Carlo Pastore: la Bellezza non aspetta il mainstream

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In foto, Carlo Pastore, conduttore di Babylon su Radio2, collaboratore di Rockit.it, direttore artistico del MI AMI e chitarrista degli Wemen

In foto, Carlo Pastore, conduttore di Babylon su Radio2, collaboratore di Rockit.it, direttore artistico del MI AMI e chitarrista degli Wemen

In un’epoca in cui tutto è in continua trasformazione, la versatilità ci fa crescere e correre sulla cresta dell’onda, mentre chiudersi in un ruolo unico permette di rimanere a galla, forse, però fermi.

Parafrasando un’espressione di Enrico Mattei, la versatilità è vedere possibilità dove gli altri non ne vedono, e versatilità significa assecondare la propria curiosità.

Carlo Pastore conduce Babylon su Radio2, scrive per Rockit.it, è direttore artistico del MI AMI (ne parlavamo giusto qualche settimana fa, ricordate?) e appena riesce è il chitarrista degli Wemen.

Se, come cantava Alex Turner, il senso di una passione è non arrugginire mai, capiamo come è riuscito a lavorare nel settore di musica e spettacolo per anni, senza fermarsi a un unico ruolo, genere musicale o tendenza. Rimanendo invece aperto verso ciò che di nuovo stava succedendo intorno, per poi condividerlo con chi seguiva la stessa ricerca. Che poi è uno dei motivi per cui il MI AMI è sul pezzo da anni.

Hai iniziato a farti spazio da giovanissimo e da allora hai seguito veramente tanti progetti. È difficile immaginare un Carlo Pastore fermo, o impegnato in attività banali. Se prendessimo una tua giornata tipo, quanto di quel Carlo è chitarrista, conduttore, direttore artistico e redattore?

«Sono tutte queste cose e nessuna allo stesso tempo. Fondamentalmente io mi sono da sempre occupato di tre cose: produzione di contenuti, comunicazione e organizzazione di eventi. Tutti quelli che elenchi sono ruoli che di volta in volta ho rivestito. Ci tengo a precisare, soprattutto per rispetto nei confronti dei chitarristi veri, che io sono uno strimpellatore occasionale e non certo un pro dello strumento. Wemen inoltre è sempre stato un progetto di puro amore per la musica, fuori dalla music industry, ed è in questo momento un progetto in pausa proprio perché sono mega indaffarato con tutto il resto».


Cerco di essere fluido tanto quanto la musica per scoprirne sempre di nuova e eccitante, perché dopo tanti anni in questo lavoro si rischia di abituarsi e diventare un po’ frigidi.


Negli ultimi dieci anni sono cambiate tantissime cose sia nell’universo musicale che nelle modalità di comunicazione. Ci informiamo in modo diverso, ascoltiamo musica diversa, valutiamo ciò che ascoltiamo in modo diverso. Sono cambiati, per citare una tua espressione, i “metodi di fruizione” della musica. Chiederei proprio a te un’opinione sull’Italia musicale del 2018: come ti orienti per cercare proposte nuove e interessanti e cosa cerchi nella musica che ascolti oggi?

«Per ascoltare uso massicciamente i servizi di streaming, come è logico che sia. Spotify e Tidal. Dododiché portali come Bandcamp, per le cose meno allineate, e YouTube, per l’ascolto randomico. Pochissimo ormai Soundcloud. Ricevo molti promo dalle case discografiche.

«Ascolto musica praticamente ovunque venga caricata e messa in circolo. Facendo radio, ogni tanto ascolto quello che combinano e selezionano i colleghi su radio internazionali e no. È pieno di web radio più o meno microscopiche che selezionano musica inaudita e ogni tanto fanno godere.

«Insomma, cerco di essere fluido tanto quanto la musica per scoprirne sempre di nuova e eccitante, perché dopo tanti anni in questo lavoro si rischia di abituarsi e diventare un po’ frigidi».

Aggiungerei: da anni segui i gusti di un’Italia che oggi cerca di rendere il rap pop e che riscopre il cantautorato (ho in mente Colapesce o Maria Antonietta, ad esempio, entrambi presenti al MI AMI).  Secondo te possiamo ancora essere conquistati da una canzone per il suo testo?

«Direi proprio di sì. Il testo è in una canzone una componente pesantissima, perché risponde a esigenze melodiche e narrative. In Italia siamo esperti di questa materia e spesso ne siamo stati succubi; si pensi a tutti quei cantautori che pur di infilarci la “storia” e il “contenuto” ammazzavano la melodia di parole un po’ pesanti.

«Devo dire che la nuova generazione italiana ha svecchiato il genere con suoni estremamente contemporanei e riscoperto il gusto della canzone da cantare a squarciagola senza dovere di verbosità. E poi, pensa alla trap: in Italia è così forte perché è musicalmente un fenomeno globale, ma ne capisci tutte le parole. L’italiano ha bisogno di riconoscersi nel testo».

In foto, Calcutta al MI AMI 2018, festival di cui Carlo Pastore è direttore artistico

In foto, Calcutta al MI AMI 2018, festival di cui Carlo Pastore è direttore artistico

A proposito del festival: “L’edizione numero quattordici del MI AMI è l’edizione dei record, quella che ci ha costretti a fare i conti con parole ormai imprescindibili del mercato musicale italiano tipo: sold out”. Commentavi così per Rockit.it. Ripensando alla storia del festival, qual è stato il momento in cui hai capito che questo progetto entrava nei grandi, nella lista degli eventi da seguire?

«Al MI AMI 2007 (terza edizione) capii che qualcosa di grosso stava accadendo: in tre anni avevamo sestuplicato gli ingressi. Al MI AMI 2014, prima edizione record, capii che un ciclo si era chiuso. Al MI AMI 2016, invece, un altro se ne aprì. Con l’ultima edizione abbiamo invece completamente rinnovato il nostro pubblico: una enorme mole di gente ha scoperto il festival, amandolo. Un allineamento d’astri che ci ha visti essere crocevia di una serie di progetti discografici che hanno raccolto un grande successo. Non è la prima volta che succede, ma mai con questo impatto.

«Bravi noi ad aver negli anni seminato bene, perché questi artisti, che oggi raccolgono così tanto affetto dal pubblico, noi cinque o dieci anni fa li facevamo suonare nonostante non facessero numeri. Quello che ha fatto MI AMI è costruire in 15 anni un contesto attorno alla nuova musica italiana. Ha saputo dare un palco decisivo a molti artisti. MI AMI è il festival dei debutti live assoluti de I Cani, di Cosmo, di Liberato, dell’Istituto Italiano di Cumbia, di Christeaux, di Mosè Cov. Ti elenco gli headliner della Collinetta degli ultimi quattro anni, giusto per capirsi: Thegiornalisti, Calcutta, Coez, Frah Quintale. E dieci anni fa fu MI AMI il primo a credere e investire nel nuovo cantautorato di Brunori Sas, Luci della centrale elettrica e Dente. Il tutto in una cornice tecnica da festival europeo, con più palchi che suonano in contemporanea.

«Ora il nostro lavoro non è inseguire il mainstream, ma continuare a dare contesto alle nuove cose migliori che escono in Italia, senza ansia da sold out. La nostra sfida è rimanere attuali, rilevanti, vitali, autentici, leggeri e profondi».

Quali artisti del 2018 secondo te stanno segnando questa generazione?

«Citerò solo degli under trenta. Mi sembra abbastanza evidente che una vera e propria icona generazionale oggi sia Calcutta, un progetto estremamente largo ma per niente “facile”. La sua autenticità e la sua ironia di fondo, oltre al suo evidente talento nel scrivere canzoni, sono una chiave di accesso per i cuori della gente. Nel mondo trap e dintorni, facile dire che Sfera Ebbasta, Ghali e Charlie Charles abbiano vinto tutto».

Quali progetti ci sono per il MI AMI 2019?

«Continuare a cercare la Bellezza, alla nostra maniera».

Tornando al Carlo che segue questi progetti ma che non rientra in un unico ruolo: quali sono i tuoi progetti per il prossimo anno?

«Babylon si ferma per un mese e riparte a settembre. Sarà la nostra nona stagione, un traguardo importante. Sto già lavorando al prossimo MI AMI, per una quindicesima edizione che tutti vorranno paragonare a quella precedente – errore! Da tempo, poi, lavoro con Club To Club come consulente alla comunicazione e su alcuni progetti speciali – a novembre c’è la nuova edizione del festival con nomi importanti e una grande ambizione, sarà molto bello.

«Infine, parlando finalmente di cose serissime, non dimentichiamoci che io gioco a calcio nel CSI Eccellenza, e che con la mia squadra Primiera siamo campioni in carica; dovremo sudare per mantenere il titolo!».

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Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Mi piace ascoltare racconti e viaggiare in treno, e questo è la causa di tutto: perché mi tocca leggere abbastanza da dover porre ad altri le domande che restano, e a volte trascrivo quello che ne scaturisce. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda, studio a Milano e al momento lavoro per una casa editrice. Tra John e Paul preferisco Macca.

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