A Toys Orchestra: «Non chiamateci band matura»

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In foto, Enzo Moretto degli A Toys Orchestra al BOtanique Festival © partedeldiscorso.it / Giulia Perna

In foto, Enzo Moretto degli A Toys Orchestra al BOtanique Festival © partedeldiscorso.it / Giulia Perna

Gli A Toys Orchestra sono: Enzo Moretto, Ilaria D’Angelis, Raffaele Benevento, Julian Barrett e Andrea Perillo. Li ho incontrati in occasione del BOtanique Festival, proprio a Bologna, città dove hanno appena comprato casa e scelto di vivere.

Arrivano da Agropoli, cittadina che li ha visti crescere e intraprendere il loro percorso. Nel 2001 pubblicano il primo album e da allora ne hanno fatta di strada. Lo scorso aprile è uscito il loro ultimo lavoro musicale, dal titolo Lub Dub, dopo quattro lunghi anni di silenzio. «Non chiamateci band matura» mi ha detto Enzo, frontman della band.

Iniziamo l’intervista parlando di luoghi. Voi venite da Agropoli, città in provincia di Salerno. Quanto c’è di questo posto nei testi delle vostre canzoni?

Agropoli è il posto in cui tutto è nato, il nostro progetto, la band, la musica che ci piace fare. Poi abbiamo viaggiato tanto e la mancanza di casa nostra si è fatta sentire. Inevitabilmente è il nostro posto del cuore.

Tornate sulla scena musicale dopo quattro lunghi anni. Si parla spesso di “sindrome del maratoneta”, tutti a fare questa continua corsa, chissà verso cosa poi. Voi cosa avete fatto durante questo periodo di silenzio?

In realtà questi quattro anni sono volati. Un po’ per problemi personali, ma questa è la parte negativa che è stata superata. La parte positiva invece, è stato il tour con Nada che ci ha visti protagonisti di tantissime date. Ne siamo stati molto entusiasti.

In foto, Ilaria D'Angelis degli A Toys Orchestra al BOtanique Festival © partedeldiscorso.it / Giulia Perna

In foto, Ilaria D’Angelis degli A Toys Orchestra al BOtanique Festival © partedeldiscorso.it / Giulia Perna

Dal primo album nel 2001 all’ultimo uscito nel 2018. Che evoluzione ha compiuto il vostro modo di fare musica?

La curiosità è rimasta la stessa. E anche il modo di concepire la musica che facciamo. Sicuramente abbiamo fatto molte esperienze e quindi siamo cresciuti sia umanamente che artisticamente parlando. Ma non chiamateci band matura, vi prego.

I need more than I need, così recita la prima canzone di Lub Dub. A quale bisogno vi riferite?

Una canzone malinconica, questo è innegabile. Però io in questa malinconia ci vedo anche quella spinta a migliorarsi. Ci riferiamo al bisogno di non accontentarsi mai, di pretendere sempre di più da se stessi. Un po’ come noi che non ci siamo mai fermati, che non ci siamo mai sentiti arrivati ma abbiamo sempre ambito a fare di più di quello che eravamo riusciti a fare nei dischi precedenti.

Che idea avete della musica in Italia e vi piacerebbe fare musica anche all’estero?

Non mi sento di dare un giudizio alla musica, né in positivo, né in negativo. Ognuno ascolta quello in cui si riconosce e io mi sento di rispettare ogni gusto musicale. Osservo da fuori e mi limito a pensare a cosa posso fare per migliorare in ciò che faccio con la mia band.

Mi piace molto la storia che si anima dietro le canzoni. Anche se è pur vero che spesso le storie nascono nell’immaginazione di chi le ascolta. Scegliete un brano dell’ultimo disco e raccontatemi di cosa parla.

Questo è esattamente il senso delle nostre canzoni, quello che vogliamo trasmettere a chi ci ascolta. Io scrivo i testi delle canzoni ma magari nella mia testa ho un’idea e poi chi l’ascolta scopre un significato nuovo, in base al proprio essere e al proprio sentire. Le canzoni non appartengono a chi le scrive. Una volta nate, appartengono a tutti coloro che si rispecchiano in quelle parole. Quindi, se dovessi parlarti di un brano, ti parlerei proprio di More than I need. Il video è stato scritto e diretto da Marco Missano, che ha immaginato la storia attribuendo un significato tutto suo che ci è piaciuto moltissimo.

Tra le date del tour c’è il palco del BOtanique Festival a Bologna, città che avete già incontrato durante il vostro cammino. Che legame avete con questo posto?

A Bologna abbiamo registrato il nostro secondo album Cuckoo Boohoo nel 2004 e dopo tanti anni siamo tornati qui a registrare anche il nostro ultimo album, uscito nel 2018. Abbiamo anche comprato casa e abbiamo scelto di vivere in questa città perché è piena di vita e di fermento culturale. Bologna è sempre stata la Mecca dell’indie.

Ora facciamo un gioco di “condivisione musicale”. Se dovessi regalare una canzone (non tua) a una persona molto importante per te, che brano sceglieresti?

Enzo: C’era una volta il west di Morricone, perché è una melodia completa.

Ilaria: God is in the house di Nick Cave e non credo ci siano motivazioni da dare.

Chiudiamo l’intervista parlando di un luogo, di un tramonto, di un cielo. Qual è il tuo posto nel mondo?

Faccio molta fatica a sentirmi a casa in un posto preciso. Per tanti anni Agropoli è stata la mia casa ma poi abbiamo girato così tanto che in ogni posto sentivo un po’ casa mia. Potrei dirti Bologna perchè ho appena comprato casa e ho il mutuo da pagare per 15 anni. Nessuna città è il mio posto nel mondo e tutte le città lo sono.

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Giulia Perna

Giulia Perna

Meglio conosciuta come Capa Riccia. Salernitana di nascita e bolognese per amore di questa città. Ha conseguito il titolo di Laurea specialistica in Comunicazione pubblica e d'impresa presso l'Università di Bologna. Si definisce "malinconica per vocazione". Da grande vorrebbe osservare le stelle. Crede nella forza delle parole, nella bellezza che spacca il cuore e nella gentilezza rivoluzionaria. Le piace andare ai concerti, mischiarsi tra la gente, sentire il profumo del mare e camminare sotto i portici.

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