You Hate, We Donate: combattere l'odio con la solidarietà

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Illustrazione di Chiara Meloni (@chiaralascura) per You Hate, We Donate

Illustrazione di Chiara Meloni (@chiaralascura) per You Hate, We Donate

Da qualche giorno su Instagram è apparso il profilo di You Hate, We Donate. Voi odiate, noi doniamo. La descrizione del profilo spiega brevemente: «A ogni uscita pubblica razzista/omofoba/sessista segnaliamo enti a cui donare che lavorano sul campo». Una delle ultime foto che hanno postato, per esempio, ritrae alcuni migranti sulla battigia di una spiaggia e menziona – tra gli altri – Medici senza frontiere, Sos Mediterranee, la onlus Dritti al cuore: doniamo a loro, in risposta all’ormai celebre «È finita la pacchia» del Ministro dell’Interno. E ancora una serie di enti che si occupano dei diritti dei lavoratori e di lotta al caporalato.

Un progetto originale, del quale abbiamo parlato con una delle sue ideatrici e collaboratrici, Marianna Peracchi.

Marianna, come vi è venuta l’idea di You Hate, We Donate? C’è stato un evento in particolare che vi ha colpito, dando inizio a tutto?

«L’idea nasce da un’azione fatta dalla blogger Simona Melani, immediatamente dopo le dichiarazioni del nuovo ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, secondo cui “le famiglie arcobaleno non esistono”. Simona, che ho conosciuto per lavoro anni fa, ha scelto in seguito a queste dichiarazioni di fare una donazione ad Arcigay a nome del Ministro stesso. Mi è sembrata una piccola azione, ma che aveva il potere di ribaltare una situazione: da una frase detta per generare odio, si può invece trarre beneficio andando a supportare le associazioni che ogni giorno combattono e sensibilizzano sul campo.

«Ho preso il post di Simona e ne ho parlato in un gruppo di cui faccio parte cercando di capire se poteva diventare un’azione sul lungo periodo: la discussione che ne è generata è un bell’esempio di partecipazione e da lì è venuta l’idea di You Hate, We Donate, ideato, strutturato e realizzato in tempi da record grazie a un team motivatissimo».

La donazione a nome del ministro Fontana in effetti ha generato dibattito. Creare una discussione rientra tra i vostri obiettivi o può essere semplicemente un effetto collaterale delle donazioni? «Il dibattito su questi temi e sui diritti civili, quando è ovviamente costruttivo, è sempre benvoluto. Abbiamo avuto le nostre critiche, quasi sempre pacate, e siamo ben consapevoli che non stiamo salvando il mondo. Ma ci sono molti modi di fare attivismo e, per quanto molti ritengano disdicevole dirlo ad alta voce, le donazioni dei privati sono la linfa che permette alle associazioni di lavorare sul campo e di essere libere da pressioni politiche. «Inoltre, fare una donazione, è un modo per sentirsi un po’ meno impotenti: molti di noi hanno questa sensazione – di non poter fare nulla di fronte a queste dichiarazioni di odio che ogni giorno vengono rimbalzate da ogni dove – e la sensazione di impotenza è una gabbia che ti blocca, ti impedisce di fare qualsiasi cosa. Se invece riusciamo a ottenere qualcosa di piccolo – sensibilizzare una singola persona sul tema, fare una piccola donazione ad un’ente specifico, parlarne con i nostri contatti – e, nello stesso momento, ci sentiamo parte di qualcosa, possiamo sentirci meno impotenti e si pongono le basi per la società civile». Quante persone collaborano al progetto in questo momento? «Al progetto collaborano attivamente una decina di persone – chi più, chi meno – in base alle disponibilità di tempo che ognuna di noi ha. In più abbiamo il supporto del gruppo di cui sopra».

Avete qualche tipo di accordo con gli enti a cui vengono fatte le donazioni? 

«Nessuno. Scegliamo le associazioni in base a quanto siano pertinenti col tema, ovvero quanto il loro lavoro vada a occuparsi proprio di quelle persone che sono state attaccate.

Ci tengo a precisarlo: noi non prendiamo soldi, nessuno di noi è pagato, siamo tutti volontari. Le donazioni vengono fatte alle associazioni direttamente. Ci mettiamo in contatto con le associazioni, più che altro, per capire quanto una dichiarazione di odio abbia in realtà generato un beneficio».

Cosa deve fare una persona che s’imbatte nel vostro progetto e vuole prendervi attivamente parte?

«Se può, secondo le sue possibilità, fare una donazione e comunicarcela. Se volesse collaborare in altra maniera, a seconda della sua sfera di competenza, basta scriverci: siamo più che disponibili».

Alcune delle donazioni fatte dai follower di You Hate, We Donate

Alcune delle donazioni fatte dai follower di You Hate, We Donate

Come scegliete le “cause” a cui dedicarvi?

«Come accennavo prima, per pertinenza. Ci informiamo, chiediamo, valutiamo. Cerchiamo di essere il più scrupolosi possibile nel cercare di trovare quali sono le associazioni che abbiano raggio di azione sulla tematica».

Progetti particolari in vista? Cosa vi aspettate dal futuro di You Hate, We Donate? 

«Onestamente, è stato tutto molto improvviso, non ci aspettavamo di avere questo supporto. Siamo molto orgogliosi di questi ultimi giorni, ma stiamo anche cercando di organizzare una strategia sul lungo periodo.

«Sicuramente ci piacerebbe sensibilizzare le persone su diritti importanti, ma che, sempre di più, vengono alla ribalta solo quando vengono messi in discussione o in pericolo. Forse può sembrare poco, ma anche questa è una forma di resistenza».


Intervista realizzata da Guendalina Ferri e Anna Scassillo.

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