Fuori da Hollywood: tre film non americani da vedere assolutamente

0
L'America monopolizza il mercato cinematografico, ma al di là dei film anglo-americani c’è una panorama vastissimo da vedere e gustare.

L’America monopolizza il mercato cinematografico, ma al di là dei film anglo-americani c’è una panorama vastissimo da vedere e gustare.

Si sa, ormai, che l’America monopolizza il mercato cinematografico producendo opere di grande valore, narrativo e  visivo e con un significante denso di simboli e significati, che spesso celano messaggi di profonda sensibilità.

Tuttavia esistono, nel Mondo, una miriade di piccole perle che restano inascoltate, perle che non vanno a riempire il cuore e gli occhi dello spettatore più attento, semplicemente perché sottratte dal mercato cinematografico a causa delle dure leggi che lo attanagliano e che favoriscono, in maniera decisiva e preponderante, le grandi produzioni hollywoodiane.

Al di là del cinema anglo-americano c’è una panorama vastissimo di film da vedere e gustare. Film prodotti in Paesi che, a volte, allo spettatore maggiormente abituato al clima, ai dialoghi e alle riprese tipicamente americani, possono apparire particolari, quasi difficili da digerire, per una serie di caratteristiche e di leitmotiv che potrebbero, a una prima impressione, sembrare lontani anni luce dalla propria cultura ma che, in realtà, dimostrano quanto siano labili i confini tra diversi Paesi e diverse etnie e quanto sia facile riconoscersi nell’altro essere umano, lontano solo fisicamente ma vicino a livello emotivo e mentale. D’altronde è questo che fa il cinema, racconta, unisce, permette l’identificazione attraverso una storia.

Ho scelto di parlare di tre film, tutti di diversi Paesi e tutti di grande importanza per me.

Hope (So-Won, Joon-ik Lee, 2013, Corea del Sud)

Lee Re e Sol Kyung-gu in Hope (So-Won, Joon-ik Lee, 2013, Corea del Sud)

Lee Re e Sol Kyung-gu in Hope (So-Won, Joon-ik Lee, 2013, Corea del Sud)

Devo, in verità, il merito della mia conoscenza attuale del cinema coreano al Giffoni Film Festival. Quando ero in giuria spesso sono stati proposti film asiatici e in particolare provenienti proprio dalla Corea. Il cinema coreano, in effetti, si sta sempre di più affermando sul panorama internazionale, coinvolgendo anche fruitori occidentali, sbancando nei festival e venendo proposti anche nei cinema, cosa, fino a qualche anno fa, rarissima.

Il cinema coreano ha la bellezza della perfezione, tipicamente asiatica. Le riprese sono pulite, raffinate, prive di sbavature. Le tematiche affrontate sono le più disparate ma a tenere la scena in maniera più forte e convincente sono sicuramente: il vuoto, la solitudine, la mancanza di una famiglia unita e la ricerca di tale legame e la violenza. La violenza di questo cinema è del tutto particolare, una violenza mai vista nei film occidentali, non fine a se stessa e proprio per questo disturbante. Si tratta di qualcosa che va oltre la sofferenza fisica, aspetto visibilissimo nel film di cui ho scelto di parlare: Hope.

So-won è una bambina dolce e tranquilla. Vive in una famiglia apparentemente felice e unita ma in realtà attraversata da lacerazioni e difficoltà, un giorno mentre sta andando a scuola viene fermata da un uomo ubriaco che la violenta e la deturpa, lasciandola parzialmente disabile. Tratto da una storia di cronaca, fatto dunque realmente accaduto, da questo episodio si dipana il filo degli avvenimenti, un filo che vede un ripiegamento tutto interiore dei protagonisti. Ripiegamento della bambina, segnata dall’evento, attraversata da un senso di colpa del tutto ingiustificato e strappata brutalmente alla sua quotidianità, compreso il rapporto con il padre che sarà terribilmente trasformato dalla paura generata nella bambina da quel mostro. Ripiegamento della madre, che vedrà crollare le proprie certezze, sopraffatte dal dolore. Ripiegamento del padre, che si vedrà portar via la figlia e proprio nel momento più duro si renderà conto del legame che li teneva uniti. Proprio questo filo tesserà nuovamente la trama della loro famiglia, riunendoli in una nuova dimensione affettiva, simboleggiata dalla nascita del fratellino di So-Won.

Il cinema coreano è in grado di raccontare storie struggenti in modo impeccabile, incidendo profondamente lo spettatore, cambiando spesso le prospettive e le visioni. È in grado di raccontare storie di violenza e di sofferenza turbando ma anche inducendo alla comprensione. Tutto questo attraverso colori limpidi, immagini perfette che racchiudono in sé il senso stesso della narrazione, come quella in cui So-Won nella leggerezza tipica di una mattina piovosa va incontro alla durezza e alla pesantezza della vita, allegra con il suo ombrello giallo che spicca contro il grigiore tetro del Mondo che la circonda.

Caramel (Sukkar banat, Nadine Labaki, 2007, Libano)

Immagine tratta da Caramel (Sukkar banat, Nadine Labaki, 2007, Libano)

Immagine tratta da Caramel (Sukkar banat, Nadine Labaki, 2007, Libano)

Caramel, come recita il titolo, è una commedia agrodolce, come il sapore del caramello che le protagoniste usano per la depilazione nel loro salone di bellezza; come il sapore che, come anch’esse scopriranno, è tipico della vita.

Le protagoniste sono cinque donneBeirut fa da sfondo alle loro vicende sentimentali e di vita. Restano in disparte, emergendo soltanto velatamente, i problemi politici e sociali del Libano dell’epoca. La regista si concentra solo ed esclusivamente sull’interiorità delle cinque protagoniste, cinque splendide donne che vivono le loro passioni e i loro turbamenti, esattamente come quelle di ogni altra parte del mondo.

Layale ha una storia con un uomo sposato e non riesce a rinunciarvi, accecata da questa vita sbagliata, che la strappa alla possibilità di un matrimonio e di un amore felice, senza riuscire a vedere che ciò che la circonda nasconde per lei qualcosa di sorprendente e più soddisfacente.

Nisrine è costretta a fare i conti con i valori tipici dell’uomo che sta per sposare, di religione mussulmana, che non approverebbe mai il fatto che ormai lei non sia più vergine.

Rima capisce qualcosa di se stessa che la atterrisce ma che al tempo stesso la riempie e la rinvigorisce e a farglielo scoprire sarà una donna stupenda, che con il suo taglio di capelli simboleggerà, alla fine, la recisione con il passato e l’aria di novità e di cambiamento, che sempre soffia nella vita, conferendole proprio il suo tipico sapore agrodolce.

Jamale vede scorrere il tempo tra le sue dita e le lancette dell’orologio correre veloci e non sa come fermare questa corsa a precipizio contro il tempo.

Rose ha vissuto una vita intera a occuparsi della sorella, malata da sempre, e non ha mai realmente sentito la vita. Soltanto in modo incidentale frequenta il salone, non per farsi bella ma per rammendare e ricucire i grembiuli.

Cinque donne, cinque destini ma un unica consapevole conclusione: l’amore, che sia nei confronti di un uomo, di una donna, di un amico o di un familiare, è l’asse portante di un’esistenza in cui gioia e tristezza si alternano e coesistono in una danza senza fine.

Mr. Nobody (Jaco Van Dormael, 2009, Belgio)

Jared Leto in Mr. Nobody (Jaco Van Dormael, 2009)

Jared Leto in Mr. Nobody (Jaco Van Dormael, 2009)

L’opera visionaria di Jaco Van Dormael si apre come un film di genere fantascientifico, che sembra voler narrare la storia dell’ultimo umano mortale rimasto sulla Terra, il quale alla veneranda età di 117 anni sta per abbandonarla definitivamente. In realtà non è solo e semplicemente questo: il regista scava un solco profondissimo, andando ben al di là della fantascienza e costruendo l’architettura e la struttura indistruttibile di un film che assume le sembianze di una riflessione esistenziale sul tempo e sulla “possibilità”.

La possibilità è il leitmotiv dell’intero film, il protagonista è Nemo Nobody, quale nome sarebbe stato più significativo? Il protagonista è, in altri termini, il Signor Nessuno. Nemo non è nessuno perché potrebbe essere chiunque e potrebbe fare qualsiasi scelta. Mentre racconta la sua storia, alla soglia della morte, cambia continuamente versione, è confuso, tanto da spingere il giornalista a interrogarlo su quale sia la vera versione. Ed ecco che emerge chiaro e limpido il senso stesso della pellicola: tutte le storie sono possibili finché non c’è stata una scelta.

In realtà tutto il film, tutta la storia, è solo la costruzione mentale di un bambino che si trova dinanzi alla scelta più difficile e complessa di tutte: di fronte al divorzio dei genitori andare con il padre o con la madre?

Vediamo allora Nemo farle entrambe, queste scelte, vivere la possibile vita con il padre e la possibile vita con la madre. Ma Nemo in realtà non è una personalità definita e individuale, Nemo potrebbe essere chiunque:  questo il regista lo fa emergere chiaramente dalle domande universali che il bambino porge alla madre, domande proprio dell’essere umano in quanto tale e non di uno specifico individuo. Nemo nella vita potrebbe aver vissuto tre diverse storie d’amore, la cui natura e il cui andamento è definito in maniera magistrale dalla scelta di riproporre per l’abbigliamento e la scenografia sempre gli stessi colori: il rosso di Anna, il blu di Elise e il giallo di Jeanne. La passione, la tristezza e la gioia di tre possibili esistenze, di tre possibili percorsi che la vita avrebbe potuto prendere dinanzi a determinate scelte.

Ma se Heidegger sottolineava l’importanza della Scelta per appropriarsi di sé e dare così l’impronta fondamentale alla propria vita, quanto incidono questa scelta e il nostro libero arbitrio, in maniera reale e fondamentale, sul nostro destino? Quanto è dato dalla scelta e quanto dal corso che gli avvenimenti decidono di prendere da soli? Questa è la domanda fondamentale che si pone il regista, che non racconta una storia, ma racconta la molteplicità delle possibilità che possono esserci a partire da una singola scelta.

Dunque ogni storia raccontata sarebbe potuta succedere, tutto dipende dalla Scelta.

L’acqua è un elemento fondamentale e continuamente ricorrente: acqua come simbolo, in tal caso, di potenza e forza e di capacità di adattamento. Questo perché Nemo potrebbe prendere qualsiasi scelta e adattarsi a qualsiasi situazione che ne consegua, questo perché Nemo non è nessuno ma, in realtà, è ogni persona sulla faccia della Terra.

About author

Marianna L. di Lucia

Marianna L. di Lucia

20, lettrice accanita, amante del cinema, aspirante giornalista, studentessa di lettere, innamorata delle parole.

No comments

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi