Wajahat Kazmi: un film per raccontare che Allah Loves Equality | #BeProud

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In foto, il regista e attivista Wajahat Abbas Kazmi sul set del documentario Allah Loves Equality

In foto, il regista e attivista Wajahat Abbas Kazmi sul set del documentario Allah Loves Equality

Una bandiera arcobaleno, il simbolo di mezzaluna e stella e la scritta ben evidente (e corredata di hashtag) “Allah Loves Equality”, Allah ama l’uguaglianza. A portare questo cartello in giro ai più disparati Pride è Wajahat Abbas Kazmi, attivista per Amnesty International, regista del documentario Allah Loves Equality e autore dell’omonimo libro – insieme a Elena De Piccoli e Michele Benini – che ne racconta le premesse e la lavorazione.

Allah Loves Equality è, per dare una definizione che comprenda quanto appena elencato, una campagna. Wajahat, invece, per confinarlo in qualche parola stretta e scomoda, è un ragazzo gay musulmano originario del Pakistan. Non gay o musulmano, né gay ma musulmano. Semplicemente, gay e musulmano. Perché questi due tratti della sua identità convivono perfettamente e mai tra di loro fanno compromessi.

Con lui ho dunque voluto parlare di intersezionalità, Pakistan, integrazione e del documentario che (presto) sarà.

Visto che le riprese di Allah Loves Equality sono state permesse da una raccolta di crowdfunding, non posso fare a meno di parlare del modo in cui utilizzi i social. Oggi quanto Internet è utile all’attivismo?

«Utilissimo. La piattaforma dei social è molto forte, perché il tuo messaggio non rimane solo tra i tuoi amici, le persone che conosci, ma arriva a tutto il mondo. È un’arma molto forte, quella dei social media, che ha unito il mondo. Permette anche a una campagna di essere conosciuta e sostenuta in tutto il mondo, non solo nel proprio Paese. Ha sicuramente portato un cambiamento, se non una rivoluzione, nel mondo dell’attivismo: si possono firmare petizioni online, fare donazioni e, soprattutto, mandare un meesaggio proprio. Tutte cose che è più difficile fare nella vita quotidiana, rispetto che sui social. È un cambiamento molto utile e importante, che aiuterà non solo nel presente, ma anche nel futuro».

Ho letto sui tuoi profili diversi interventi sul caso di Sana Cheema. Prima di tutto vorrei chiederti se, per te, la battaglia femminista e quella LGBT siano o meno scindibili.

«A me piace parlare in generale dei diritti umani, non solo di quelli LGBT. Le due battaglie possono continuare insieme, non ci sono priorità nel sostenere questi o quei diritti. Questo caso nello specifico, però, è stato più complesso, perché è isolato: non si affronta tutti i giorni il problema del delitto d’onore. Però non ci ho pensato due volte prima di sposare questa campagna. Era importante, perché sapevo che non ci sarebbero state altre persone pakistane che lo avrebbero fatto al posto mio, perché il quel momento la comunità non era disposta a cercare la verità per questa ragazza. Non ho fatto calcoli, strategie; non ho riflettuto sulla possibilità che questa campagna potesse essere un fallimento o un successo. Io e gli altri attivisti sentivamo di dover rischiare».

Sempre riguardo a Sana, ho avuto modo di apprezzare l’onestà con cui ammetti la complice arretratezza di una parte della comunità musulmana. Quanto reputi necessario ammettere questi limiti, laddove realmente esistenti?

«Nel caso specifico della comunità pakistana, l’unica possibilità è il dialogo. Questo genere di vicende accadono con i migranti pakistani. Sia in Italia che in Inghilterra, dove c’è una maggioranza di comunità pakistana che è ormai di terza o quarta generazione, la ragazze musulmane morte per delitti d’onore erano pakistane. Uno dei motivi per cui il caso di Sana Cheema è diventato internazionale è proprio che l’anno scorso è stata uccisa un’altra ragazza, Samia, originaria del Pakistan, che viveva in Gran Bretagna. Era andata a incontrare i genitori, poi il padre l’ha uccisa insieme a un cugino.

«Ci sono delle zone rurali nel Pakistan, che è un Paese molto grande, e proprio in una di queste si trova la città di Gujrat, di cui erano originarie entrambe le ragazze. I migranti che vengono da queste zone del Pakistan e che emigrano in Europa, soprattutto per motivi economici, non vogliono integrarsi. Anzi, hanno sempre voglia di tornare al proprio Paese e negano la libertà alle proprie figlie. Queste persone però non ammettono di non essere integrati. A Brescia, ad esempio, dove si trova la maggior parte delle famiglie pakistane, la situazione delle donne è peggiore che nel Pakistan, dove almeno possono uscire e andare a scuola finché lo desiderano. Invece a Brescia la maggioranza delle ragazze musulmane terminano gli studi dopo le scuole medie. Poi si aspetta che compino 18 anni per farle sposare con un cugino, per mezzo di un matrimonio combinato, e far venire così i loro familiari in Italia con regolare permesso di soggiorno. Queste persone, che provengono dalle zone rurali del Paese, non conoscono neppure il Pakistan.

«Ho poche speranze rispetto a un possibile miglioramento: dodici anni fa è stata uccisa Hina Saleem e la storia di Sana dimostra che ancora nulla è cambiato nella mentalità di questa parte di comunità pakistana».

In foto, Wajahat Abbas Kazmi, l'attivista autore del documentario Allah Loves Equality

In foto, Wajahat Abbas Kazmi, l’attivista autore del documentario Allah Loves Equality

Nella cosiddetta “seconda generazione” credi che questi elementi di arretratezza siano stati superati?

«No, assolutamente. Compreso nel mio caso: a 18 anni ero fidanzato con una mia cugina. Appena diventi maggiorenne i genitori ti bloccano su ogni fronte, ti portano altre persone e parenti come esempi, ti fanno proposte che una persona che non ha ancora visto il mondo e non è pronto a lasciare casa non può ignorare. Le famiglie sono manipolatrici: fanno vivere il matrimonio come un obbligo, spingono a temere il giudizio della gente. Allora questi ragazzi pensano di non avere altre strade e accettano il compromesso del matrimonio. Se non lo fanno vengono uccisi, come nel caso di Hina e Sana.

«No, non credo sia cambiato qualcosa nella seconda generazione italiana, sia per i ragazzi che per le ragazze. Abbiamo bisogno di ancora molto tempo. In Inghilterra, invece, le seconda (anzi, terza e quarta!) generazione è già integrata. In Italia ci vorranno minimo altri 5 o 10 anni».

Vivi in Italia ormai dal 1999. Per te è stato più difficile – se lo è stato – vivere in questo Paese da gay o da musulmano?

«L’Italia mi ha regalato tutto quello che mi serviva, forse anche di più. Non ho mai affrontato qui l’omofobia e il razzismo al livello in cui avrei potuto incontrarlo in Pakistan, dove non avrei neppure potuto fare coming out e vivere da gay dichiarato. Non posso lamentarmi!».

L’attivismo per Amnesty International, un libro, un documentario, un’associazione (Il Grande Colibrì). L’intersezionalità nel tuo caso sembra essere una vocazione anche artistica.

«Da piccolo ho sempre sognato di fare il regista! In famiglia, poi, scherziamo sul fatto che chiunque sia nato sciita nasce anche attivista, automaticamente. Perché fin da piccoli siamo abituati a partecipare a manifestazioni religiose, uomini e donne insieme, cosa che normalmente non accade tra i musulmani sunniti. Essendo quella sciita in Pakistan una minoranza religiosa, inoltre, siamo abituati alle discriminazioni e quindi a parlare di diritti, a reclamarli e protestare. Non so se sono un artista, ma direi che sia il sogno di essere regista che l’attivismo mi scorrono nel sangue».

Nel libro ho notato con piacere che si parla di transessualità, oltre che di omosessualità. Tra gli attivisti italiani pare che tutto ciò che viene dopo le lettere L e G – e cioè B, T, Q, I, A e perfino + – venga facilmente invisibilizzato. Confermi la mia impressione?

«Quello che dici è vero, purtroppo. Si parla dei gay, delle lesbiche, ma non si parla molto nemmeno delle persone transgender, figuriamoci quindi B, Q, I…».

Invece nel libro e, presumibilmente, nel documentario racconti di uomini gay e donne trans. Manca però la prospettiva lesbica e quella FtM. Perché?

«Sì, anche nel documentario non ci sono lesbiche, pur avendone conosciute. Non hanno voluto farsi riprendere perché rischiano di più, dal momento che prima che lesbiche sono donne. In Pakistan, la donna deve obbedire a dei valori e una donna lesbica si trova in una situazione ancora più complessa e rischiosa. Accettare il lesbismo significherebbe accettare che le donne hanno dei desideri sessuali umani, che non sono delle figure sacre, religiose, prive di una dimensione carnale. Le persone FtM raccontano invece molto nel dettaglio la loro prospettiva, ma per quello dovrai guardare il documentario!».


La comunità LGBT musulmana non ha bisogno dell’approvazione degli imàm o personaggi integralisti religiosi, perché nell’Islam il rapporto con Dio è diretto, non necessita di mediazioni. Noi vogliamo vivere allo stesso tempo la nostra sessualità e religione e siamo felici di quello che siamo.


Si legge inoltre che tanto gli integralisti religiosi quanto quelli atei pensano che non si possa essere sia musulmani che omosessuali. All’interno della comunità LGBT+, invece, come viene percepito il tuo essere musulmano? Vieni sempre sostenuto o sei stato ostracizzato da qualche attivista?

«No, nella comunità LGBT mi hanno sempre sostenuto e hanno apprezzato la battaglia. Anzi, è grazie a questo sostegno che siamo riusciti a finire il documentario, perché è dalla comunità LGBT che la maggior parte delle donazioni sono venute. Non vorrei parlare delle critiche degli integralisti, perché quelle ci sono sempre e non vorrei dargli spazio, preferisco parlare e apprezzare il sostegno ricevuto. Anche perché la comunità LGBT musulmana non ha bisogno dell’approvazione degli imàm o personaggi integralisti religiosi, perché nell’Islam il rapporto con Dio è diretto, non necessita di mediazioni. Noi vogliamo vivere allo stesso tempo la nostra sessualità e religione e siamo felici di quello che siamo».

Ho molto apprezzato l’idea di un’attivista intervistata in Allah Loves Equality: Anaya. Lei dice che è «necessario affrancarsi dalla terminologia occidentale» – compreso il Pride, che dovrebbe invece essere sostituito con qualcosa di prettamente pakistano – e dall’idea che ci sia bisogno dell’«eroico intervento» dell’Occidente.

«Sostengo il suo pensiero. Ogni Paese o cultura ha i suoi valori e in quelli musulmani, come il Pakistan, ci sono dei problemi rispetto ai diritti umani in generale, figuriamoci quelli LGBT. Quindi, come mi hanno detto anche gli attivisti locali, lì non sono contrari al Pride, ma non ce n’è neppure bisogno. Quello si può fare anche tra trenta o quarant’anni. Ora non è importante celebrare il proprio orgoglio, ma lo è parlare dei diritti fondamentali, dell’HIV e di quei bisogni da cui dipende la reale qualità della vita delle persone LGBT pakistane».

D’altra parte è proprio questo che il tuo progetto fa: raccontare la condizione e le battaglie della comunità LGBT+ in Pakistan non da una prospettiva colonialista, intrisa di stereotipi, ma dando voce ai suoi protagonisti. Nella tua esperienza, hai mai avuto l’impressione che gli attivisti occidentali volessero imporre la propria prospettiva?

«Ogni volta che l’Occidente entra in questa causa specifica, rovina tutto. Uno dei motivi per cui io sono riuscito a intervistare più di venti attivisti è perché siamo riusciti a far sì che loro si fidassero di me e di Elena. Capivano che un progetto dal titolo Allah Loves Equality non poteva essere propagandistico. Inoltre, conoscevano la mia campagna e sapevano che io sono un credente musulmano omosessuale, di conseguenza erano certi del fatto che non ero interessato a manipolare le loro dichiarazioni. Di solito, l’esperienza di questi attivisti è che, quando vengono i giornalisti occidentali a girare servizi sulla comunità LGBT pakistana, questi realizzano le riprese e poi, una volta tornati in Europa, le montano in un modo strano, mescolando le loro interviste con quelli di imàm e talebani. Questo mette gli attivisti nei guai: cosa hanno a che fare i talebani con le persone LGBT?

«Gli attivisti locali evitano di farsi intervistare da occidentali, perché sanno che ne verrà fuori un’immagine negativa. Io stesso ho rifiutato di seguire troupe occidentali in Pakistan: provo sempre di stare lontano da quel tipo di giornalismo, che non vuole cercare una soluzione ma soltanto rafforzare lo stereotipo che lì la situazione sia gravissima. La realtà, però, non è solo quella e io voglio far vedere anche tutto il resto».

Quando e come sarà possibile vedere il documentario Allah Loves Equality?

«Il documentario è completo, mancano solo il doppiaggio e… i soldi! A questo si può ovviare con donazioni tramite Produzioni dal basso. Dovrebbe essere pronto in massimo un mese. A questo punto l’associazione Il Grande Colibrì presenterà il film in vari festival con cui siamo in contatto. Vogliamo portarlo in quei festival in cui non c’è l’obbligo di tenere il documentario riservato, così da potere intanto tenere proiezioni private in diverse città italiane. Spero quindi sia possibile vederlo tra un paio di mesi!».

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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