Il nuovo spot Chicco fa schifo (gravemente)

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Immagine tratta dallo spot Baby Boom, della nota azienda italiana Chicco

Immagine tratta dallo spot Baby Boom, della nota azienda italiana Chicco

Si chiama Baby Boom ed è stato pubblicato sulla pagina Facebook di Chicco. Si tratta del nuovo spot del famoso marchio di articoli per l’infanzia e la parola schifo è la prima che mi è venuta in mente guardandolo, ma non basta.

Quindi ho scritto tre paragrafi.

Riassuntazzo della pubblicità

Chicco racconta che quando l’Italia vince ai mondiali tutti sono allegri e fanno sesso, quindi nove mesi dopo loro vendono più passeggini e fanno tanti soldini. Quest’anno però l’Italia è fuori dai mondiali, allora quelli di Chicco sono preoccupati perché le persone si dimenticheranno di scopare e non ci sarà nessun Baby Boom.

Perrisolvere l’incombenza Chicco lancia un appello agli italiani: ricordatevi di scopare. E invita a farlo per l’Italia, sostenendo che la Nazione ha bisogno di bambini. E, in nome dell’Italia, cambia il tono di voce dell’attore che improvvisamente, preso da una vena entusiastica, proclama: “Facciamolo per l’Italia! Facciamolo tutti, l’uno con l’altro! Sommiamoci! Moltiplichiamoci fino all’infinito! Facciamolo per amore, o semplicemente per il piacere di farlo! Facciamolo dovunque, ovunque e comunque sia! Facciamolo! Facciamolo per l’Italia! Perché in questo mondiale i gol li segniamo noi!”.

Lo spot si conclude con una modifica del sedimentato pay off di Chicco, che cambia da “Dove c’è un bambino” a “Dove ci sarà un bambino”.

Perché lo spot Chicco è una cacca (e puzza di fascio)

Immagine tratta dallo spot Baby Boom, della nota azienda italiana Chicco

Immagine tratta dallo spot Baby Boom, della nota azienda italiana Chicco

Cari colleghi responsabili della comunicazione di Chicco, questo messaggio è problematico sotto più aspetti. Ad esempio, ci avete mai pensato che chi lo fa “solo per il piacere di farlo” magari non lo fa per avere un bambino e che se non lo fa per avere un bambino magari è meglio che non rischi di averlo? E, soprattutto, ci avete mai pensato che chi vuole un bambino e non lo fa, non è perché si è dimenticato di fare sesso, ma perché mancano i soldi per sostenere un bambino e comprare tutte le cose di cui ha bisogno, cose che state cercando di vendere?

La pubblicità può risultare divertente per qualcuno con un senso dell’umorismo diverso dal mio, come è evidente dai commenti al video, ma non farà fare un centimetro avanti alla crescita demografica semplicemente perché non ha niente a che vedere con le cause della sua crisi. E poi, abbiamo capito tutti che avete bisogno di nuovi culetti morbidi a cui mettere i vostri pannolini, ma c’è davvero bisogno di far passare l’Italia per la portatrice di questa battaglia?

Nominando l’Italia il messaggio diventa politico. Invitare a dare figli alla nazione è un messaggio politico. Vi viene in mente qualcosa? No, prima del Family Day. No, no, molto prima della campagna del Fertility Day. Ecco. Avete trovato quello che chiama “Italiani!” dal balcone.

Immagine tratta dallo spot Baby Boom, della nota azienda italiana Chicco

Immagine tratta dallo spot Baby Boom, della nota azienda italiana Chicco

Quel tipo lì affrontò la questione demografica in chiave di salvezza nazionale e cercò di dare al Paese una forte spinta natalista. Lo scopo che Mussolini intendeva raggiungere era una popolazione di 60 milioni in una nazione che ne contava 40. Alla base, due ragioni. Da un lato vi era un pensiero mercantilistico. I neomercantilisti si preoccupavano di fornire manodopera a basso prezzo, soddisfare le esigenze militari e mantenere alta la domanda interna. Dall’altro lato c’erano le preoccupazioni circa le minoranze etniche, che con le loro caratteristiche razziali si presumeva indebolissero l’identità dello Stato nazionale.

In un momento in cui il dibattito sull’identità nazionale è nuovamente forte, in un momento in cui i razzisti, cullandosi sulla consapevolezza di essere appoggiati dal Governo, non si vergognano di definirsi tali, in un momento in cui il nazionalismo è dibattito pubblico, questa pubblicità sta facendo politica e si sta schierando. E schierarsi politicamente non è marketing conveniente per un marchio che, come Chicco, si rivolge alle famiglie.

Quindi, cari colleghi, non solo avete fatto un lavoro senza etica, ma per giunta controproducente al vostro marchio. Pensavate di essere riusciti perché la gente mette like al video? Bene, smettete un attimo di annusarvi le scoregge a vicenda e leggete tutti i commenti: c’è anche gente che scrive “Se Mussolini fosse vivo farebbe creare una pubblicità esattamente come questa. Rifletteteci un secondo per favore. Ma davvero per voi la soluzione è sfornare figli a casaccio?”; “Avete insultato parecchi giovani con questo spot. Tutti coloro che non possono permettersi un figlio, e sono tanti”; “Non siamo macchine da riproduzione volte a ingrassare le tasche altrui”; “I mondiali non c’entrano […] non posso fare la madre visto che questo Paese non mi garantisce una dignità!”.

Cari colleghi di Chicco, lancio io un appello a voi: fate un passo indietro e ammettete di avere fatto una gran porcata.

“L’importante è che faccia parlare di sé”

Immagine tratta dallo spot Baby Boom, della nota azienda italiana Chicco

Immagine tratta dallo spot Baby Boom, della nota azienda italiana Chicco

Scrivo un paragrafo extra per rispondere al prevedibilissimo commento che molte persone farebbero. Rispondo in due semplici punti.

  1. Non è vero che una buona pubblicità è quella che, bene o male, fa parlare di sé. Può essere vero in politica, come quando usava questo concetto Andreotti, ma non vale lo stesso presupposto per la pubblicità commerciale. Chi ci conferma questo? Ce lo confermano i dati delle vendite seguite a pubblicità controverse di vari marchi, pubblicità che magari hanno offeso una fetta di clienti che ben presto hanno smesso di esserlo. Il principio vecchio decrepito del “basta che se ne parli” può andar bene per un negozietto di quartiere, può andar bene per un piccolo marchio ancora poco noto che vuole farsi conoscere a tutti i costi, ma è oggettivamente controproducente economicamente per un marchio già famoso e sedimentato nel mercato italiano.
  2. Questa pubblicità non è una pubblicità controcorrente. Non è una pubblicità che spicca e si fa notare per originalità, anzi è perfettamente inserita nella cultura dominante e nel pensar comune della maggioranza. Siamo bombardati, quest’anno più che prima, da pubblicità che pongono il loro centro sull’italianità. “La nostra estate italiana”. “È ’alba di una nuova colazione italiana, solo farina poco raffinata e 100% italiana”. “Ritrova il gusto di mangiare italiano”. “100% pomodori italiani”. “I grani antichi sono italiani, e rendono i frollini integrali semplicemente unici”. Se non lo avevate notato, cominciate a farci caso. Siamo bombardati da questi messaggi ogni giorno. Potremmo immaginare che questi spot siano stati progettati in occasione dell’anno dei mondiali, oppure possiamo pensare che siano il frutto di un nuovo vento politico, in ogni caso Chicco non offre niente di diverso e tra calcio, Italia e sesso, gioca facile, anzi “gioca in casa”.

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Milena Vesco

Milena Vesco

Nata ad Alcamo, in una Sicilia troppo lontana dal suo modo di essere. Ha preso molto sul serio il fatto che "in principio era il Verbo" e adesso studia Comunicazione a Bologna. Il suo obiettivo principale è diventare ogni giorno se stessa.

2 comments

  1. Vlad 13 luglio, 2018 at 00:08 Rispondi

    nessuno fa figli “per l’Italia” nè tantomeno si fa sesso per l’italia, si fanno figli perchè lo si vuole è una libera scelta come c’è chi non li vuole e fa sesso lo stesso, perchè il sesso si fa per piacere non solo per riprodursi

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