Critica al binarismo: parliamo di intersessualità | #BeProud

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Dettaglio della scultura L'Ermafrodito dormiente, conservata a Parigi presso il museo del Louvre

Dettaglio della scultura L’Ermafrodito dormiente, conservata a Parigi presso il museo del Louvre

La comunità LGBT+ è divisa. Un po’ come il PD. Divisa da questioni radicali, naturalizzate ma non naturali, di cui spesso neppure gli attivisti interni al movimento dimostrano di avere una reale coscienza. Problemi che hanno a che fare con le basilari – che non uso come sinonimo di semplici, elementari – definizioni delle categorie di genere, sesso, sessualità, identità. Perché definisco queste questioni naturalizzate, ma non naturali? In fondo, non dovremmo avere dubbi sul dire cosa sia il sesso. O si nasce uomini, o si nasce donne ed è questo che determina la nostra identità: «il momento in cui un/a infante diventa umanizzato/a coincide con il momento in cui si risponde alla domanda “è un maschio o una femmina?”» (Butler, p. 158).

La questione non è in realtà così semplice. Per accorgersene, basta chiedersi: cos’è che determina il sesso? Molti risponderebbero genericamente facendo riferimento alle differenze anatomiche, qualcun altro alla genetica. E se questi fattori si presentassero in uno stesso individuo in maniera contrastante o ambigua, rispetto alle categorie da noi possedute di maschile e femminile?

Butler, Page e quegli stereotipi culturali che la biologia riproduce

In foto, la filosofa e teorica dei gender studies Judith Butler (da egs.edu)

In foto, la filosofa e teorica dei gender studies Judith Butler (da egs.edu)

Prima di (e per) rispondere a questa domanda, voglio raccontarvi brevemente di un esperimento, di cui potete leggere per esteso e nel dettaglio in Questioni di genere, di Judith Butler. La filosofa statunitense analizza uno studio condotto alla fine del 1987 da un gruppo di ricercatori e ricercatrici del MIT e, in particolare, dal dottor David Page, il quale avrebbe scoperto il cosiddetto gene “master”, responsabile della determinazione del sesso. Questo gene è stato denominato TDF, cioè testis-determining factory, letteralmente “fattore che determina lo sviluppo dei testicoli”.

I campioni di DNA analizzati dal team – al fine di verificare l’esistenza di un frammento dello stesso in grado di determinare il sesso maschile – sono stati estratti da un campione composto da persone con cromosomi XX definite clinicamente maschi e altri soggetti XY definiti clinicamente femmine. Queste ambiguità sarebbero state motivate, secondo l’ipotesi di Page e la sua squadra, da una traslocazione del frammento di DNA in questione, che spiegherebbe perché un individio XX maschio non abbia alcun cromosoma Y e, analogamente, la sua presenza in individui femminili.

La protagonista del film XXY (Lucía Puenzo, 2007), affetta da iperplasia surrenale congenita. Il titolo del film è stato contestato, dal momento in cui il profilo cromosomico "XXY" descrive una condizione diversa, la Sindrome di Klinefelter

La protagonista del film XXY (Lucía Puenzo, 2007), affetta da iperplasia surrenale congenita. Il titolo del film è stato contestato, dal momento in cui il profilo cromosomico “XXY” descrive una condizione diversa, la Sindrome di Klinefelter

Sorvoliamo in questa sede sulla questione della natura pregiudizievole delle ipotesi che l’esperimento si propone di verificare prima ancora che l’esistenza stessa del gene sia provata, finendo involontariamente – ma significativamente – per essere finalizzato a dimostrare che la determinazione del sesso coincide con quella del maschile e, di conseguenza, che il sesso femminile viene «concettualizzato in termini di assenza del fattore che accerta il maschile o della presenza passiva di tale fattore» (Butler, p. 154).

Ciò che appare interessante rispetto al tema qui trattato è che: (a) Page definisce preliminarmente i soggetti appartenenti al campione come maschi XX e femmine XY «a tutti gli effetti» a causa dei loro genitali esterni, quando è proprio la definizione di maschile e femminile a essere in questione, rendendo quindi l’esperimento stesso non necessario; (b) che «Page si pone il problema del modo in cui quell’“accensione binario” ha inizio, non se la descrizione dei corpi nei termini del binarismo del sesso sia adeguata al compito da porsi» (Butler, p. 155). In altre parole, Page conduce l’esperimento dando per scontato che: (a) il sesso dei soggetti sia già determinato dai loro genitali, al di là dell’incongruenza sul piano genetico e della produzione ormonale; (b) che la definizione del sesso dei soggetti debba essere ricondotta o al maschile o al femminile.


Il sesso, quale categoria che comprende una varietà di elementi, funzioni e dimensioni cromosomiche e ormonali, non opera più in un quadro di opposizione binaria che diamo per scontata.[Butler, p. 156]


Allora, cos’è che determina il sesso? Ecco, tenetevi forte, perché è venuto il momento di concludere che «il sesso, quale categoria che comprende una varietà di elementi, funzioni e dimensioni cromosomiche e ormonali, non opera più in un quadro di opposizione binaria che diamo per scontata» (Butler, p. 156).

Già immagino alcuni – magari il cui nome inizia con F e finisce con -ontana – battere i piedi e urlare a gran voce che quelli di cui ho appena parlato sono casi limite. In realtà, secondo la stessa equipe del biologo Page, «circa il 10% della popolazione presenta variazione cromosomiche che non rientrano nella categorizzazione dicotomica XX e XY» (Balocchi). Inoltre, in 1 nascita su 100 si presentano difformità rispetto al femminile e al maschile standardizzato (ISNA). Volendo però mettere da parte la percentuale di esempi accertati di intersessualità e spostando la riflessione su casi più rassicuranti, basterebbe riflettere sul fatto che tanto nell’uomo quanto nella donna vi è una produzione di ormoni sia estrogeni che androgeni, seppure in diverse quantità. Queste “quote ormonali”, però, non sono fisse; variano anzi sensibilmente da un individuo all’altro.

Tanto dovrebbe bastare a scardinare l’idea che esistano individui al 100% uomini o donne.

Oltre la filosofia: la vera storia di Herculine

In foto, la modella belga Hanne Gaby Odiele. Nel 2017 ha dichiarato di essere intersessuale. È affetta dalla sindrome da insensibilità agli androgeni (AIS), conosciuta come sindrome di Morris

In foto, la modella belga Hanne Gaby Odiele. Nel 2017 ha dichiarato di essere intersessuale. È affetta dalla sindrome da insensibilità agli androgeni (AIS), conosciuta come sindrome di Morris

Vi sembra che questo genere di riflessioni abbia poco o nulla a che fare con la vita “concreta”? Non è così. Un serio tentativo di modificare la percezione binaria dei sessi deve essere attuato, per il bene di persone che vivono la propria intersessualità con estremo dolore. Un esempio è la storia di Herculine Barbin, le cui memorie sono state raccolte da Michel Foucault ed edite in italiano da Einaudi.

Adélaïde Herculine Barbin, detta Alexina, è nata l’8 novembre 1838. Educata e riconosciuta fin dalla nascita come femmina, ella scoprirà crescendo non solo la propria attrazione esclusiva per le donne, ma anche di essere diversa da quelle che invece dovrebberlo esserle uguali. Niente paura: Herculine non è sessualmente dissidente, non osa trasgredire davvero la granitica eterosessualità normativa; ella non usurpa gli uomini delle loro prerogative, perché in realtà egli è, come loro, un uomo. O almeno, questa è la soluzione che forniscono le istituzioni ottocentesche a cui egli/ella si rivolge, la Chiesa e la medicina. Perché «la legge del divieto» (Butler, p. 142) impone un sesso univoco e coerente al desiderio eterosessuale, laddove invece potrebbe essere scoperta una molteplicità possibile. Infatti il corpo di Herculine (che da qui in poi chiameremo Camille, nome adottato dal soggetto narrante stesso per riferirsi a sé poiché è, in francese, sia maschile che femminile) non ha nulla di univoco: la sua è una «anatomia [che] non cade fuori dalle categorie del sesso, ma ne confonde e ridistribuisce gli elementi costitutivi» e «mette in dubbio la stessa distinzione tra scambio erotico eterosessuale e lesbico» (Butler, p. 143).

In foto, il filosofo e sociologo Michel Foucault

In foto, il filosofo e sociologo Michel Foucault

Come si legge nella nota introduttiva, tradotta da Brunella Schisa, «la vicenda di Camille trascende di troppo il fatto di cronaca e il caso clinico: la [sua] consapevolezza […] implica continue oscillazioni fra uno stato di immedicabile scoramento e l’orgogliosa affermazione della preminenza connessa a una duplice e perciò più ricca e privilegiata natura» (Barbin, p. XI). Il tentativo della scienza e della società della Francia positivistica di affrontare l’anatomia di Camille come patologica, quindi passibile di correzione, viene inizialmente accettato dall* stess*[1]. Quella «legge del divieto» di cui parla Butler è stata introiettata da Camille, convint* che la riassegnazione possa giustificare la sua attrazione sessuale per le donne e reinserirl* nella dogmatica cornice binaria. Finirà però per pagarne «il prezzo elevatissimo» col suicidio.

«Quel risultato inevitabile da me previsto, persino auspicato, adesso mi spaventa come un’enormità ripugnante» (Barbin, p. 67), arriva a scrivere. D’altra parte, come comportarsi? Come è possibile vivere una condizione che è socialmente considerata tanto improbabile da non avere neppure un nome, un posto nel linguaggio? Socialmente, ripeto; non naturalmente: Camille descrive infatti la sua esperienza come una «incessante lotta della natura contro la ragione [che] mi sfibra ogni giorno di più trascinandomi a grandi passi verso la tomba» (Barbin, p. 86).

Dettaglio di Giovane boemo, di Charles Landelle, 1872. Il dipinto, conservato a Nantes presso il Musée des Beaux-Arts, appare sulla copertina di Una strana confessione. Memorie di un ermafrodito presentate da Michel Foucault, di Herculine Barbin, edito da Einaudi

Dettaglio di Giovane boemo, di Charles Landelle, 1872. Il dipinto, conservato a Nantes presso il Musée des Beaux-Arts, appare sulla copertina di Una strana confessione. Memorie di un ermafrodito presentate da Michel Foucault, di Herculine Barbin, edito da Einaudi

Camille, nel vivere questi suoi «dolori senza nome» (Barbin, p. 72), approda a una percezione sempre più fluida della sua persona: avrebbe infatti voluto inserirsi nella società con una nuova identità maschile, ma la sua straordinaria biografia glielo ha impedito. Chi gli/le sta attorno non l* percepisce come un uomo, pur avendo creduto che il cambiamento di stato civile sarebbe bastato a permetterlo; ha, inoltre, evidenti difficoltà a trovare lavoro. Non riuscendo a significarsi negli sguardi altrui e moss* da profonda frustrazione, Camille dimostra una rinnovata coscienza non-binaria di sé e lascia al lettore, nelle ultime pagine delle sue memorie, queste toccanti – tormentate, eppure per nulla deliranti – parole:

Io mi libro al di sopra di tutte le vostre innumerevoli miserie, partecipando della natura degli angeli; poiché l’avete detto, non c’è posto per me nella vostra angusta sfera. A voi la terra; a me lo spazio illimitato.[Barbin, p. 83]

Come viene affrontata l’intersessualità in Italia

La bandiera della comunità intersex

La bandiera della comunità intersex

Mi chiedo ora: se Camille non fosse stat* convint* del fatto di poter essere soltanto o una donna perversa o un uomo retto (straight) seppur non totalmente sviluppato, cosa avrebbe scelto di essere? Si sarebbe fin da subito riconosciut* in quella identità archetipica, aristofanica, che sfugge alle definizioni comuni? Avrebbe deciso di continuare a riconoscersi e farsi riconoscere come donna? Sono domande importanti, a cui purtroppo ancora oggi si rifugge dal rispondere.

In un articolo di Jonathan Bazzi pubblicato su The Vision, viene menzionato il caso di un bambino intersessuale, con corredo cromosomico XY, nato a Palermo e operato a soli due anni per essere assegnato al sesso maschile, mediante la ricostruzione del pene e l’asportazione di un utero appena accennato. «Oggi si sa che questi procedimenti invasivi non sono necessari e, anzi, sono da condannare», scrive Bazzi. «[I bambini intersex] vengono ancora sottoposti a vere e proprie mutilazioni genitali il cui fine è più estetico e culturale, che medico. Interventi ancora legali nel nostro Paese, anche se la comunità scientifica e le istituzioni internazionali li definiscono apertamente delle violazioni dei diritti umani, dato che avvengono senza il consenso del soggetto interessato (si interviene in genere poco dopo la nascita) e non rispettano il diritto all’integrità del proprio corpo».

In foto, Monica Cirinnà e Sergio Lo Giudice

In foto, Monica Cirinnà e Sergio Lo Giudice

La politica italiana, finora, non ha fatto che timidamente capolino nella questione. Va riconosciuto il merito di Sergio Lo Giudice (PD) di aver realizzato un disegno di legge (n. 405), datato 9 aprile 2013, riguardante le norme in materia di modificazione dell’attribuzione di sesso. Al comma 1 dell’Art. 13 (Diritto all’autodeterminazione del sesso) si legge che «chi alla nascita presenta condizioni congenite nelle quali lo sviluppo del sesso cromosomico, gonadico o anatomico è atipico non può essere sottoposto a trattamenti medico-chirurgici per l’assegnazione di caratteri sessuali di un solo sesso, tranne che vi siano pericolo di vita o esigenze attuali di salute fisica che escludano la possibilità di rinviare l’intervento». Il comma 3 integra che «le persone di cui al comma 1 possono domandare l’attribuzione di un sesso e di un nome diversi da quelli indicati nell’atto di nascita, sulla base delle procedure previste dalla presente legge, anche in seguito a intervenute modificazioni dei caratteri sessuali primari o secondari ad opera di terapie ormonali, di trattamenti di carattere estetico o di adeguamento dei caratteri sessuali medesimi mediante trattamenti medico-chirurgici, alle quali si siano autodeterminate» (Lo Giudice, p. 16). La legge, però, non è mai stata discussa.

La scarsa urgenza che la questione avrebbe tanto secondo i nostri parlamentari quanto per i cittadini italiani lo dimostra anche il fatto che, tra i programmi presentati dai partiti in vista delle recenti elezioni (4 marzo 2018), soltando quello di Potere al Popolo menziona la volontà di «vietate le mutilazioni genitali su* bambin* intersessuali prima che possano capire e sviluppare la loro identità di genere» (Potere al Popolo). Il fatto, però, non pare essere stato percepito come rilevante dagli elettori, dal momento che la lista non ha ottenuto nessun seggio né alla Camera (1,13% di voti) né al Senato (1,06%). Questo grande Paese resta ancora, testardamente, immobile.


Note:
1. Mi perdonino i detrattori dell'asterisco, il cui uso non verrà qui dibattuto, ma che mi viene imposto per evitare di appesantire la scrittura con ridondanti declinazioni multiple.

Fonti:
Balocchi Michela, L'Invisibilizzazione dell'Intersessualità in Italia, paper per il Convegno «Lo spazio della differenza», Università Milano-Bicocca, 20-21 ottobre 2010.
Bazzi Jonathan, Le mutilazioni genitali ai bambini italiani di cui non parla nessuno, «The Vision», 11 dicembre 2017.
Butler Judith, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell'identità, Editori Laterza, Bari-Roma 2013.
Intersex Society of North America, How common is intersex?, pagina web.
Lo Giudice Sergio, L. 9 aprile 2013, n. 405, in materia di modificazione dell’attribuzione di sesso.
Potere al Popolo, programma.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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