I Siberia: «Vi spieghiamo da cosa si vuole scappare»

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In foto, i Siberia, Eugenio Sournia (voce e chitarra), Luca Pascual Mele (batteria), Cristiano Sbolci Tortoli (basso) e Matteo D'Angelo (chitarra)

In foto, i Siberia, Eugenio Sournia (voce e chitarra), Luca Pascual Mele (batteria), Cristiano Sbolci Tortoli (basso) e Matteo D’Angelo (chitarra)

I Siberia sono: Eugenio Sournia (voce e chitarra), Luca Pascual Mele (batteria), Cristiano Sbolci Tortoli (basso) e Matteo D’Angelo (chitarra). Si vuole scappare è il loro secondo album uscito il 23 febbraio per Maciste Dischi.

Qui il frontman Eugenio Sournia qualcosa in più sulla loro identità musicale, sui progetti futuri e tante altre cose belle.

Il vostro nome trae origine dal romanzo Educazione siberiana, perché? Cosa vi ha ispirato?

Quando avevo circa 19 anni lessi questo libro per la prima volta. Al di là dei meriti letterari di Nicolai Lilin, credo che il pregio principale di questo libro sia la grande evocatività. Quando si sceglie il nome di una band, direi che si pensa prima all’atmosfera che quel nome evoca, piuttosto che al vero e proprio significato della parola che vuoi utilizzare. Nel nostro caso è andata esattamente così.

Andiamo con ordine. Nel vostro prima album, dal titolo In un sogno è la mia patria, sfumano i contorti della realtà. Da dove nascono le immagini rievocate in questo disco?

È un disco fortemente lirico e radicato nell’adolescenza. Un disco di sogno, di pose, di immaginazione. C’è anche molto vissuto, molto reale; ma questo è trasfigurato attraverso una lente poetica. A distanza di qualche anno dalla scrittura di quelle canzoni, posso dire che è stato un disco necessario, perché tutta quella messe di pensieri, parole, sentimenti, andava messa in musica e non poteva ricevere una forma diversa da quella che poi effettivamente ha preso.

La vita vissuta d’impatto è invece raccontata nel vostro secondo lavoro, Si vuole scappare, ma da cosa vogliono scappare i Siberia?

Si vuole scappare è sicuramente un disco più attento alla realtà che ci circonda. Un disco, se non “politico”, sicuramente “sociale”, proprio perché vuole avere un impatto sul mondo esterno e in particolare sulle persone della nostra fascia d’età. Direi che il “si vuole scappare” è piuttosto sarcastico: la nostra generazione vuole scappare dalle responsabilità, dalla vita adulta, in una parola dal reale.

Abbiamo un nuovo attore, che è la tecnologia: attraverso di essa, sembra davvero possibile come mai prima d’ora fuggire in un mondo immaginario, privo di qualsiasi vincolo, dove tutto è lecito. È un dato di fatto e anche chi scrive si riconosce in questa descrizione. Ma dobbiamo parlarne e proporre delle soluzioni.

Nel singolo Nuovo pop italiano cantate che “la tristezza a volte è quello che vogliamo”. Perché l’essere umano ha così tanta paura del dolore?

A mio avviso il rapporto col dolore è di odio e amore. Sicuramente tutti vogliono fuggire il dolore e andare incontro al piacere; e tuttavia ci si rende ben presto conto di come l’esperienza del patimento sia catartica, liberatoria, e possa soprattutto accrescere in molti modi.

Questa frase in un certo senso sintetizza questo pensiero, che non è certo originale ma è vecchio come l’umanità; e tuttavia oggi c’è una certa mancanza di artisti che sembrino riconoscere l’importanza dell’esperienza del dolore.


La canzone italiana ha bisogno di questo: cura del suono, del testo, dell’immaginario anche “pubblicitario” dei suoi artisti. Altrimenti saremo costretti a scendere sempre più in basso negli espedienti testuali da utilizzare per attirare l’attenzione di un pubblico fortemente deconcentrato.


Tra i vostri riferimenti musicali ci sono da una parte Interpol ed Editors dall’altra Baustelle e Luigi Tenco. Ma secondo voi la canzone italiana verso quale direzione sta andando?

La canzone non sparirà mai. Il pane dell’alimentazione musicale del pubblico italiano; gli adolescenti oggi ascoltano principalmente rap, ma è la stessa lingua italiana a “ingentilire” questo genere, che così è meno basato sul groove e più sulla melodia. Semplicemente abbiamo suoni meno consonantici dell’inglese o del tedesco; l’approdo alla canzone è spontaneo.

Sicuramente uno spazio che manca, nella canzone di oggi, è quello di testi un po’ più impegnativi. Ma credo sia semplicemente ciclico: anni di “impegno” (Brondi, Teatro degli Orrori, Ministri…) hanno partorito questa ondata più spensierata (Gazzelle, Calcutta…).

In tutto questo vorrei spezzare una lancia a favore del cantautore di Latina: dopo Mainstream, molto lontano dal mio gusto personale, ha saputo sfruttare i consensi raccolti per creare un disco (il recentissimo Evergreen) che a livello di produzione è davvero ricco, piacevole, internazionale nel senso migliore del termine. Un album finalmente suonato, curato in ogni arrangiamento. Ecco, la canzone italiana ha bisogno di questo: cura del suono, del testo, dell’immaginario anche “pubblicitario” dei suoi artisti. Altrimenti saremo costretti a scendere sempre più in basso negli espedienti testuali da utilizzare per attirare l’attenzione di un pubblico fortemente deconcentrato.

La cover di Si vuole scappare, il nuovo album dei Siberia

La cover di Si vuole scappare, il nuovo album dei Siberia3

In Tramonto per sempre, cantate che “davanti all’amore si vuole scappare ed è tutto quello che causa il nostro tormento”, che visione avete di questo sentimento?

Per me questa è una grande verità. L’amore è come un farmaco, tutti ne hanno bisogno, ma al tempo stesso riceverlo dà una forte responsabilità, non ci si può permettere di disprezzare il tesoro che si riceve. Questo fa sì che spesso si sia nauseati dal ricevere amore. È una legge immutabile della psicologia: “in amor vince chi fugge” vuol dire che vi è una repulsione istintiva per l’amore sbattuto in faccia. E questo è più vero ancora in un tempo come il nostro, dove appunto si tende a ritardare ad libitum l’assunzione di responsabilità che l’essere amati, più che l’amare, comporta.

Il 1 giugno partirà il vostro tour da Chieti, attraverserete diverse città italiane per approdare il 14 agosto al prestigioso Sziget Festival di Budapest. Cosa vi aspettate da questa esperienza?

Andare in tour, per quanto abbiamo potuto apprezzare finora, è un’esperienza estremamente positiva. Ciò è dato anche dal rapporto personale che ci lega: siamo davvero amici, ci frequentiamo assiduamente anche fuori dagli impegni musicali. I concerti possono andare bene o meno bene, ma credo che il pubblico si accorga del legame che esiste tra di noi, ciò che è evidente anche sul palco.

Amiamo molto suonare dal vivo perchè veniamo dal rock e questo genere vive di sudore, di palco, di energia. L’esperienza ungherese sarà la ciliegina sulla torta, ma affidiamo molte più aspettative ai concerti italiani; sarà lì che dovremo conquistare più cuori possibile.

Ora facciamo un gioco di “condivisione musicale”. Se doveste regalare una canzone (non vostra) a una persona molto importante per voi, che brano sceglieresti?

Credo che ora come ora sceglieremmo un brano de Il teatro degli orrori, forse La canzone di Tom. Un brano che, pur in una forma musicale molto diversa dalla nostra, più aggressiva, sintetizza bene la nostra filosofia.

Chiudiamo l’intervista parlando di un luogo, di un tramonto, di un cielo. Qual è il vostro posto nel mondo?

Livorno è la nostra città adottiva, ma tutti abbiamo origini straniere. Siamo degli sradicati, che pure hanno trovato una patria l’uno nell’altro.

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Giulia Perna

Giulia Perna

Meglio conosciuta come Capa Riccia. Salernitana di nascita e bolognese per amore di questa città. Sta per conseguire la laurea specialistica in Comunicazione pubblica e d'impresa. Si definisce "malinconica per vocazione". Da grande vorrebbe osservare le stelle. Crede nella forza delle parole, nella bellezza che spacca il cuore e nella gentilezza rivoluzionaria. Le piace andare ai concerti, mischiarsi tra la gente, sentire il profumo del mare e camminare sotto i portici.

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