Se insultare Salvini ci rende come Salvini

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In foto, il ministro degli Interni Matteo Salvini e alcuni suoi tweet riguardo l'accoglienza dei migranti e l'iniziativa del periodico Rolling Stone #NoiNonStiamoConSalvini

In foto, il ministro degli Interni Matteo Salvini e alcuni suoi tweet riguardo l’accoglienza dei migranti e l’iniziativa del periodico Rolling Stone #NoiNonStiamoConSalvini

A me, come a voi, quei commenti così violenti a notizie di politica fanno arrabbiare. Il più delle volte quando si tratta di commenti contro Salvini, Trump e quelli che mai voterei. Lo riscrivo: il più delle volte quando si tratta di commenti contro Salvini e Trump.

Questo perché le vedo scrivere da chi ha idee politiche simili alle mie. E mi dico: ma non eravamo a favore di una proposta diversa?

Fanno rabbia, perché dare addosso al politico che non ci piace di turno ha due effetti: dargli potere di tenere il timone del dibattito pubblico e fare lo stesso errore che gli imputiamo, cioè puntare alla parte più violenta e chiusa di mente degli elettori.

Scrive Gianrico Carofiglio ne Con i piedi nel fango:

Oggi nella cosiddetta vita pubblica assistiamo a un esercizio sistematico di sdegno, cioè risentimento e disprezzo, mentre servirebbe una pratica consapevole dell’indignazione, intesa come nobile di rifiuto attivo delle ingiustizie e dei torti.
Ringhiare contro gli avversari, denigrarli, disprezzarli produce una gratificazione molto intensa, breve, tossica. Come una dipendenza tossica da rancore.

Interessante quanto scrive Enrico Mentana a proposito della copertina di Rolling Stones contro Salvini: “Il giornalismo è fatto di racconto e di confronto delle idee, di attacco alle posizioni ritenute sbagliate, o perfino pericolose. Mai però la scelta di una persona liberamente eletta come bersaglio, come uomo nero”.

Se individuiamo un capro espiatorio a cui dare addosso, facciamo lo stesso errore di chi stiamo criticando. E inoltre stiamo lasciando che una classe politica che vende slogan xenofobi e razzisti influenzi anche noi, spingendoci a parlare con lo stesso tono violento, e gli diamo potere.

E invece, suggerisce un gruppo di scrittori e intellettuali, l’uomo nero dobbiamo affrontarlo.

Un post dalla pagina Facebook Che schifo salvini

Un post dalla pagina Facebook Che schifo salvini

L’antropologista americana Margaret Mead, già negli anni Sessanta denunciava:

Il profeta che ammonisce senza presentare alternative accettabili, contribuisce ai mali che enuncia.

Amos Oz, giornalista israeliano, scriveva in Contro il fanatismo:

Il contrario di compromesso è fanatismo, morte.

E cioè la disponibilità ad ascoltare l’altro, a ragionare su ciò che dice, e poi confutarlo è necessario per permettere il dialogo, grande diastole della società democratica. Mentre invece chiudere il discorso dichiarandosi contrari perché non ci piace chi sta parlando non porta a nulla, se non a farci perdere di credibilità.

"Gemitaiz choc contro Salvini: «Se muori facciamo una festa». Poi aggiunge: «Odio i razzisti»", da Leggo.it

“Gemitaiz choc contro Salvini: «Se muori facciamo una festa». Poi aggiunge: «Odio i razzisti»”, da Leggo.it

Dobbiamo ascoltare e urlare meno. Perché gridare già lo fa il Salvini in carica: e bisogna capire perché è tanto seguito, tornando coi piedi sulla Terra e accettando che chi lo vota non è un alieno ma il nostro vicino di casa, forse qualcuno che abita con noi. Capire perché quegli slogan risuonano e motivare a chi non la pensa come noi prché non ci convincono.

Se viviamo una situazione politica così difficile è perché chi è al governo ha saputo convincere gli elettori, parlare alle loro corde più sensibili. La risposta di chi aborrisce slogan di chiusura e violenza non può e non deve essere con lo stesso tono.

Un post d'odio su Facebook rivolto a Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni

Un post d’odio su Facebook rivolto a Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni

Ne Il signore delle Mosche, romanzo contro fascismi e dittature, William Golding, che vinse un Nobel della Letteratura, descrive gli albori di una società immaginaria. Due le fazioni sull’isola dove ambienta il racconto: la prima, composta da cacciatori, è trainata da un leader che tesse i suoi discorsi con le fila della paura, che incita alla violenza come risposta necessaria per sopravvivere. La seconda, democratica, è capitanata da un ragazzo che fino alla fine del racconto cerca di comprendere i suoi antagonisti, li studia e si occupa di fornire diritti a tutti. “Le leggi sono tutto quello che abbiamo”, dirà a un certo punto del libro.

Nel libro non ci sono altre categorie: o democratici o dittatori e mettere da parte la democrazia per difendersi da qualcuno significa appartenere al secondo gruppo, punto. Credere in un sistema democratico dovrebbe portare più al dialogo che all’insulto. Rispondere alla violenza con altra violenza ci rende solo più simili a chi vuole ascoltare solo la propria opinione.

Mentre invece possiamo fare molto di più.

Un post d'odio su Facebook rivolto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump

Un post d’odio su Facebook rivolto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump

Sempre Carofiglio scrive che, se ci definiamo vittime di un sistema che è destinato per forza ad andare verso una situazione peggiore (e quel “per forza” l’abbiamo deciso noi), ci sentiamo scaltri ma ci stiamo solo privando della possibilità di cambiare qualcosa, di farci ascoltare. “Mi sento uno che capisce come stanno veramente le cose. In realtà mi sottraggo al dovere di comprendere e soprattutto di cambiare l’esistente”.

Dobbiamo allora ammettere che se quasi ogni giorno leggiamo dichiarazioni della maggioranza quantomeno spiacevoli, il problema non è di un politico o due, ma di una sequenza di fattori più complessa. Del disagio e dello scontento che portano a votare gli uomini dalle soluzioni semplici.

Scriveva Francesco Cancellato per Linkiesta:

Avrete tutto il tempo per mettervi a studiare, per tornare a capire la contemporaneità al di fuori delle frasette da baci perugina sulla disuguaglianza e sul grafico a elefante di Branko Milanovic, che per la cronaca si ferma al 2008, per ricostruire delle forme di rappresentanza sindacale e politiche anche solo decenti e un po’ meno settarie, per selezionare una classe dirigente degna di questo nome. Una volta che farete tutto questo, che poi è quel che non avete fatto negli ultimi vent’anni, perlomeno, forse troverete il pertugio per smontare tutta la narrazione dei giallo-verdi, e invertire l’inerzia.Francesco Cancellato, L’opposizione (quasi) impossibile al governo Lega-Cinque Stelle, «Linkiesta», 4 giugno 2018

Giornalisti, scrittori intellettuali e filosofi come quelli citati non ci stanno invitando a essere meno critici: ma, al contrario, ad indignarci e a partire dalla nostra opposizione per strutturare un discorso nuovo, basato non su violenza ma sul buon senso (quello vero però, che vuole garantire diritti a tutti e non attribuisce valori diversi a gruppi diversi).

Solo così si segue davvero una proposta alternativa.

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Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Mi piace ascoltare racconti e viaggiare in treno, e questo è la causa di tutto: perché mi tocca leggere abbastanza da dover porre ad altri le domande che restano, e a volte trascrivo quello che ne scaturisce. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda e studio Lingue e Comunicazione a Milano, .

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