Io e Loro: un difficile percoso di comprensione

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Set del film Loro di Paolo Sorrentino. Nella foto Toni Servillo. Foto di Gianni Fiorito

Set del film Loro di Paolo Sorrentino. Nella foto Toni Servillo. Foto di Gianni Fiorito

Perdonatemi. Stavolta non intendo avvalermi della terza persona: tra le righe che seguono sarà difficile scorgere quel tono impersonale tanto adatto ai patinati saggi elaborati dai professionisti della cultura. Perché? Perché il film intorno al quale ho deciso di pronunciarmi mi rende tuttora impossibile pervenire a un giudizio nitido e netto, mi impedisce di formulare una critica granitica e incorruttibile. Ho scelto, dunque, di riportare delle osservazioni, qualche riflessione e alcuni commenti. La prima persona mi è parsa pressoché obbligatoria: una necessaria quanto limpida regressione agli scarni confini dell’io, un atto di consapevolezza nei confronti del limite.

Ho guardato Loro 1 e Loro 2, l’opera con la quale Paolo Sorrentino ha voluto affrontare la figura di Silvio Berlusconi, in due cinema diversi. Il primo, un cinema cittadino dal fascino non trascurabile, ha radunato in sala un pubblico alquanto eterogeneo: studenti universitari, giovani trentenni, coppie di mezza età, alcuni pensionati. Né prima né durante né al termine della proiezione, se si eccettuano le reazioni più comprensibili e prevedibili, gli spettatori si sono scomposti in maniera eccessiva. Il secondo, un ciclopico e sgargiante multisala, ha raccolto un pubblico numericamente inferiore, ma ugualmente eterogeneo. Durante la proiezione, un soggetto che non sono riuscito a identificare chiaramente, giunta la scena nella quale risuona l’inno Meno male che Silvio c’è, come se fosse stato scaraventato bruscamente tra la folla presente a un concerto di Vasco Rossi, ha accompagnato le note del brano ondeggiando con allegria le braccia protese verso il soffitto. Sul viso, un sorriso a trentadue denti che tuttora non riesco a interpretare con sicurezza. Al termine della proiezione, una giovane coppia s’è espressa così: «T’è piaciuto?», ha chiesto lui. «Secondo me faceva cagare», ha replicato lei.

Set del film Loro di Paolo Sorrentino. Nella foto Fabrizio Bentivoglio. Foto di Gianni Fiorito

Set del film Loro di Paolo Sorrentino. Nella foto Fabrizio Bentivoglio. Foto di Gianni Fiorito

Una voce fuori dal coro? Non esattamente: sulle pagine de l’Espresso anche Fabio Ferzetti si è dimostrato poco entusiasta nei confronti dell’opera di Sorrentino, apostrofando la pellicola con giudizi decisamente acidi.

Confuso e al tempo stesso desideroso di ricevere un abbrivio, dopo aver guardato le due parti di Loro ho vagato tra le sporche strade del web a caccia di stimoli. Su YouTube ho esaminato svariate interviste e sono riuscito a identificare tre possibili chiavi d’accesso alla pellicola. L’attrice Elena Sofia Ricci, che in Loro interpreta Veronica Lario, sostiene che il film tocchi dei grandi temi universali, mentre l’attore Toni Servillo, che interpreta Silvio Berlusconi, ritiene che l’opera presenti due profili: da un lato, una componente politica e socio-antropologica; dall’altro, una componente intima e biografica. Secondo un remissivo Paolo Sorrentino, Loro non dev’essere considerato né un film berlusconiano né un film anti-berlusconiano, ma un lavoro che si focalizza soprattutto sulla vicenda sentimentale di un uomo senza rinunciare a un alto grado di elaborazione puramente fantastica. Accanto a queste voci, poi, mi sembra opportuno rammentare anche quanto disse Umberto Contarello, sceneggiatore che da anni collabora con il regista napoletano, prima che fosse pubblicata La grande bellezza: per il padovano le pellicole di Sorrentino non si adeguano quasi mai al tradizionale concetto di trama, ma seguono le vicende di un individuo collocandolo nel tessuto di casualità che avvolge la vita di chiunque.

Loro, un film difficile per un personaggio controverso

Set del film Loro di Paolo Sorrentino. Nella foto Toni Servillo. Foto di Gianni Fiorito

Set del film Loro di Paolo Sorrentino. Nella foto Toni Servillo. Foto di Gianni Fiorito

Ebbene: nonostante i sentieri tracciati, Loro rimane un film difficile. Potrebbe forse non esserlo una pellicola che affronta la biografia di un personaggio tuttora in vita, tuttora controverso e tuttora coinvolto nei fatti politici della Penisola?

In questo senso, ritengo di poter muovere un passo, almeno un passo: Sorrentino, optando per un affascinante realismo immaginifico, cioè un approccio che trae linfa dalla realtà e si tuffa nelle visioni dell’autore, ha compiuto una valida scelta, una decisione capace di proteggerlo da limitazioni potenzialmente scomode.

Ecco, poi, un altro passo: non considero condivisibili le lamentele di quanti si sono dichiarati delusi dalla suddivisione in due parti dell’opera, tacciando Sorrentino di essersi piegato principalmente a un’operazione commerciale. Io dissento, o quantomeno spezzo una lancia in favore del regista: Loro 1 e Loro 2, infatti, a uno sguardo attento non paiono affatto il risultato di un volgare colpo di scure, perché persino i titoli delle due parti lasciano intendere quale distanza le separi. Si tratta di una diversità legata all’approccio, alle modalità d’indagine del protagonista: come se Sorrentino, al pari di un Lorenzo Lotto, avesse confezionato un ritratto costituito da un dittico. La coperta allegorica da un lato, il ritratto propriamente tale dall’altro. La concatenazione sussiste e, allo stesso tempo, la divisione risulta funzionale, sensata, realmente sorretta da ragioni distinte e pertanto meritevoli d’essere collocate all’interno di spazi altrettanto distinti.

Set di Loro, regia di Paolo Sorrentino. Nella foto Elena Sofia Ricci. Foto di Gianni Fiorito

Set di Loro, regia di Paolo Sorrentino. Nella foto Elena Sofia Ricci. Foto di Gianni Fiorito

Superate le considerazioni più generali, non posso evitare la seguente domanda: che cosa si vede e che cosa ho visto in Loro?

Loro 1 è strutturalmente marcato dalla narrazione di un’opposizione magnetica: da una parte, la pellicola ritrae l’aspra selva urbana nella quale scorrazza Sergio Morra (Riccardo Scamarcio); dall’altra, il rigoglioso Eden al quale Silvio Berlusconi sembra essersi abbandonato. Chi è, però, Sergio Morra? È un giovane arrivista dalle manie di grandezza che vive nell’ossessione di raggiungere Lui, cioè l’arcinoto Cavaliere. Qualcuno, considerando i tratti caratteristici di un personaggio come Morra, potrebbe porsi la seguente domanda: si tratta forse di una trasfigurazione cinematografica di Giampaolo Tarantini, l’imprenditore barese coinvolto nel traffico di prostituzione e appalti che emerse nel 2009 attraverso un’inchiesta de l’Espresso? Non esattamente. Volendo dare ascolto a Sorrentino, benché sussistano delle innegabili corrispondenze, Morra – come molti altri personaggi – dev’essere inteso soprattutto come un soggetto dai connotati prevalentemente ideali (ecco, quindi, il realismo immaginifico di cui prima): quell’italiano arraffone e privo di scrupoli che alberga nella coscienza più remota di tanti.

Morra non rappresenta, peraltro, una figura isolata: le stesse pulsioni che lo animano si ritrovano chiaramente nella mandria di soggetti dalla quale è circondato – anzi: nella mandria della quale volutamente e orgogliosamente decide, riuscendoci, di circondarsi. Tamara (Euridice Axen) è la compagna di Morra, e lo sostiene – sospesa tra forza e fragilità – agendo secondo gli stessi metri di pensiero che contraddistinguono il personaggio di Scamarcio.

Set del film Loro di Paolo Sorrentino. Nella foto Riccardo Scamarcio. Foto di Gianni Fiorito

Set del film Loro di Paolo Sorrentino. Nella foto Riccardo Scamarcio. Foto di Gianni Fiorito

Al sistema in questione, invece, sono già abituati Fabrizio Sala, personaggio interpretato da Roberto De Francesco dietro al quale potrebbe celarsi Lele Mora, e Kira, figura impersonata da Kasia Smutniak che forse nasconde Sabina Began – tedesca di origini bosniache che fu tra le amanti di Berlusconi. Sia Fabrizio Sala sia Kira contribuiscono in maniera significativa alla definizione del chiassoso torbidume nel quale Morra sguazza con convinzione: in entrambi i casi, infatti, si tratta di personaggi ossessionati da Lui. L’ossessione di Kira, però, è di natura profondamente amorosa e avrà risvolti quasi drammatici; il caso di Sala, invece, avrà un esito diverso: nella seconda parte, il personaggio si trasformerà in una comica macchietta volta a ritrarre un opportunista viscido, ambiguo e capace di porsi con violento cinismo.

Oltre ai personaggi, complessivamente ben riusciti e ben interpretati, la prima parte individua uno dei suoi principali pregi nell’efficace orchestrazione di toni, atmosfere e registri con la quale Sorrentino sostiene lo snodarsi della narrazione. L’ironia tipica del regista emerge in più scene e in più forme: lampeggia come una saetta nella sequenza in cui la giovane e disponibile Candida un attimo prima esibisce le proprie doti di ginnasta e un attimo dopo, spiccato uno spettacolare salto, si ritrova a cavallo del pene di chissà quale potente, nuda e gemente; si congiunge, invece, al simbolismo (altro grande protagonista della prima parte) quando Sorrentino traccia dinanzi allo spettatore l’elaborata scena del camion della spazzatura.

In una Roma avvolta dalle tenebre, il veicolo atto a ripulire la città ricorda uno degli ultimi baluardi della civiltà, mentre il ratto che ne devia tragicamente la strada rimanda a qualcosa di sordido e corrotto. Il camion, in una spettacolare sequenza al rallentatore, precipita al di là di un ponte ed esplode. La spazzatura vola in cielo e poi inizia a ricadere come se fosse pioggia. Morra e le sue agghindate ragazze osservano a bocca spalancata l’evento: nessuno di loro – ecco l’ironia – prova disgusto davanti all’eventualità che tale massa di rifiuti gli finisca addosso. Rimangono tutti immobili. Subito dopo – ed ecco un altro stratagemma tanto ironico quanto ingegnoso – quei frammenti di pattume si trasformano in pillole di MDMA, la sostanza stupefacente che regna sovrana durante le feste organizzate da Morra in Sardegna, tributo che il mortale deve offrire con costanza al dio Berlusconi affinché quest’ultimo gli conceda quantomeno la sua attenzione.

In Loro 1, polemica e torbida perversione

Set del film Loro di Paolo Sorrentino. Nella foto Riccardo Scamarcio e Kasia Smutniak. Foto di Gianni Fiorito

Set del film Loro di Paolo Sorrentino. Nella foto Riccardo Scamarcio e Kasia Smutniak. Foto di Gianni Fiorito

Nella prima parte, poi, non mancano i momenti dotati di forza polemica (contrariamente a quanto dichiarato da Sorrentino): le scene ambientate all’interno della casa di Cupa Caiafa, magnificamente interpretata da Anna Bonaiuto e chiaramente modellata sulla figura della Santanchè, ne costituiscono forse l’acme. È sufficiente pensare, infatti, al teatrino nel quale i pupazzetti giocano con gli stereotipi da sempre rivolti alla sinistra, oppure al punto in cui Santino Recchia – uno strepitoso Fabrizio Bentivoglio dietro il cui personaggio forse si scorgono le sembianze dell’ex ministro Sandro Bondi – espone con voce sommessa ma rancorosa le criticità legate alla figura di Berlusconi.

In Loro 1, inoltre, occupa un ruolo fondamentale la tensione gravida di erotismo perverso che striscia tra le varie sequenze del film: Morra si eccita sessualmente quando gli sembra di essere più vicino a Lui, Tamara e Santino Recchia vivono uno scontro nel quale la dominazione coincide con il sesso, Lui è la “cosa desiderata” alla quale tutti tendono come se fossero satiri folle d’amore. Persino l’edenico spazio in cui Berlusconi – quasi fosse un pastore bucolico dedito solamente ai sentimenti e alle pecorelle – tenta di riconquistare Veronica Lario è turbato dalle intrusioni sempre più appariscenti del microcosmo pulsante di sesso costruito da Morra. Sulla stessa linea si collocano le scene inerenti al tema del puro che si intorbidisce, dell’oscuro che prevale sul candido, della fine dell’arcobaleno (riprendendo un film che forse, in alcuni tratti, può essere rapportato a Loro 1 quale Eyes Wide Shut): emblematica, in questo senso, la scena inquietante e suggestiva in cui Stella, innocente ragazzina interpretata da una convincente Alice Pagani, consuma un rapporto sessuale con il grottesco Dio, personaggio avvolto dal più inestricabile mistero – Guido Bertolaso, secondo alcuni.

Set del film Loro di Paolo Sorrentino. Nella foto Alice Pagani. Foto di Gianni Fiorito

Set del film Loro di Paolo Sorrentino. Nella foto Alice Pagani. Foto di Gianni Fiorito

Complessivamente, dunque, la prima parte sta tutta in un moto allucinogeno, sudicio e abbacinante (ben sottolineato dall’azzeccata colonna sonora e dall’astuto uso della fotografia) il cui motore immobile è Lui. Il Berlusconi di Sorrentino, però, è un uomo affetto da una lacerante crisi: a tratti ridicolo, a tratti venato dal dramma. In questo senso, risulta significativa la scena nella quale, a bordo di una moto d’acqua, Berlusconi si abbandona tra le braccia pressappoco materne della sua Veronica, confessandole quella percezione di frustrante incapacità nella quale sembra svelarsi la sua stessa fine.

Loro 2, come suggerisce il titolo stesso, pone al proprio centro la dimensione del confronto. Silvio Berlusconi è chiamato a misurarsi con diversi personaggi: ecco, allora, che si palesano la buffa conversazione con Ennio Doris (ironicamente interpretato dallo stesso Servillo), la telefonata altamente simbolica con la casalinga, i tristi colloqui con i senatori da corrompere, l’incontro ridicolo con Morra, il deprimente dialogo con Stella, il vergognoso confronto con alcune vittime del terremoto dell’Aquila, la cena penosa con Mike Bongiorno e – soprattutto – lo scontro decisivo con Veronica Lario. Considerata la mole di duelli nei quali il Berlusconi-personaggio è costretto a barcamenarsi, mi chiedo perché alcuni ritengano che l’interpretazione di Servillo debba essere equiparata a una performance soffocata dal trucco e rigida quanto una maschera inespressiva. L’artificio estetico che connota il personaggio impersonato da Servillo trasmette in maniera molto nitida il piatto culto dell’estetica che Sorrentino associa, coerentemente con quanto sostiene lo stesso personaggio e con quanto sottolinea la stessa fotografia, a Berlusconi: al di là, però, di tale aspetto, la pellicola si rivela capace di frastagliare il profilo del suo protagonista, rendendolo dunque un individuo che procede oltre la fisionomia di una semplice maschera.

Set del film Loro di Paolo Sorrentino. Nella foto Toni Servillo. Foto di Gianni Fiorito

Set del film Loro di Paolo Sorrentino. Nella foto Toni Servillo. Foto di Gianni Fiorito

In Loro 2, insieme a quanto emerso già in Loro 1, si manifestano un Berlusconi amante dell’auto-assuefazione che conversa con un alter ego – cioè Doris/Servillo – ben disposto a motivarlo con lodi ed encomi, ma anche un Berlusconi che ritorna ai propri istinti primitivi nel tentativo di confortarsi. Così si rivela essere, scambiandosi con un attore – cioè lo stesso Toni Servillo –, proprio un attore, ossia un maestro del fittizio. Si intravvedono un Berlusconi capace di serrate trattative prive di etica e di gesti dominati dalla più pungente indifferenza, ma anche un Berlusconi mestamente conscio della propria vecchiaia e spesso abbandonato alla solitudine – non casualmente, nessuno vuole ammirare con lui il suo vulcano artificiale. Ci sono un Berlusconi in grave crisi matrimoniale che non vuole svelare le sue sordide origini, ma anche un Berlusconi homo faber che, dinanzi al tragico dolore cui un intero Paese – il suo Paese – viene sottoposto, riesce tutt’al più a promettere una dentiera.

Questa densa carrellata di volti viene sciorinata mediante un valzer di opposizioni che Sorrentino orchestra con lentezza, a volte scadendo in ciò che si può forse considerare il vero difetto di Loro: l’indugio nel quale l’estetica sorrentiniana – solitamente tesa alla pregnanza semantico-narrativa – perde la propria intensità e si approssima alla disgregazione estetizzante, collasso che in Loro, fortunatamente, non si verifica mai in forma completa. Dal valzer in questione, però, credo si possa estrarre anche un’altra considerazione: Loro (in particolare, Loro 2) non si configura come una pellicola neutrale, estranea a qualsiasi forma di giudizio. Non è nemmeno, però, una pellicola principalmente votata alla denuncia. Io penso, quindi, che Loro avesse alla propria base un unico intento, ma che nell’ideazione dell’opera tale intento si sia progressivamente mescolato con un’altra linea di sviluppo. Il risultato complessivo è una lingua biforcuta che, se da un lato parla di un uomo e dei tumulti umani con i quali la vita lo costringe a duellare, dall’altro ci mostra un personaggio storico-politico che attraverso i suoi discorsi e le sue azioni non finisce certo con lo stagliarsi come un campione di virtù – intendendo quest’ultimo vocabolo secondo l’accezione più timida e pudica del medesimo.

Set di Loro, regia di Paolo Sorrentino. Nella foto Elena Sofia Ricci. Foto di Gianni Fiorito

Set di Loro, regia di Paolo Sorrentino. Nella foto Elena Sofia Ricci. Foto di Gianni Fiorito

Sorrentino, in questo senso, può essere definito un Torquato Tasso all’inverso. Mentre il celebre poeta del XVI secolo, nell’elaborazione della Gerusalemme liberata, tentò di perseguire soprattutto finalità volte all’esaltazione di determinati valori etico-religiosi, ma non riuscì a evitare completamente l’attrazione nei confronti dell’amore e dell’errare, Sorrentino avrebbe voluto – stando a quanto il regista ha dichiarato – occuparsi del profilo umano e sentimentale di un uomo, ma non è riuscito a eludere – e forse non lo ha mai voluto – la componente dal carattere, se non spiccatamente politico, quantomeno etico. Si tratta di una tensione bifronte che sostiene strutturalmente e al tempo stesso segretamente l’intera seconda parte: affiora, spesso in maniera sottile, in tutti i duelli nei quali Berlusconi si ritrova. Se ne può trarre un valido esempio rivolgendosi alla scena in cui il personaggio di Servillo si confronta con Stella, la giovanissima ragazza impersonata da Alice Pagani. Ebbene: sul piano sentimentale e umano, in tale scena (e nelle seguenti) si osserva un Berlusconi consapevole della propria anzianità, quasi imbarazzato e impacciato, forse umiliato da una sensazione di evirazione; sul piano etico, però, tale scena non può non indurre a pensare, seppur per qualche istante, che una sequenza simile sottolinei anche i comportamenti discutibili di un individuo che dovrebbe dedicarsi a ben altro.

Nella seconda parte, poi, non mancano alcuni degli elementi già comparsi nella prima: mi riferisco soprattutto all’ironia. È spassosa la scena nella quale compare il simpatico Max Tortora, divertente – ma in parte amara – è anche l’evoluzione di Sergio Morra e un plauso particolare dev’essere rivolto a Dario Cantarelli, che interpreta squisitamente uno dei personaggi fittizi più riusciti dell’opera, ossia Paolo Spagnolo – il quale funge da assistente e da “biografo” di Berlusconi.

Set del film Loro di Paolo Sorrentino. Nella foto Dario Cantarelli. Foto di Gianni Fiorito

Set del film Loro di Paolo Sorrentino. Nella foto Dario Cantarelli. Foto di Gianni Fiorito

Il finale, dai toni quasi apocalittici, si rivolge a loro, ma non ai loro della prima parte. Si rivolge, piuttosto, a noi. Un’Italia dai volti esausti e sconvolti, tutta da ricostruire e, probabilmente, ripensare. Ecco, allora, che lo sguardo di Sorrentino, terminata l’intricata corsa nella vicenda di Berlusconi, si adagia sulle onde del mare e ci abbandona allo sciabordio delle acque, ottenendo un denso effetto di sospensione. Un silenzio ritmato dall’incresparsi sommesso della superficie acquatica nel quale, dopo alcuni attimi di straniamento, gli interrogativi non tardano a sollevarsi.

Con Loro Sorrentino ci consegna un’opera diversa da lavori come Il divo. Forse a Loro manca l’incisiva potenza insita nella pellicola con la quale Sorrentino affrontò la difficile figura di Andreotti, la quale mi pare superiore a Loro. Tuttavia, al di là di alcuni difetti innegabili e degli eccessivi borbottii di quanti godono nel porsi come giudici dall’incontrovertibile severitas, Loro costituisce per me l’ennesima prova dell’ingegno di un grande regista. Forse, come ha voluto sottolineare Ferzetti, non rivela prospettive interpretative uniche, ma sicuramente ha il merito di aver alfabetizzato cinematograficamente una visione che meritava di essere narrata.

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Francesco Formigari

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Ai gentili curiosi. Carissimi, Francesco Formigari non s'acchiappa né s'ingabbia, ma si nasconde tra le virgole e gli spazi che con pazienza ammucchia. Vi saluta con affetto.

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