Rancore: «Io sono le mie parole»

0
In foto, Rancore sul set del video di Underman, primo singolo estratto da Musica per bambini

In foto, Rancore sul set del video di Underman, primo singolo estratto da Musica per bambini

È uscito Musica per bambini, il nuovo disco di Rancore, all’anagrafe Tarek Iurcich. Un disco sofferto, viscerale, potente, che scava nell’essenza più intima del suo autore, senza temere di rivelarne le fragilità.

Mi racconti perché hai scelto di intitolarlo Musica per bambini?

Volevo creare un ossimoro tra il titolo del disco e il suo contenuto. Ascoltandolo, ti rendi conto che c’è un grado di complessità tale, nei testi e nei concetti, da renderlo tutt’altro che un disco per bambini. Però, nella hermetic hip hop, che è il nome che ho attribuito al mio modo di fare rap, ci sono linee di significato che viaggiano parallele. Dunque, da una parte c’è la complessità, è vero, ma dall’altra c’è un’estrema semplicità nel cercare di raggiungere l’essenza più intima delle cose.

La sensazione che volevo dare è quella di un bambino che urla dentro alla propria culla, per farsi sentire dai genitori distratti, che pensano di capire quello che sta dicendo. Questo bambino, però, non riesce a farsi comprendere pienamente. La comunicazione è il centro fondamentale di questo disco. Ma non solo, anche il tema della crescita è ricorrente in Musica per bambini.

A proposito di Musica per bambini hai detto «È un urlo fatto senza pretese, come quando smetti di pensare che qualcuno può sentirti». Ma oggigiorno è davvero possibile non pensare a come il proprio lavoro verrà percepito dagli altri?

È molto difficile. Per scrivere questo disco, ho fatto un’importante ricerca dentro di me, per trovare quell’essenza di cui parlavo prima, quindi mi sono distaccato da un mondo che in realtà si era già staccato da me. Il senso di alienazione, che ho sempre provato, stavolta ho cercato di spiegarlo in maniera più articolata, senza mai essere dozzinale. Ho cercato di unire il mondo che ho dentro e quello che c’è fuori, attraverso l’utilizzo delle parole.

No, non è possibile esprimersi senza pensare a quello che gli altri penseranno di noi, perché viviamo nell’era dei social. Ma è proprio di questo che parlo: la comunicazione è al centro della nostra società, ma allo stesso tempo ci sentiamo sempre più soli. C’è un dislivello tra quello che il nostro tempo ci offre e il modo in cui ci sentiamo intimamente. Questo disco è un urlo perché tutti si accorgano che siamo soli, nonostante apparentemente siamo tutti connessi, tutti insieme.

Vorrei che mi raccontassi il tuo nuovo disco attraverso alcuni brani che ho scelto. Iniziamo da Underman, il singolo di lancio, in cui canti “È musica che non vende, di certo non fa i milioni / portando rispetto a tutte le donne scrive canzoni / musica che non parla di soldi e di medaglioni / per questo quando l’ascolti mi dici ‘Che due coglioni!’”. Mi sembra una presa di posizione piuttosto netta rispetto a un certo tipo di rap e di pubblico.

Non c’era modo migliore per tornare, dopo qualche tempo di assenza, e per far capire chiaramente la mia posizione senza alzare alcuna bandiera. Racconto chi sono, com’è fatta la mia musica e la musica che si sente in giro. È una critica, sì, perché tutti disprezzano le cose prive di complessità, eppure è quella roba lì a far girare il mondo. È questo il vero controsenso, non sono io, ma il mondo.

La quarta traccia del disco è una tappa fondamentale di Musica per bambini: si tratta di Depressissimo, un pezzo che affronta – con ironia e sagacia – il delicato tema della depressione.

Affronto una tematica delicata, è vero. Parlarne senza un certo livello di conoscenza potrebbe risultare dozzinale e pericoloso, oltre che egocentrico in modo fine a se stesso. Per scrivere Depressissimo, ho cercato di usare e canalizzare il mio egocentrismo. L’ho sempre evitato, a dire il vero, ma stavolta si è rivelato necessario. Infatti, il fulcro di questa malattia, la depressione, è l’egocentrismo, perché è il nostro “io” più intimo e profondo il protagonista di questo male.

Il problema è dentro di noi e deriva dalla resistenza che opponiamo alla depressione. Molti non hanno il coraggio di affrontarla, di ammettere che ci sia un problema, che far finta di niente non è altro che un palliativo. Non che io ce l’abbia, questo coraggio, ma ho la fortuna di avere le parole. Le ho cercate a lungo, fino a trovare quelle giuste per raccontare questa malattia in maniera tragicomica. Uso un superlativo perché è quello che utilizzano i bambini per descrivere qualcosa di grande. Ma utilizzo anche un iperlativo, ovvero depressissimissimissimo, e questo è un modo ironico per raccontare il grande male della nostra era, di cui purtroppo si parla poco.

La cover di Musica per bambini, il nuovo album di Rancore

La cover di Musica per bambini, il nuovo album di Rancore

Un altro pezzo a cui prestare attenzione è Centro Asociale, che – con un piglio decisamente irriverente e cinico – racconta l’assenza di comunicazione, il male più grande dei nostri giorni.

È il pezzo più cattivo del disco. È come se fossi rimasto solo e, quando sei solo, non temi più di dire quello che ti pare. Io ho sempre cercato di fare una musica-specchio, una musica che sta lì: quando ti specchierai, vedrai quello che sei. Per questo parlo di hermetic hip hop, perché ha più livelli di significato. Come uno specchio, ti mostra quello che sei, ma soprattutto quello che vuoi vedere di te.

Centro Asociale, invece, è un pezzo diretto, non concede a ognuno di trovare il proprio punto di vista: parlo di alienazione, di un mondo che vende una socialità virtuale. Per questo il mondo è un enorme centro asociale, dove ognuno ha la sensazione di esprimere se stesso e invece esprime solo quello che gli altri, che sono il nuovo Grande Fratello, vogliono. Si finisce per fare e dire quello che gli altri pretendono da noi.

E finiamo per essere quello che gli altri vogliono.

Sì, perché quando fai a lungo una cosa, diventi quella cosa lì.

In foto, Rancore sul set del video di Underman, primo singolo estratto da Musica per bambini

In foto, Rancore sul set del video di Underman, primo singolo estratto da Musica per bambini

Il disco si chiude con Questo pianeta. Rispetto a cosa ti senti alieno?

Spesso rispetto al semplice linguaggio, che è la cosa che ci qualifica. Nel momento in cui ti senti alieno rispetto al linguaggio, diventa un problema! (ride, ndr) Le parole creano le cose. Il mio modo di usarle viene definito complesso, non diretto, ma per me è un punto di forza. Per molti, invece, è una debolezza.

Quello che faccio nel brano è rimproverare agli altri quello che è sempre stato rimproverato a me. Ho smesso di voler capire chi non ha mai capito me, chi ha sempre messo un’etichetta addosso alle mie parole e non si è mai impegnato a comprenderle. Ho capito che parliamo lingue diverse. Come tu non hai voglia di ascoltarmi, io non ho voglia di ascoltare te, perché voglio tornare a essere bambino e prendermi la libertà di parlare una lingua ermetica, fatta di segni e codici, non per forza immediata e diretta, non alla tua portata, perché tu vuoi soltanto semplificarmi per comodità.

Facciamo un passo indietro. Hai iniziato il tuo percorso musicale nei primi anni Duemila, in piena adolescenza. Cosa ti ha spinto a esprimerti attraverso il rap?

Quello che ho sempre amato del rap è la creatività, accendi dei recettori nel tuo cervello che ti permettono di ascoltare con molta più attenzione quello che gli altri dicono e di rielaborare tutto quello che hai intorno fino a dargli una forma inedita. Tutto questo è alla base del rap, dell’hip hop e della musica in generale. Quello che mi piace del rap è che rompe i recipienti dentro cui il mondo chiude gli oggetti, le parole, le persone, nel momento in cui le definisce. Facendo le rime, io sono costretto a smontare le parole, quindi quei recipienti, e a uscir fuori dai concetti stessi per rielaborarli e capirli fino in fondo. Il rap smonta le definizioni e va oltre.


La gente, un tempo, doveva fare una ricerca approfondita per arrivare al rap. Oggi le viene sbattuto in faccia e molti cadono nel tranello di banalizzarsi per raggiungere una finta universalità.


Nel tempo, la scena rap italiana ha subìto notevoli cambiamenti. Negli ultimi anni, poi, ho come l’impressione che si sia indirizzata verso un pubblico mainstream, risultando spesso snaturata. A tuo parere, in che stato di salute versa il rap, oggi, in Italia?

La storia vive dei cicli. Questo è il momento in cui un certo tipo di rap è molto in alto, mentre un altro tipo di rap si trova dal lato diametralmente opposto. Non voglio dare giudizi su un fenomeno passeggero, è come analizzare un pezzettino di fiume. Il fiume va osservato nella sua totalità. A definire il rap, in questo momento, sono i media attraverso cui passa, i mezzi utilizzati per promuoverlo, gli investimenti che si fanno per renderlo accessibile a più gente possibile.

Il pubblico, ovviamente, dopo l’intervento dei media, dei mezzi di diffusione e gli importanti investimenti fatti, si è inevitabilmente avvicinato a questo genere. La gente, un tempo, doveva fare una ricerca approfondita per arrivare al rap, oggi le viene sbattuto in faccia ed è ovvio che le cose siano cambiate. Una cosa buona, però, è successa: il rap ha finalmente ottenuto la sua ufficialità anche in un Paese come l’Italia. Poi, è chiaro, tutti i fatti positivi hanno il rovescio della medaglia con cui fare i conti.

Come ad esempio il fatto che una cosa, per arrivare a essere alla portata di tutti, viene spesso semplificata.

Esatto. Io, poi, sono convinto di una cosa: esiste una grande differenza tra la banalità e l’universalità. Si può esprimere un pensiero universale attraverso un’estrema semplicità, che non è banalità, attenzione. Quindi, a volte, un pensiero universale, proprio per il fatto di essere semplice, diventa più facilmente commerciale e per questo viene denigrato. Una cosa commerciale non è automaticamente negativa. Anzi, il fatto che alcune cose siano commerciali deriva proprio dal fatto che sono universali, questo vuol dire che sono condivise da più persone. Però molti cadono nel tranello di banalizzarsi per raggiungere una finta universalità.

Non si può certo dire che tu non sia uno con le idee chiare. Faresti mai il giudice in un talent show?

Non mi sono mai sentito adatto a fare il giudice nemmeno nelle gare di freestyle. A volte faccio fatica persino a giudicare me stesso, figuriamoci gli altri.

Concludo tutte le mie interviste con questa domanda: qual è la parola più importante della tua vita?

Il contrario del mio nome, quindi “perdono”.

About author

Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

No comments

Potrebbero interessarti

Un frame da Autopsy –The autopsy of Jane Doe

Jane Doe, l'autopsia americana dall'accento nordico [ANTEPRIMA]

[caption id="attachment_9355" align="aligncenter" width="1024"]

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi