Cullati dal mare, cullati dal male: Le stanze dell'addio

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In foto, il libro Le stanze dell'addio, di Yari Selvetella, edito da Bompiani. Foto di Ylenia Del Giudice

In foto, il libro Le stanze dell’addio, di Yari Selvetella, edito da Bompiani. Foto di Ylenia Del Giudice

Gli uomini sensibili esistono e uno di questi è Yari Selvetella, non solo scrittore ma anche giornalista. Con Le stanze dell’addio ho scoperto la capacità di quest’uomo di premere quei tasti che ogni lettore probabilmente nasconde. Il lettore tipico è un personaggio che cerca una seconda vita nelle parole scritte da altri, che cerca una via di fuga dal dolore – o dalla noia molto spesso – ed ecco che Le stanze dell’addio ti spogliano, ti scoprono l’anima. Le ferite tornano a bruciare consapevolmente, ma non puoi fare a meno di proseguire. In qualche modo le “stanze dell’addio” le devi attraversare anche tu.

Edito da Bompiani, Le stanze dell’addio è un piccolo romanzo (nonostante abbia difficoltà a definirlo tale) che sembra sospeso in un tempo indefinito. Ci sono segnali che identificano luoghi, passaggi, camere d’ospedale e trolley, lasciando però il tutto molto vago. La vita del lettore può dunque essere incastonata fra quelle pagine senza forzature.

La storia che attraversa queste stanze è quella di un uomo innamorato di sua moglie Giovanna e dei suoi figli, disperato al punto da negare l’evidenza. Un uomo che vaga per le stanze dell’ospedale tra un ricordo e l’altro, passando per la caffetteria dove l’occhio curioso e intenerito del barista lo osserva con discrezione, cercando di ricostruirne la storia.

Un uomo, lui, che naviga per le stanze dell’addio come un marinaio in balia di una tempesta gelida. Si lascia trasportare senza opporre resistenza, continuando a chiedersi chi abbia rapito Giovanna, il suo grande amore. Lei era lì e un attimo dopo non c’era più. Restano quel caffè, quella bottiglietta d’acqua che lui le comprava tutte le mattine e quel trolley senza nome.

In foto, l'autore de Le stanze dell'addio, Yari Selvetella

In foto, l’autore de Le stanze dell’addio, Yari Selvetella

Mi piace credere che poi, tutto sommato, sia quello che accade veramente. Solo chi ha provato l’esperienza di alloggiare in queste stanze è in grado di comprendere quegli sguardi misti a pietà che ti rivestono o quel senso di disperazione e disequilibrio che si provano camminando. Se sei nelle stanze dell’addio il motivo è solo uno alla fine. E lo sanno tutti, anche se nessuno dice niente.

Per questo, però, ho accettato di buon grado e con il cuore in mano di leggere queste parole. L’amore di un uomo disperatamente cosciente e consapevole che si attacca come un affamato ai ricordi. La grandezza di Selvetella, secondo me, non si riscontra tanto nella tipologia di romanzo. Pensieri banali diventano fra le sue mani parole che colpiscono, elevati verso un piano superiore. Si percepisce fino all’ultima pagina la consapevolezza dell’autore di conoscere davvero il significato di ogni parola che sceglie di usare e non posso che ammettere di aver imparato molto, sotto questo punto di vista.

Un poeta, che riscatta la figura maschile superficiale alla quale siamo spesso abituate noi donne:

Che amore inutile è l’amore che non
protegge, l’amore che non cura
e non difende, l’amore che non può,
un amore crudele sento
di portarmi addosso come l’amore di
dio.

L’amore non ha protetto la sua Giovanna, non l’ha curata. Che amore è dunque un amore così? «A che serve se poi non serve a niente?»

Ti attacchi all’amore. Poi entri nelle stanze, le devi percorrere tutti i giorni. Ti sei accasciato inerme su quel dolore costante, una goccia alla volta sul viso. Di colpo vieni strappato via da lì, da quel dolore silenzioso fuori e che dentro sconquassa e calma, però. Ti ci eri abituato a quel dolore. Ti senti perso, sei perso.

E questo succede al lettore. Si adagia in quell’abbraccio d’agonia interrotto dallo sguardo del barista che si intromette; spinge via il lettore che perde l’equilibrio e cade, di nuovo. Spaesato, segue la lettura.

Questo è ciò che accade. Tra un ricordo di vita vissuta sulla spiaggia, l’aerosol del figlio, il male che porta via Giovanna.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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