Micaela Tempesta: «.BLU. è un modo di essere»

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La cover di .Blu., album di Micaela Tempesta. Grafica di Gaetano Isernia

La cover di .Blu., album di Micaela Tempesta. Grafica di Gaetano Isernia

Piazza Bellini, quell’atmosfera che Napoli sa regalare verso le sei di un pomeriggio d’estate. Micaela Tempesta (non è un nome d’arte!) ha da poco pubblicato il suo album d’esordio.BLU..

Parliamo quindi del blu, della musica. dell’amore, della nostra città.

Raccontaci com’è nato .BLU.: perché questo titolo, perché i due punti, perché questa copertina?

.BLU. è nato dopo un periodo piuttosto complicato dal punto di vista emotivo. È nato perché doveva nascere. Ci sono state una serie di coincidenze fortuite: ho conosciuto le persone giuste, avevo dei soldi da parte per realizzare l’album. Si chiama .BLU. perché questo è il colore che mi rappresenta meglio. Non è il mio colore preferito, ma mi appartiene perché è anche un modo di essere. Anche il napoletano è un po’ blu, dentro. È anche un modo di rispecchiarsi con l’altro: non volevo chiamarlo .BLU., ma come un pronome personale che fa rima con la parola blu. Inoltre tra due punti c’è sempre uno spazio che sembra piccolo, ma in realtà può anche essere infinito, dipende dalla prospettiva che assumi. La foto invece è spontanea, stavo aggiustando degli scatoloni. Mi è sembrata carina e siccome c’era il colore blu l’abbiamo usata, non c’è troppa dietrologia.

Nella traccia 060607 (Napoli) parli della tua città evidenziandone molti aspetti problematici: hai scritto questa canzone pensando solamente a una denuncia o sei totalmente disillusa riguardo Napoli?

La maggior parte delle persone crede che questo brano metta in luce solo ciò che c’è di marcio. In realtà tre quarti del testo possono essere visti anche in maniera positiva, dipende dai punti di vista. Da questo posto emerge sempre la storia negativa, quando in verità è una città normale. Forse soffre il fascino di una bellezza particolare, nel suo essere disperata.

Io amo profondamente questa città, la definisco come una “meravigliosa disperazione” perché è bella, bellissima, coi suoi pro e con i suoi contro. Se ti dico “lenzuola bianche” puoi pensare a un cadavere oppure a quelle stese nei quartieri spagnoli, che sono bellissime.

E quanto questa città ha influenzato la tua musica?

Napoli mi ispira tutti i giorni. I cantautori raccontano storie e queste storie non sono sempre personali. Questa città ne offre tantissime, è pittoresca. Puoi parlare con chiunque sedendoti al bar o in piazza, in quei luoghi orizzontali dove tutti sono pari, dove stanno bevendo una birra proprio come stai facendo tu. In quel momento la loro storia è separata da ciò che fanno, sono fuori dalle costrizioni delle necessità, dall’immagine che devono avere di fronte alla società. Anche chi fa cose che non condividi diventa una persona normale. Credo sia importante tenere presente che le storie personali sono spesso anche la conseguenza diretta del fatto che c’è chi può scegliere e chi invece non può.

Micaela Tempesta in una foto di Gigi Reccoa

Micaela Tempesta in una foto di Gigi Reccoa

Le tue canzoni fondono vari generi musicali, compresa la musica elettronica. 

Sì, io ascolto veramente di tutto. R’n’B, hip hop, musica elettronica. L’idea di fondere vari generi più che mia è stata del mio produttore, Massimo De Vita, che in qualche modo mi ha messo il mio mondo addosso. È un grandissimo produttore perché sa di cosa hai bisogno, fa uscire ciò che è già dentro di te.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Ti piacerebbe affidarti a un’etichetta o preferisci rimanere totalmente indipendente?

L’etichetta non cade mai dal cielo. Non so se sarò mai appetibile per un’etichetta, ma non è un mio cruccio, in questo momento. Adesso ho solo bisogno di far circolare l’album con il minor investimento economico possibile. Per fare un disco si spendono dei soldi che bisogna decidere come distribuire. Molti spendono tanto nella promozione, io ho preferito investire nella musica. Volevo un prodotto qualitativamente buono: non aspiro a riempire gli stadi, voglio arrivare alle persone che non si fermano alle apparenze.

Oggi la musica è effimera, la gente ascolta un pezzo e lo dimentica subito dopo, basta connettersi online e accedere a un numero illimitato di brani. A livello musicale oramai in Italia c’è un impoverimento di contenuti, con delle belle eccezioni.


Non c’è una soluzione al disastro musicale. Bisognerebbe educare alla musica nelle scuole, migliorare la qualità dei programmi TV dedicati alla musica.


Quali pensi siano i passi che i musicisti emergenti devono muovere per farsi strada tra tutti i nuovi progetti musicali che escono ogni giorno?

È difficilissimo. In realtà negli ultimi anni è venuto meno un filtro importante: quello dei professionisti. Prima c’era un modo diverso di approcciarsi alla musica, dovevi per forza affidarti al giudizio di qualcuno del settore. Oggi bastano una cinquantina di amici che ti supportano per farti sentire un artista, ma non è così semplice. Il mondo della musica è sempre stato un imbuto. Si stringe e ne passa uno solo su mille. Adesso a tentare sono in diecimila. Spesso le persone capaci si stancano e iniziano a fare altro perché c’è tanta offerta ed è difficile farsi avanti. Vincono i più caparbi, ma credo che quelli siano anche i meno capaci perché perdono troppo tempo a fare altro.

Non c’è una soluzione al disastro musicale. Bisognerebbe educare alla musica nelle scuole, migliorare la qualità dei programmi TV dedicati alla musica. Con questo non voglio dire che disapprovo i talent, ma sono contraria a quelli italiani degli ultimi anni. Gli artisti, anche quelli bravi, si bruciano immediatamente. Prima avevano la possibilità di capire come funzionano le cose in questo campo, adesso durano il tempo dell’inaugurazione di quattro o cinque centri commerciali e dell’estate con la TIM. Dopo, è già pronto il prossimo vincitore. Quanti artisti usciti dai talent sono ancora effettivamente attivi? Questo tipo di approccio non serve alla musica, serve sicuramente ad altro.

In molte delle tue canzoni si parla dell’amore, anche in maniera differenziata. Invincibili e gli addii, In bilico e l’amore sfuggente, Ci vediamo domani e il senso di una certa sicurezza (“non è per sempre, ma è per sempre che vorrei dirtelo). Sono tre canzoni che quasi segnano un percorso. Quindi parlaci un po’ dell’incidenza che ha questo sentimento nella tua vita e nella tua arte.

Come si risponde a questa domanda? Oggi è cambiato anche l’amore. Prima finivi una relazione e passavi avanti, oggi sei costretto a vedere quella persona continuamente su Internet. I social non permettono di chiudere definitivamente e l’amore oggi sembra meno intenso. I brani dell’album non fanno parte di un vero percorso perché sono storie diverse, ma parlano di sentimenti comuni. Una brutta rottura da cui è difficile rialzarsi è una cosa che succede a tutti.

Per quanto riguarda Ci vediamo domani, credo che questa sia una promessa un po’ diversa dal “per sempre”. Le nostre vite non sono come un film d’amore di un’ora e mezza. Durano di più e sono piene anche di momenti noiosi. Due persone connesse realmente non devono per forza avere gli stessi interessi, ma lo stesso modo di pesare la vita e i sentimenti. Poi, meglio da soli! (ride, ndr)

About author

Anna Scassillo

Anna Scassillo

Anna sarebbe felice se ricevesse una lettera al giorno, ognuna con una storia diversa. È una persona curiosa, ha voglia di conoscere continuamente cose nuove. Terribilmente affascinata dal cinema e dalla letteratura, Anna è innamorata della musica e della sua batteria rossa. Nella vita Anna vuole fare troppe cose e intanto studia alla Scuola Interpreti di Trieste.

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