Maldestro: «Al nulla preferisco il dolore, significa che sono vivo»

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In foto, il cantautore Maldestro, all'anagrafe Antonio Prestieri

In foto, il cantautore Maldestro, all’anagrafe Antonio Prestieri

Maldestro è un cantautore che ha sempre anteposto l’onestà al successo («I prodotti durano uno o due anni, io scrivo e canto per necessità») e, alle regole di mercato, risponde con un album dal vivo, registrato durante il live acustico portato in giro per l’Italia tra marzo e aprile. E un brano, Le mani di Maria, in cui canta “Chi parla di rivoluzione, la rivoluzione non la sa fare”.

Ma lui, la sua, la fa ogni volta che non scende a compromessi. Ecco cosa mi ha raccontato.

Iniziamo subito dal tuo nuovo disco, Acoustic Solo Live, un album che riassume il tour chitarra e voce che hai portato in giro per l’Italia nei mesi scorsi. Una scelta controcorrente, la tua: uscire d’estate con un disco dal vivo, perlopiù in acustico. Come nasce l’idea di questo progetto?

È stato tutto molto naturale. Dopo aver deciso di portare in giro le mie canzoni nude e crude abbiamo anche pensato di registrarle. Riascoltando i pezzi ci è sembrato un buon lavoro, così è nata l’idea di questo album, uscito solo in digitale e in vinile, per ringraziare tutte le persone che mi sono state accanto in questo viaggio.

Acoustic Solo Live si apre con un brano inedito, Le mani di Maria.

È un pezzo a cui tengo tanto. Parla di un amore maturo che fa i conti con la realtà.

E si chiude con la tua rivisitazione di Chiedo scusa se parlo di Maria, un brano di Giorgio Gaber.

In realtà volevo fare Chiedo scusa se canto Gaber! (ride, ndr). È un artista che amo profondamente. Tutto è nato per gioco: quando ho scritto Le mani di Maria mi è tornato in mente il suo pezzo, che è del 1973. La cosa straordinaria è che si tratta di un brano profondamente attuale. La grandezza di certi artisti sta proprio in questo: le canzoni di quarant’anni fa sembrano scritte ieri, non avvertono il peso del tempo che passa, sono sempre attuali. Mi è sembrato quasi che ci fosse un legame, un filo conduttore che univa il mio brano al suo, così l’ho scelto.

Parliamo ancora di cantautori. Chi sono i tuoi riferimenti nel cantautorato italiano?

Sono cresciuto con Gaber e Fossati, i primi in assoluto, per quanto mi riguarda. Poi De Andrè, Dalla, De Gregori. Sono artisti senza tempo, penne sempre attuali.

Voglio farti una domanda che è innanzitutto una mia constatazione. Noto che i cantautori, quelli che difficilmente scendono a compromessi nel loro mestiere, vengono lasciati alle nicchie e hanno sempre meno spazio nei mezzi di maggiore diffusione della musica. Perché il cantautorato, che pure ha fatto la storia della canzone italiana, subisce questo trattamento, secondo te?

Ci prenderemo le nostre rivincite quando moriremo! (ride, ndr) Credo che il mercato ambisca alla musica di consumo, le major discografiche fanno il loro lavoro, sono delle aziende, quindi si interessano al guadagno. Creano prodotti di consumo che durano uno o due anni e poi si ricomincia da capo. Invece gestire chi scrive qualcosa di profondo, da metabolizzare con il tempo, è ben più difficile, proprio perché il tempo è denaro. Ai cantautori tocca fare una strada più complicata, ma sono fiducioso. Pensa a Brunori Sas, che ha faticato per vent’anni ma oggi riempie i teatri e conduce un programma in televisione. Non è facile, ma per noi cantautori il tempo non scade, non siamo i prodotti di una casa discografica, non serve che ci affanniamo per farci notare.

La copertina del vinile Acoustic Solo Live, ultimo album di Maldestro

La copertina del vinile Acoustic Solo Live, ultimo album di Maldestro

Prima parlavo di compromessi. Cos’è per te un compromesso?

Penso sia qualcosa che abbia a che fare con il quieto vivere. Siccome io sono un inquieto, non sono fatto per i compromessi! (ride, ndr) Che dirti, è inutile far finta di niente, li facciamo tutti, tutti i giorni, con gli amici, in amore, in famiglia. Ma esistono dei compromessi bianchi, a me piace chiamarli così. Ti faccio un esempio: nel momento in cui ho firmato con una major discografica, ne ho fatto uno. Ho messo il loro marchio sulla mia musica, in cambio ho chiesto di essere libero di poter esprimere quello che sono, senza censure. Questo lavoro non è solo scrittura e concerti: quando esce un disco bisogna promuoverlo, bisogna venderlo, a questo serve una casa discografica. L’importante, per quanto mi riguarda, è che nessuno tocchi il mio lato artistico. Ecco, questo è un compromesso bianco. Ogni uomo ha un prezzo e il suo valore dipende dall’uomo che è. È un discorso molto soggettivo, diverso per ognuno di noi: se ti lasci comprare a poco prezzo, significa che vali poco.


Ho un produttore che ha piena fiducia in me, non vuole che io faccia un singolo di successo ma che io stia bene, che esprima me stesso senza subire condizionamenti di alcun tipo.


Fin quando si può accettare un compromesso?

Finché non diventi un burattino. Io ho firmato con una major, è vero, ma non ho rinunciato alla mia etichetta discografica, perché mi piace circondarmi di persone che credono in me non solo in quanto artista, ma soprattutto in quanto uomo. Ho un produttore che ha piena fiducia in me, non vuole che io faccia un singolo di successo ma che io stia bene, che esprima me stesso senza subire condizionamenti di alcun tipo. Lui è felice se io sono in pace con me stesso. Se posso dare un consiglio ai più giovani, anche se non sono nessuno per dare consigli, è di non rinunciare mai a se stessi: meglio portare avanti una brutta idea, piuttosto che un’idea che non ti appartiene.

Il problema è che molti giovani assecondano l’ambizione di fare successo e non la propria personalità artistica. A volte non fanno in tempo ad averne una che diventano subito dei fenomeni. E poi spariscono.

Purtroppo ci bombardano di notizie che non stanno in piedi. Prendi i talent: per carità, hanno ragione di esistere, perché sono spettacolo, ma non sono la sola strada percorribile. Ti faccio un esempio. Hai presente le pubblicità? Prendiamo la pasta: in TV mandano ininterrottamente lo spot di un marchio, quindi ci convincono sia il migliore. Magari fa schifo, ma ormai non possiamo più farne a meno. L’italiano medio non conosce alternative a quella pasta, crede a ciò che dice la pubblicità. Non pensa al fatto che la pubblicità debba vendere un prodotto, si lascia incastrare, quindi non può far altro che cedere e comprarla. Se gli chiedi perché l’ha scelta, ti risponde che non c’erano alternative. Invece ci sono, magari fanno solo meno rumore. Lo stesso succede con le radio: se il 90% della musica che passa è commerciale, la gente si convince che esista solo quella, quindi compra soltanto quella roba lì. Poi, quando passa un Bersani si chiedono: «Ma chi cazzo è questo? Da dove è sbucato fuori questo alieno?». Abituando le persone a un certo tipo di ascolto, le cose potrebbero cambiare.

In foto, Maldestro al Festival di Sanremo

In foto, Maldestro al Festival di Sanremo

Un anno fa sei stato uno dei protagonisti del Festival di Sanremo: con la tua Canzone per Federica hai ottenuto il secondo posto nella categoria Giovani. A distanza di tanto tempo, che mi racconti di quell’esperienza lì?

È stata una settimana straordinaria, l’ho vissuta come un bimbo che va sulle giostre, senza alcuna ansia. Sono arrivato lì consapevole del mondo con cui stavo per scontrarmi. Ho vissuto tutto come un gioco, distaccato di quel centimetro che serve per non farmi travolgere dal vortice, per questo mi sono divertito. Quando mi chiedevano «Ma non sei ansia?», io rispondevo «Devo cantare una canzone, mica andare in guerra». Ho vissuto un’emozione fortissima, l’adrenalina che ti dà quel palco è inspiegabile. Cantare davanti a quindici milioni di persone non è cosa da poco. Ma Sanremo è una vetrina, la vita è dopo. Molti non hanno un progetto, non hanno una strada da percorrere, quindi si perdono. Io sono arrivato lì con un’idea precisa, sapevo cosa volevo. E poi sono sempre in partenza e mai in arrivo, ho sempre un bagaglio pronto per andare, vorrei sentirmi un emergente per tutta la vita.

In occasione del Festival, lo scorso anno, hai pubblicato il tuo secondo album: I muri di Berlino. In Abbi cura di te, secondo brano estratto dal disco, canti “Abbi cura di tutte le cose, anche di quelle che fanno dolore”. Quanto coraggio serve per maneggiare il dolore e farne un disco?

Spesso dico che, al nulla, preferisco il dolore. Perché esiste, è inutile far finta di niente e non c’è un antidoto per curarlo. La soluzione non è sconfiggerlo, ma consumarlo. Viverlo fino alla fine, viverlo finché non svanisce naturalmente. Bisogna soffrire bene, perché il dolore è una componente necessaria della vita. L’arte, senza dolore, non esiste: è venduta dai ricchi, ma è prodotta da chi soffre. Quindi va abbracciato, tenuto per mano. La gente dice «Mo parto e mi distraggo un po’». Ma non è così che funziona, affrontare il dolore ti consente di arrivare a una felicità più consapevole.

I muri di Berlino contiene un brano, Sporco clandestino, che è più che mai attuale. Ti piace quello che vedi, quando ti guardi intorno?

Per fortuna sono molto miope, quindi mi risparmio un po’ di brutta roba! (ride, ndr) No, quello che vedo non mi piace. Non mi piace Trump, non mi piace Salvini, non mi piace la gente che alza i muri. Io sono di Napoli, noi siamo abituati ad accogliere, ad avere i porti aperti. Siamo stati i primi a scappare da quei porti, a cercare fortuna altrove. Quello che mi fa incazzare è che questa gente l’abbiamo messa noi lì, quindi significa che somigliamo a chi ci governa. Questo mi fa paura. Gaber diceva: «Io non temo Berlusconi in sé, ma Berlusconi in me».

Parlavi di Napoli. Raccontami il legame che c’è tra la tua città e la tua musica.

Io sono un troisano, un grande estimatore di Troisi, che insegna che puoi essere napoletano anche senza suonare il mandolino. Questo per dirti che, probabilmente, la mia musica è distante, da un punto di vista stilistico, dalla cultura partenopea. Proprio perché come ti dicevo prima sono cresciuto con Fossati, De Andrè, Gaber. Ma, da un punto di vista umano, il legame tra la mia musica e Napoli è inscindibile. Sono cresciuto a Scampia, la napoletanità ce l’ho tatuata addosso, fa parte di me. Le storie che scrivo vengono dalla mia città, sono i miei occhi puntati su questa gente.

Intanto, a novembre è prevista l’uscita del tuo nuovo album di inediti.

I muri di Berlino è stato il mio secondo disco e ha rappresentato un momento di transizione, di cambiamento, un passaggio necessario. L’album che verrà, invece, è un disco scuro, che parla di me in maniera totalizzante; non racconto più storie in terza persona, ma me stesso, quello che ho vissuto, per questo è un album duro. Ho lavorato al fianco di un produttore straordinario, Taketo Gohara. Nel mio nuovo tour, partito in questi giorni, ho arrangiato i pezzi vecchi con i suoi del nuovo disco: vorrei che questa tournée estiva fosse un ponte per arrivare al nuovo album.

Concludo tutte le mie interviste con questa domanda: qual è la parola più importante della tua vita?

“Osare”, perché senza incoscienza saremmo tutti fermi a guardare il muro senza attraversarlo. Osare è necessario, magari ti fai male, ma almeno hai la prova di essere vivo.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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