Instagram, visto da chi non ce l’ha

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Ci sono tutta una serie di cose che in questa vita farò sempre fatica a comprendere. Tra queste, senza alcun dubbio, ne svetta una: Instagram.

Ci sono tutta una serie di cose che in questa vita farò sempre fatica a comprendere. Tra queste, senza alcun dubbio, ne svetta una: Instagram.

Ci sono tutta una serie di cose che, perlomeno in questa vita, farò sempre molta fatica a comprendere. L’algebra, per esempio, che è un grande classico. O il perché le case degli anziani sembra abbiano tutte lo stesso identico odore. Le imperscrutabili ragioni che spingono alcune persone a dire cose come “cucinare mi rilassa”. L’insondabile mistero costituito dalla ferrea volontà di Carlo Conti nel voler assumere il colore delle mattonelle da esterni. Infine, non capisco Instagram.

Instagram è un social network che per tutta una serie di questioni dovrebbe esercitare un certo appeal su di me. È colorato, alla moda, facile da usare. Inoltre, mi permetterebbe di fotografare me stessa più di tre volte al giorno senza far balenare nella mia mente la possibilità di stare silenziosamente varcando il confine del disturbo mentale. Secondo una statistica citata da www.statista.com risalente all’aprile di quest’anno, il suddetto social è utilizzato in gran parte da utenti compresi in un range di età che va dai 18 ai 24 anni. Avendone 22, sarei teoricamente a mio agio in questo microcosmo.

Più che l’asettica statistica, però, quello che io posso offrire dal mio limitato e circostanziato punto di vista, è l’impatto del fenomeno a livello puramente personale e, come dire, percepito. Praticamente, il novanta per cento delle mie amicizie o conoscenze utilizza Instagram. Questo ha fatto sì che io abbia potuto osservare il fenomeno da una distanza tale da permettermi di capirlo senza essere completamente assorbita da questo universo parallelo fatto di hashtag, foto di cocktail ed espressioni come “vita da bomber” dette senza ironia.

Perché un semplice social network mi fa sentire come Wendy nell’Overlook Hotel?

Anche quell’insalata Bonduelle, la Mariangela Fantozzi dell’arte culinaria, con le giuste luci e l’inquadratura calcolata può sembrare una Cindy Crawford della Nouvelle Cuisine.

Anche quell’insalata Bonduelle, la Mariangela Fantozzi dell’arte culinaria, con le giuste luci e l’inquadratura calcolata può sembrare una Cindy Crawford della Nouvelle Cuisine.

Io lo so. Io lo sento. Quando sono in compagnia di un Instagrammer (si dice così? Dite così voi giovani?) posso sentire quando arriva il Fatidico Momento. Non importa che non sia nulla di straordinario, o anzi, che sia qualcosa di piuttosto banale. Lui (o Lei) toglieranno lo smartphone dalla tasca e con grazia felina lo immortaleranno seduta stante. Può essere un caffè, un’insalata rinsecchita di quel tipo di ristoranti con i menù plastificati, un tramonto visto da un locale sul mare che sfida l’abusivismo edilizio. Anche un ottantenne che si spiana i calli su una panchina del centro, con il giusto filtro, può andare bene. L’importante, a quanto pare, è fotografare il momento e renderlo artificialmente migliore di quello che è.

Anche quell’insalata Bonduelle, la Mariangela Fantozzi dell’arte culinaria, con le giuste luci e l’inquadratura calcolata può sembrare una Cindy Crawford della Nouvelle Cuisine.


Da cosa nasce questo impulso viscerale che spinge masse di individui a fotografare la tazza nella quale si pucciano i Bucaneve?


Ma, perché? È ormai acclarato che su Instagram si attui una sorta di manipolazione orwelliana della realtà in cui tutti fingono di vivere molto meglio di quanto in realtà non facciano. Ma, al tempo stesso, un social non fa miracoli. A meno che tu non sia un ereditiere russo con la tigre del Bengala nel posto passeggeri della Maserati, è probabile che tu abbia una vita più e meno nella norma. Standard. Mediocre. Fatta di cose semplici e in generale condivise. Quindi, cosa spinge le persone a voler immortalare il magari-esteticamente-impeccabile-ma-pur-sempre-comunissimo drink sulla spiaggia? Da cosa nasce questo impulso viscerale che spinge masse di individui a fotografare la tazza nella quale si pucciano i Bucaneve? Come spiegherebbe Freud quell’ardente volontà che spinge centinaia e centinaia di giovani (e non) a voler comunicare agli altri il fatto di stare facendo una passeggiata in centro?

Peraltro, non riesco a capire perché qualcuno possa voler desiderare mostrare compulsivamente a tutti la propria vita. Dov’è il mistero? Dov’è la possibilità di dire “avevo lasciato il telefono a casa” quando non si vuole rispondere alla chiamata di qualcuno? E dov’è finito il gusto di aspettare che una persona effettivamente ti chieda cosa tu abbia fatto l’altra sera? E poi, la mia privacy dovrebbe finire dove inizia la mia voglia di essere cool e social e alla moda? Queste sono, ovviamente, delle considerazioni che si possono fare tranquillamente anche di altri social network, ma ho notato che le possibilità di fare Stories su Instagram ha moltiplicato le occasioni in cui la gente sente quella vocina nella testa che dice: fotografalo.

In tutto questo, io non critico Instagram, né i suoi utenti. Semplicemente, mi faccio delle domande. Osservo quello che ho intorno. E, per questo, ho deciso di mantenermi fuori da questa realtà virtuale che richiederebbe un’ostentazione continua della mia vita che non ho né la forza né il tempo di sostenere. Probabilmente ogni volta che prenderò un Mojito sarò l’unica nel gruppo a non fotografarlo e, per un attimo, sarò al di fuori di una dimensione a me incomprensibile, ma che accomuna i miei coetanei. Tutto sommato, è un prezzo che sono disposta a pagare.

Hashtagprezzodapagare.

About author

Beatrice Galluzzo

Beatrice Galluzzo

Femmina, 23 anni, studentessa di Scienze Politiche. Sogno una vita in cui nessuno senta mai il bisogno di toccarmi mentre parla. Il mio futuro è incerto, ma probabilmente costellato di gatti persiani.

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