La musica è un fast food: ma ti piace davvero quello che canti?

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Giusy Ferreri in una foto di Daniele Barraco

Giusy Ferreri in una foto di Daniele Barraco

È una domanda che, ammetto, ormai sempre più spesso vorrei fare agli interpreti (ma soprattutto alle interpreti, che hanno fatto la storia del pop nostrano) della canzone italiana. Lecita, visti i tempi che corrono (e non lasciano traccia, aggiungo), ma insolita, visto che è consuetudine pensare che un artista esprima se stesso attraverso la musica che propone. Ma i tempi, l’ho detto, sono cambiati e comprendere quello che dico, senza contestualizzarlo, ne offre un quadro monco e impreciso.

È bene ribadire, dunque, che la discografia si è irrimediabilmente trasformata; si è parlato a lungo – spesso in maniera del tutto sommaria – di crisi, ma siamo ormai nella fase successiva: adesso viviamo gli esiti di un mutamento che, per una serie di fattori (l’avvento del digitale, su tutti), ha modificato radicalmente il modo di fare musica, di fruirne, quindi di venderla. Le cifre degli album legalmente venduti sono decisamente irrisorie; il disco, inteso come oggetto fisico, è ormai obsoleto. L’unica speranza di venderne qualcuno è rappresentata dagli instore tour, vale a dire brevi tour nei negozi di dischi, durante i quali il pubblico incontra il proprio beniamino e, in cambio di una foto e di un autografo, compra il suo album: è una sorta di scambio equo, un accordo tacito, un do ut des che fa gola ad ambo le parti.


 

È sempre più raro che il pubblico, la totalità del pubblico e non una porzione, si affezioni a un artista, che ne riconosca le peculiarità: al pubblico viene proposta una canzone. Un pezzo qualunque, non importa se sia rimpiazzabile.


Gli unici spiragli rimasti sono i download e lo streaming, quindi la vendita sulle piattaforme digitali e l’ascolto su Spotify. Quindi, nell’era della velocità, in cui un click dal proprio smarphone riesce a soppiantare persino l’enorme potere delle radio (che restano mezzi assai influenti, ma non più gli unici), è necessario focalizzare l’attenzione su un singolo brano, che deve essere immediato, accattivante, quindi fruibile. Bisogna abbagliare l’utente, intrappolarlo al primo ascolto.

È sempre più raro che il pubblico, la totalità del pubblico e non una porzione, si affezioni a un artista, che ne riconosca le peculiarità. Per quanto paradossale possa sembrare, oggi è più semplice intuire il potenziale di un cantante, piuttosto che conoscerne realmente la personalità. E questo avviene (anche) perché ciò che viene proposto alla gente non è più una personalità, appunto. Non è nulla di peculiare, di irripetibile, di necessario. Siamo andati ben oltre: al pubblico viene proposta una canzone. Un pezzo qualunque, non importa se sia rimpiazzabile, ciò che conta è che sazi i palati meno pretenziosi e che conquisti, per sfinimento, persino quelli più restii.

In foto, Patty Pravo nel 1970

In foto, Patty Pravo nel 1970

La musica è diventata un fast food: quello che importa agli addetti ai lavori è assicurarsi il consumo immediato del proprio prodotto. Del resto, costa poco, non implica in alcun modo la conoscenza dell’artista che lo canta, è immediato, trascinante, di tendenza. Ha le ore contate, è vero, ma – di fatto – non ha nemmeno la pretesa di durare nel tempo. Quello che, invece, auspicano le artiste è di restare a galla, di figurare in qualche classifica, di sopravvivere in una realtà discografica che potrebbe sostituirle da un momento all’altro, senza subirne gli effetti.

L’era delle grandi interpreti sembra giunta al tramonto perché quello che molte propongono oggi è intercambiabile, crea omologazione e spersonalizzazione. Manca la volontà di rischiare e il pubblico, conseguentemente, è disabituato al rischio. Peggio ancora, è disabituato a individuare l’unicità, la diversità, la specificità di una artista. Com’è possibile (ri)conoscere la personalità di un’interprete se quello che canta è soltanto il prodotto di un’epoca che impone la velocità?

In foto, Annalisa durante lo shooting per la copertina di Bye Bye, il suo nuovo album

In foto, Annalisa durante lo shooting per la copertina di Bye Bye, il suo nuovo album

Forse un’avvisaglia di verità è rimasta nei dischi, che tuttavia andrebbero ascoltati nella loro interezza (questo è il caso di Giusy Ferreri, di cui parlerò tra non molto). Ma se il pubblico non ha la pazienza e la volontà di andare oltre il tormentone, che dice molto poco sull’artista che lo interpreta, ma tanto sul periodo che viviamo, il rischio è che quell’artista resti soltanto l’esecutrice di una hit di tendenza, che avrebbe potuto cantare chiunque altro e ottenere gli stessi, identici risultati.

Ma veniamo a Giusy Ferreri, a cui facevo cenno poco fa. Con buona pace di qualche detrattore, che evidentemente ne conosce soltanto il risvolto pop commerciale, la Ferreri è un’autrice, un’interprete e una voce di spessore. E le mie parole trovano conferma in alcune sue produzioni, che non solo raccontano di un background imponente e un gusto raffinato, ma anche di una scrittura densa, intensa, a volte ostica, come la sua voce, ma per questo irripetibile, riconoscibile e necessaria.

Per conoscere compiutamente Giusy Ferreri, è fondamentale passare attraverso Il mio universo, pubblicato nel 2011, un album di arrangiamenti scuri, a volte cupi, tendenzialmente rock, in cui la sua natura si è rivelata ben più complessa di quanto avesse mostrato nel suo album d’esordio, Gaetana. E poi Fotografie, un disco di cover, per niente ruffiano: in questo caso Giusy ha dato la propria personale interpretazione di Paolo Benvegnù, Bruno Martino, Vinicio Capossela, Rino Gaetano e Luigi Tenco, tra gli altri. Quello che voglio dire è che Giusy Ferreri, che ha una personalità artistica ben definita e riconoscibile, in seguito ad un periodo non propriamente felice (la partecipazione al Festival di Sanremo 2014, dopo tre anni di silenzio, si è rivelata un flop) ha trovato la propria zona di comfort nei tormentoni. Ha iniziato per caso, nel 2015, con Roma-Bangkok, che ha avuto un successo straordinario quanto inatteso; nel 2017 è stata la volta di Partiti adesso; quest’estate, invece, toccherà a un nuovo pezzo, targato Takagi e Ketra.

A parte la voce di Giusy, che è inconfondibile e, nei brani-tormentone, persino appiccicosa, cosa c’è di lei nelle sue ultime produzioni di successo? Cosa raccontano della loro interprete? Cosa lasciano all’enorme fetta di pubblico che non conosce la sua storia artistica?

Il mio intento non è quello di demonizzare i tormentoni, la leggerezza esiste da sempre, quello che mi rattrista è notare come un compromesso possa diventare una realtà imprescindibile. Io non credo affatto che Giusy apprezzi quello che canta, men che meno quello che di lei, attualmente, interessa al pubblico. È lecito, dunque, chiederselo: il gioco vale la candela? Esistere in una forma che doveva (dovrebbe ancora?) essere soltanto un espediente per richiamare a sé l’attenzione del pubblico, vale ancora la pena?

La Ferreri, sia chiaro, è soltanto uno dei tanti nomi che potrei fare. Basti pensare a Baby K, rapper cresciuta in Inghilterra, formatasi alla Harrow School of Young Musicians di Londra, con un’imponente esperienza live in giro per l’Europa, ma ridotta a improvvisarsi produttrice seriale di tormentoni per restare a galla. Non è da meno Annalisa, che ha deciso di svecchiarsi per rendersi appetibile al pubblico dei più giovani. Ci hanno provato Bianca Atzei e Noemi, la prima con Abbracciami perdonami gli sbagli e Fire on ice, la seconda con Autunno. Nessuna delle due, tuttavia, ha ottenuto il favore del pubblico. L’ultimo caso, in ordine cronologico, è quello di Elodie, che – soli pochi giorni fa – è tornata con Nero Bali, che si candida a essere il tormentone dell’estate 2018. E, di fatto, ha tutte le carte in regola per riuscirci. Manca soltanto la sua personalità, ridotta qui ai minimi termini, e la sua impronta vocale, che esiste, l’ha dimostrato, ma in questo caso non è pervenuta. Se Nero Bali la cantasse un’altra interprete, sentiremmo la mancanza di Elodie? Non credo proprio.

Spesso sento dire «Non ci sono più le interpreti di una volta», che è una affermazione piuttosto sbrigativa. Ha un fondo di verità, sia chiaro, ma non basta. In questo appiattimento di gusto, quindi di proposte, non c’è un colpevole soltanto. Certamente, la discografia, ormai in ginocchio, che fa leva sulla distrazione del pubblico per rifilargli un prodotto di facile consumo, è colpevole. Ma non sono da meno i fruitori, che non sono altro che ascoltatori passivi e inconsapevoli di essere artefici dell’appiattimento che denunciano.

Cosa resterà di questi brani “usa e getta”? Ben poco, forse solo un disco di platino per sopravvivere a un’altra annata.

Cosa resterà delle nostre interpreti? Quasi nulla.

Quindi il gioco vale davvero la candela?

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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