Michele Mellara e Alessandro Rossi vedono Bologna dall'occhio della cinepresa

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In foto, i registi Michele Mellara e Alessandro Rossi sul set del film L'incontro

In foto, i registi Michele Mellara e Alessandro Rossi sul set del film L’incontro

Michele Mellara e Alessandro Rossi sono un duo artistico di registi eclettici. Nei loro lavori è sempre presente Bologna, la città dove hanno studiato e dove si sono formati culturalmente e umanamente. Hanno girato il mondo con i loro documentari ma sono sempre tornati a casa.

Li ho incontrati al BOtanique Festival 2018, in occasione della proiezione di Fortezza Bastiani, La febbre del fare e L’incontro. Ecco cosa mi hanno raccontato.

Siete una coppia “artistica”, da quasi 20 anni lavorate fianco a fianco. Quando e come è nata la vostra collaborazione?

Michele: «Parecchio tempo fa, quando abbiamo frequentato la scuola di teatro Colli a metà degli anni ’90, poi abbiamo gestito uno spazio che ha dato vita al primo Estragon. Una specie di laboratorio teatrale permanente. C’è stata una pausa di due anni perché io sono stato a Londra a studiare. Non abbiamo perso i contatti e, una volta tornato, abbiamo cominciato a lavorare alla sceneggiatura di Fortezza Bastiani. Ci siamo concentrati sul cinema documentario, ma non solo».

Nella programmazione del BOtanique Festival 2018 sono stati inseriti tre film di cui siete registi. Cosa vuol dire per voi lavorare in una realtà come quella bolognese e quanto ha influenzato la vostra carriera?

Alessandro: «Tutti i film che abbiamo fatto partono da Bologna e tornano a Bologna, anche quando parliamo di altre parti del mondo. È nella cultura politica e sociale che Bologna ci ha formato. In quasi tutti i nostri lavori c’è un pezzo della citta, anche visivamente parlando. Bologna è come un cannocchiale che ci fa vedere il resto del mondo. È anche pericoloso, perché la cultura politica in cui ci siamo foemwti è stata un’eccezione nazionale. A volte questo cannocchiale ha dei bordi un po’ deformanti».

Michele: «Siamo stati girovaghi perché abbiamo girato documentari in tutto il mondo, ma ha avuto senso farlo perché sapevamo di avere un punto di approdo a Bologna, altrimenti sarebbe stato facile perdersi nell’oggettività del possibile senza avere un’interpretazione della realtà. Siamo fatti della nostra biografia, quindi le radici hanno influenzato molto il nostro lavoro».

In foto, il regista Michele Mellara al lavoro sul set

In foto, il regista Michele Mellara al lavoro sul set

Partiamo dal primo film proiettato, Fortezza Bastiani. Il titolo rende omaggio al romanzo Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Da dove è nata l’idea di raccontare la Bologna studentesca?

Michele: «Venivamo dalla fine del percorso universitario, quindi abbiamo vissuto la Bologna di quegli anni e l’abbiamo raccontata. Bologna è la città dell’università per antonomasia in Italia. C’è molto di più perché abbiamo cercato di raccontare quella zona d’ombra che tutti viviamo quando finiamo l’università e dobbiamo prendere delle scelte che sembrano definitive. In quella zona si giocano partite interessanti a livello umano. Dino Buzzati racconta appunto l’attesa dei nemici che attaccano la fortezza, il capitano che tutta la vita aspetta i Tartari e poi diventa troppo vecchio per combattere. È una metafora della vita».

Alessandro: «C’è anche la Bologna gaudente, l’immagine di una vita che poi si dimostra anche diversa. Abitavamo insieme all’epoca, nella cosiddetta Fortezza Bastiani».

Benna è il perno maschile del film. Ossessionato dal tempo che sembra sfuggire di mano a tutti i personaggi della storia. Cosa volevate trasmettere al pubblico?

Michele: «È vero sempre, ma in certi anni il tempo è come acqua che scivola dalle mani. Diventa poi solido rispetto alle scelte da compiere. Si sentono le pressioni intorno e non è facile».

Girare il film in una città come Bologna, appunto, è stato un limite o una scelta fortemente voluta? Ci sono stati dei vantaggi o degli svantaggi in termini economico-produttivi?

Alessandro: «Quando abbiamo girato Fortezza Bastiani, era in un certo senso qualcosa di pionieristico, perché non c’erano film sul territorio. Il nostro film è bolognese al 60%, per quanto riguarda la produzione e anche il coinvolgimento della città: alla festa finale c’erano più di 1000 persone. Nel 2000 era una roba nuova, oggi c’è ancora l’esigenza di raccontare qualcosa di inedito».

Immagine dal film La febbre del fare, di Michele Mellara e Alessandro Rossi

Immagine dal film La febbre del fare, di Michele Mellara e Alessandro Rossi

Passiamo ora a La febbre del fare, che verrà proiettato il 12 luglio sul palco del BOtanique. Raccontate Bologna, in particolare il modo di fare politica a Bologna dal 1945 al 1977. Senza addentrarci in discorsi ideologici, come pensate che sia cambiato lo scenario bolognese in questi anni e in quale ambito riscontrate maggiormente il cambiamento?

Michele: «È cambiato tutto. Noi raccontiamo la Bologna dal dopoguerra fino alla strage dell’80. Il nostro non è un racconto di nostalgia, è un racconto che dà concretezza alla politica di quegli anni. C’era il senso egualitario, solidaristico. Oggi questo è più difficile da vedere in Italia, ma anche fuori dai confini italiani. Il mondo è sconnesso e le persone non hanno voglia di andare a votare».

Il terzo cortometraggio, proiettato il 19 luglio, è L’incontro. Il protagonista, Amin, lotta sul ring ma anche fuori, per ottenere la cittadinanza italiana. In un momento così complesso, per quanto riguarda la condizione dei migranti in Italia, mi piacerebbe raccogliere un vostro libero pensiero a riguardo.

Michele: «Quando abbiamo girato il cortometraggio volevamo dare un messaggio forte, volevamo far riconoscere i diritti di tutti gli esseri umani. Oggi rispetto a quegli anni, paradossalmente abbiamo fatto un passo indietro in Italia».

Ad eccezione del professionista Bob Messini, gli attori sono stati tutti recuperati da contesti simili a quello del film. Perché questa scelta e quanto è stata difficile la ricerca dei personaggi?

Alessandro: «Abbiamo fatto una ricerca molto lunga, non volevamo attori formati ma persone che vivessero in prima persona i problemi che raccontiamo all’interno del film».

Foto dal set del film L'incontro, di Michele Mellara e Alessandro Rossi

Foto dal set del film L’incontro, di Michele Mellara e Alessandro Rossi

Entrambi vi siete laureati al DAMS di Bologna ed entrambi insegnate all’università. Cosa cercate di trasmettere ai vostri alunni e quale consiglio dareste a un giovane che vuole intraprendere il vostro stesso percorso?

Michele: «Io insegno all’interno di un laboratorio alla magistrale del DAMS, quindi lavoro nella parte più pratica dell’università. Insegno ai miei studenti che il cinema non si fa da solo, la cosa più importante è saper comunicare con le altre persone. La seconda cosa è che gli obblighi sono nei confronti di te stesso all’interno di un contesto sociale.  Ovviamente incide il talento, la competenza, la preparazione culturale, ma se manca questo mancano le fondamenta. Comunità e collettività sono le due parole per me importanti».

Alessandro: «Io insegno alla triennale del DAMS. Direi solo che bisogna essere mossi da una grande passione».

Chiudiamo l’intervista con un piccolo gioco di “condivisione cinematografica”. Se dovesse regalare un film a una persona a voi cara, quale film scegliereste?

Michele: «Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson».

Alessandro: «Armata Brancaleone di Mario Monicelli».

Concludiamo l’intervista parlando di un luogo, il posto in cui vi sentite veramente a casa.

Michele: «Sicilia e Sardegna».

Alessandro: «Sardegna, ma anche le montagne. Mari e monti, insomma».

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Giulia Perna

Giulia Perna

Meglio conosciuta come Capa Riccia. Salernitana di nascita e bolognese per amore di questa città. Ha conseguito il titolo di Laurea specialistica in Comunicazione pubblica e d'impresa presso l'Università di Bologna. Si definisce "malinconica per vocazione". Da grande vorrebbe osservare le stelle. Crede nella forza delle parole, nella bellezza che spacca il cuore e nella gentilezza rivoluzionaria. Le piace andare ai concerti, mischiarsi tra la gente, sentire il profumo del mare e camminare sotto i portici.

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