza. La risposta del pubblico è immediata, del resto La fine dei vent’anni è il pezzo che ha sancito l’alleanza tra Motta e la sua gente, l’accordo è di riconoscersi senza fatica, ma anche senza fretta, di fronte a quelle parole che custodiscono consapevolezze necessarie, timide malinconie e puntuali manifestazioni di eventi passati.

Motta in una foto di Claudia Pajewski

Motta in una foto di Claudia Pajewski

Segue Quello che siamo diventati, che fa alzare le braccia e la voce. Non è un inizio tenue, quello del Vivere o morire Tour, ma prorompente, carico, intenso. Per questo, Vivere o morire, che arriva subito dopo, è una battuta d’arresto fondamentale, Motta sfoglia alcuni ricordi del suo passato a fatica: «Ho impiegato trentuno anni per scrivere questo pezzo», ci ha detto. Durante il refrain, si alza un coro di voci composto, attento ad aver cura di un brano che è un tassello essenziale del suo nuovo disco, non soltanto perché ne dà il titolo: “Giovani la sera, giovani nei suoni / Per poi vantarsi di avere due capelli bianchi / Non riesco a ricordare i nomi / Di chi mi abbraccia per fare finta di aiutarmi” è la risposta a “La fine dei vent’anni / È un po’ come essere in ritardo / Non devi sbagliare strada / Non farti del male / E trovare parcheggio”. La tensione de La fine dei vent’anni lascia spazio a un atteggiamento risoluto, in parte risolto, che ha imparato a fare – del passato – un importante monito per il presente e il futuro.

Poi tocca a La prima volta, Chissà dove sarai e Per amore e basta, tre storie che appartengono a Vivere o morire. Con Prima o poi ci passerà, Motta torna al suo primo album e la risposta del pubblico non si fa attendere. Ma è Del tempo che passa la felicità a segnare uno dei picchi più alti, per intensità e potenza, dell’intero concerto: nessuno riesce più a trattenere la voce, a stare fermo, a resistere al grido di “Sarebbe bello finire così / Lasciare tutto e godersi l’inganno / Ogni volta / La magia della noia / Del tempo che passa la felicità”.


È il turno di Sei bella davvero e Motta ne approfitta per ringraziare Riccardo Sinigallia, produttore del suo primo album, «Io questo brano non volevo nemmeno inserirlo nel disco», ci ha raccontato, «ma Riccardo mi ha detto che non mi avrebbe prodotto il CD se non l’avessi messo, non finirò mai di ringraziarlo».


È il momento di E poi ci pensi un po’, che anticipa Prenditi quello che vuoi. Con Roma stasera, il ritmo si fa incalzante, le percussioni prendono il sopravvento e le mani battono a tempo. A Se continuiamo a correre segue Abbiamo vinto un’altra guerra. È il turno di Sei bella davvero e Motta ne approfitta per ringraziare Riccardo Sinigallia, produttore del suo primo album, «Io questo brano non volevo nemmeno inserirlo nel disco», ci ha raccontato, «ma Riccardo mi ha detto che non mi avrebbe prodotto il CD se non l’avessi messo, non finirò mai di ringraziarlo».

Siamo quasi alla fine, tocca a La nostra ultima canzone, che non ha certo bisogno di presentazioni. Non è il caso di Fango, invece, pezzo conosciuto solo dai più fedeli, in quanto inciso da Motta prima di intraprendere la carriera solista, quando faceva ancora parte della band Criminal Jokers. Al brano viene riservato un posto d’onore, a chiusura del concerto. Il pubblico lo accoglie con entusiasmo, Motta ringrazia e saluta. Ma sappiamo che non è finita, manca un tassello fondamentale.

Le luci si spengono per pochi attimi soltanto, il pubblico chiede a gran voce il suo ritorno sul palcoscenico, che non si fa attendere a lungo. Bastano poche note per capire che a chiudere lo spettacolo sarà Mi parli di te, un brano quasi spoglio, essenziale, che mette in scena i sentimenti più intimi di Motta. È un finale commosso, ma nient’affatto sottotono: si leva un lungo applauso, che lo accompagna fuori dal palco e continua fino a quando si riaccendono le luci.

La prima data del Vivere o morire Tour finisce così, con gli occhi incollati, le fronti sudate e il cuore in subbuglio, perché è uno spettacolo imponente, ma senza alcun effetto speciale, sia chiaro. È un live asciutto, diretto, carico, la tensione resta sempre alta, non concede attimi di distrazione.

Motta non è un fenomeno, anche se, oggigiorno, è più semplice fare, di un artista, un prodotto a tempo determinato: in questo modo è più semplice e indolore gestire un talento e renderlo spendibile sul mercato. Ma Motta ha tutte le carte in regola per durare nel tempo, è un puro, la sua scrittura è lo specchio fedele di un cantautore che lotta contro il pressappochismo e la mediocrità. Il modo in cui abita il palcoscenico, inoltre, è quello di uno che ha scelto, consapevolmente e responsabilmente, di non dare alternative al proprio talento. E ha fatto bene.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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