Musica strumentale: il flusso sonoro del sé

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In foto, la band di rock strumentale Tortoise

In foto, la band di rock strumentale Tortoise

Mi è sempre piaciuto condividere la musica con gli altri. In particolare, ricordo le giornate passate con una mia amica, parecchio in fissa col britpop e in generale l’indie rock post-Arctic Monkeys.

Ci capitava molto spesso di scambiare due parole mentre ci passavamo tra le mani il cellulare, per aggiungere a turno un sottofondo che semplicemente colmasse i silenzi o accompagnasse, a volume basso, le nostre parole. Non ho mai scoperto da lei qualcosa che poi mi sia venuta voglia di riascoltare da solo, ma ciò che mi rimaneva impresso ogni volta era il suo sguardo smarrito quando l’intro della canzone che sceglievo io superava i 30 secondi.

I «Sì, ma quando cantano?» o «Ma le parole dove sono?» rompevano improvvisamente il discorso, quasi mettendola a disagio di fronte a una fonte sonora che riconosceva come estranea e perturbante.

Guardandomi attorno non posso fare a meno di notare come i suoi timori siano ampiamente diffusi: che sia post-rock, ambient, trip hop o elettronica sperimentale, la musica strumentale fa effettivamente paura a molti ascoltatori generalisti, mettendoli a disagio e cogliendoli impreparati di fronte a qualcosa a cui non sanno come reagire perché non abituati a una musica senza parole.

Mi sono quindi chiesto il perché, giungendo ad alcune personali conclusioni.

Un sentiero già tracciato

In foto, il compositore e artista giapponese Ryoji Ikeda durante una sua performance a Roma, nel 2015

In foto, il compositore e artista giapponese Ryoji Ikeda durante una sua performance a Roma, nel 2015

Il primo grande ostacolo è sicuramente rappresentato dall’assenza di un cantante che riesca a coinvolgere e di parole con cui empatizzare. Esattamente come leggiamo un determinato libro per vivere le sensazioni che l’autore vuole farci provare attraverso la narrazione, o guardiamo una commedia per ridere delle battute pronunciate dagli attori, le parole sono spesso il mezzo più semplice attraverso cui l’arte ci fornisce le emozioni.

Certo, anche un quadro o una scultura riescono a veicolare emozioni in chi le osserva, usando non la parola ma la forza delle loro immagini, ma queste necessitano già di una sensibilità più acuta e di un’attitudine più contemplativa e chi ne è sprovvisto si adopera subito a trovare una fonte verbale che lo coinvolga. Portate qualcuno disinteressato all’arte in un museo e, prima di guardare qualunque cosa, vi assicuro che darà sempre e comunque un’occhiata alle didascalie di ogni opera.

Questo perché le parole sono sempre una sicurezza, un punto fermo. Ogni parola ha i suoi significati limitati che altro non possono voler dire che quei significati. Possono proporsi come simboli e allargare il loro raggio di senso, ma riportano sempre e comunque a universi chiusi e incatenati da una specifica accezione.
Cosa succede quindi con una musica che non può contare sul supporto delle parole?

La musica strumentale come specchio, le parole come specchietto

In foto, la band The Cinematic Orchestra

In foto, la band The Cinematic Orchestra

La musica strumentale sfugge dal senso imposto dalle parole. Fornisce un mood e un atmosfera, ma le emozioni in gioco sono spesso complesse da decifrare. Addentrarsi nel mondo offerto dal solo susseguirsi delle note significa quindi aggirarsi senza una guida in quella dimensione interiore ed estremamente emotiva che la musica riesce a creare in ognuno di noi.

Quel senso di indeterminatezza spesso schiacciante ci fa quasi credere che essa ci conosca meglio di quanto conosciamo noi stessi e, come uno specchio, si fa anche strumento di analisi e riscoperta. Con la musica strumentale siamo costretti a indagare le nostre emozioni da zero, capire da soli perché una determinata melodia ci dà una sensazione e immaginare da noi storie, situazioni e immagini che essa ci suggerisce, senza limiti.
Il testo di una canzone, invece, anche il più ermetico ed enigmatico, ci restituisce sempre qualcosa a cui aggrapparci, delle piccolissime cellule di senso che orientano le nostre emozioni a riguardo.

Se aderiamo a quella forma di pensiero che vede la musica come parte fondamentale a comprendere la personalità di chi la ascolta, dovremmo quindi fare molta attenzione: un testo dice di noi solo ciò che accuratamente scegliamo e selezioniamo, come uno specchietto il cui uso – guarda caso – è proprio quello di rimettersi a posto e salvaguardare solamente un’estetica di facciata.

Paura o superficialità?

In foto, Garry Cobain e Brian Dougans del duo elettronico The Future Sound of London

In foto, Garry Cobain e Brian Dougans del duo elettronico The Future Sound of London

Ciò non vuole tuttavia sancire un equivalenza tra il non apprezzare la musica strumentale e l’essere persone superficiali e vuote. Anzi, si potrebbe addirittura azzardare che la difesa contro l’oblio generato degli strumenti sia simbolo di una personalità forte e decisa, che non trova motivi per perdersi in una riflessione interiore così fuori controllo.

Comprendere se stessi non è un’operazione facile e la paura di scoprirsi come qualcosa di diverso da quel che si pensava può essere dietro l’angolo, presi come siamo dal mediare continuamente tra noi e ciò che ci circonda. A volte si vuole semplicemente restar fermi su un’idea di sè che ci convince e ci permette di vivere sereni e andare avanti, dando coordinate precise a ciò che amiamo e ciò in cui crediamo. Ed è utile avere qualcuno che ci canti questi valori, che ci ricordi che esistono e che ci faccia sentire coccolati e compresi.

Ma a volte si vuole essere lasciati trasportare dalla corrente. Si vuole seguire un pattern elettronico per scoprire dove ti porta, perdersi nelle armonie di una chitarra o cercare una linea di basso nascosta in un tumulto di suoni.

Il viaggio che la musica strumentale ti porta a compiere ti arricchisce e cambia nella misura in cui tu sia disposto a farti trascinare nel suo universo di senso, un senso che l’ascoltatore non comprende finché non lo interiorizza e giustifica. Da qui, la paura di mettersi in gioco, scavare nelle viscere dell’indeterminato, accettare la sfida dell’ignoto che la musica ti propone.

Ne varrà davvero la pena?

Musica strumentale: alcuni consigli

Lascio a voi la risposta. E, nel farlo, mi prendo anche la libertà di consigliarvi quattro dischi il cui ascolto mi ha generato le sensazioni che mi hanno portato ad avere questa idea della musica strumentale e che mi hanno accompagnato durante la stesura di questo articolo.

Per i più avidi, ecco una playlist di tracce imprescindibili per addentrarsi nel mondo della musica strumentale.

About author

Vincenzo

Vincenzo "Notta" Riccardi

22 anni, in bilico tra Roma e Napoli senza ancora capire bene dove realmente appartengo. Studio Cinema, scrivo cose e vivo 5 anni indietro per recuperare tutte le cose belle che mi son perso. L'arte è meravigliosa, ma la musica talmente tanto da non meritarcela.

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