Quattro quadri, la curiosità dello spettatore e l'intento dell'artista

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Paul Gauguin, Van Gogh mentre dipinge girasoli (1888). Olio su tela

Paul Gauguin, Van Gogh mentre dipinge girasoli (1888). Olio su tela

L’arte è dell’autore o di chi assiste? Un po’ di tutti e due, mi verrebbe da dire: l’esternazione dell’interiorità dell’artista e lo specchio di quella dello spettatore. Parlando di arte visiva, e più nello specifico di quadri, è molto probabile che osservando un dipinto si provi un’emozione completamente diversa rispetto a quella che provava l’artista nel realizzarlo, ma questo non significa che l’opera sia più o meno riuscita, che l’autore abbia fallito nel suo tentativo di esprimere un certo tipo di sentimento piuttosto che un altro.

Due spettatori diversi avranno due sensazioni diverse. Tu potresti guardare una stessa opera con altri occhi, tra qualche anno o semplicemente in un periodo diverso della tua vita. Non esiste un’emozione universale, un approccio giusto o sbagliato di fronte a una determinata opera. Nemmeno la critica può stabilire una verità assoluta, perché si basa sicuramente su parametri differenti e spesso razionali rispetto a quelli di una persona qualsiasi, il semplice spettatore (magari completamente inesperto) di un’opera d’arte che si lascia trascinare solo ed esclusivamente dalle sue emozioni. Forse il bello dell’arte è proprio questo: la risposta esterna a qualcosa che si ha dentro e che dipende da un numero potenzialmente infinito di fattori. Quanto conosci dell’opera che hai di fronte? Ti piacciono quei colori? Come stai in questo preciso istante?

Quando sono in un museo mi piace osservare a lungo ogni dipinto da vicino, fino a scorgere i segni lasciati dalle pennellate. Mi piace lasciarmi trasportare dalle emozioni spontanee, ma non nascondo di provare una grande curiosità nei confronti di ciò che c’è dietro a quello che viene rappresentato: talvolta sconosciuto, talvolta invece rivelato dagli artisti stessi o dalla loro vita. Ultimamente mi sono imbattuta in alcuni dipinti e, scoprendo la loro storia, hanno per me assunto un nuovo significato.

Andrew Wyeth, Christina’s World

Andrew Wyeth, Christina's World (1948). Pittura a tempera, Levkas

Andrew Wyeth, Christina’s World (1948). Pittura a tempera, Levkas

Andrew Wyeth, artista visuale statunitense tra i più importanti del ventesimo secolo, veniva chiamato “il pittore della gente” per la sua popolarità tra il pubblico americano. Amava rappresentare i luoghi a lui più cari e le persone che conosceva personalmente. Il suo quadro più famoso è Christina’s World.

A una prima occhiata abbiamo l’impressione di trovarci davanti a una ragazza qualsiasi, di spalle, che si riposa sull’erba di un esteso campo, con lo sguardo rivolto verso alcune abitazioni rurali, più o meno distanti. Lo sforzo evidente dalla posizione delle sue braccia può far immaginare che la protagonista del dipinto si sia appena svegliata e che si stia rialzando da terra.

La storia che si cela dietro a questa immagine è in verità molto diversa: Christina è infatti Anna Christina Olson, la vicina di casa di Wyeth durante la sua permanenza estiva nel Maine, e non si sta affatto rimettendo in piedi. La ragazza non può camminare sin dall’infanzia perché affetta da poliomielite spinale. Wyeth un giorno la vide dalla finestra che si trascinava in mezzo al campo per raccogliere dei mirtilli e fu ispirato per la realizzazione di quest’opera. Lo spazio della scena fu ingrandito: l’artista voleva contemporaneamente mostrare, drammaticamente, quanto Christina dovesse sentirsi persa nell’immane sforzo di raggiungere la sua abitazione e allo stesso tempo voleva evidenziare la sua incredibile forza nel portarsi fuori di casa. «La vera sfida è stata rendere giustizia alla sua straordinaria conquista in una vita che la maggior parte delle persone considererebbe senza speranza», dichiara Wyeth. «Il mondo di Christina è esternamente limitato, a causa del suo handicap fisico, ma con questo quadro ho cercato di mostrare quanto in verità sia illimitato».

Frida Kahlo, Autoritratto con i capelli tagliati

Frida Kahlo, Autoritratto con i capelli tagliati (1940). Olio su tela

Frida Kahlo, Autoritratto con i capelli tagliati (1940). Olio su tela

Frida Kahlo non ha bisogno di presentazioni. Affascinante ed enigmatica, simbolo ancora moderno di un’incredibile forza. «Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni». Ma chi era Frida Kahlo fino alla fine degli anni ‘30? Solo la moglie del pittore Diego Rivera. Ci volle qualche anno prima che riuscisse ad affermarsi come un’artista indipendente grazie al suo stile unico, indefinibile. Nello stesso periodo divorzia da Rivera e questo avrà delle conseguenze a dir poco rilevanti sulla sua vita e, di conseguenza, sulla sua arte, specchio assoluto delle sue vicende personali.

In questo quadro Frida si ritrae mentre indossa un abito maschile, di qualche taglia più grande, che i contemporanei (e noi, se conosciamo qualche foto della coppia) attribuivano all’oramai ex marito. Nonostante la pittrice indossasse ogni tanto abiti maschili, specialmente durante la sua giovinezza, in questo contesto il dipinto vuole probabilmente simboleggiare l’appropriazione da parte di Frida Kahlo dell’identità artistica di Rivera, che viene in qualche modo definita nuovamente, alle sue condizioni, nell’atto di affermarsi come artista indipendente.

Frida Kahlo indossa abiti maschili in un ritratto di famiglia

Frida Kahlo indossa abiti maschili in un ritratto di famiglia

Si è tagliata i capelli: le ciocche, incredibilmente dettagliate, ricoprono il pavimento. In alto i versi di una famosa canzone popolare messicana citano: “Guarda, se ti amavo, era a causa dei tuoi capelli. Ora che sei senza capelli, non ti amo più”. Si dice infatti che Rivera amasse moltissimo i capelli e il modo di vestire di Frida Kahlo. Un’immagine tenera e aggressiva allo stesso tempo, un modo di elaborare il dolore ma anche un’importante dimostrazione di forza.

Vincent Van Gogh, La casa gialla

Vincent Van Gogh, La casa gialla (1888). Olio su tela

Vincent Van Gogh, La casa gialla (1888). Olio su tela

Van Gogh, tra gli artisti più amati del nostro tempo, non ebbe di certo una vita facile. Tra gli episodi più interessanti della sua biografia c’è sicuramente l’automutilazione dell’orecchio sinistro, avvenuta il 23 dicembre 1888, un gesto estremo, segno di un periodo di forte crisi proprio durante la sua permanenza nella Casa gialla.

Nel 1888 Van Gogh è a Arles, in Provenza. Nonostante sia costretto a rimanere in casa a causa di un forte vento che spazza via le sue tele, in questo periodo l’artista è pervaso da una forte energia. Instancabile, dal 20 al 26 agosto realizza ben quattro dipinti e programma la realizzazione di ben 12 tele totali con lo stesso tema (i girasoli) per decorare la stanza di un ospite in arrivo. L’ospite in questione è Gauguin.

I due artisti, intimati dal fratello di Van Gogh, Theo, vissero insieme per nove intensissime settimane nella casa gialla, all’insegna dell’arte, di discorsi interminabili, dell’alcol. Fu estremamente faticoso, per due personalità così diverse, convivere per così tanto tempo. Non mancarono litigi e scontri continui. Gauguin aveva scritto, infatti: «Tra due esseri come me e lui, uno un perfetto vulcano, l’altro che ribolle dentro, c’era da aspettarsi una specie di battaglia». Se non per qualche gita ai bordelli (che loro definivano “escursioni igieniche”) e qualche visita da parte di amici, i due artisti erano sempre insieme. Dipingevano qualsiasi cosa gli capitasse sotto tiro: i paesaggi di Arles, i mobili, loro stessi. Solo a dicembre Van Gogh aveva dipinto 25 quadri.

Vincent Van Gogh, Girasoli (serie, 1888-1889). Olio su tela

Vincent Van Gogh, Girasoli (serie, 1888-1889). Olio su tela

In questo periodo, come già accennato, l’artista realizza la sua serie di girasoli, motivo ricorrente in tutto l’arco della sua vita a partire già dalla sua giovinezza, durante la sua permanenza in Gran Bretagna, dove il girasole era il simbolo principale del movimento estetico, massivamente ripreso nell’architettura del tempo. Col passare del tempo, oramai esausto, spesso ubriaco, Van Gogh iniziò a realizzare che presto Gauguin, al quale si era ormai affezionato, lo avrebbe abbandonato. Tempo prima, in Olanda, si era domandato: «Vivere da soli è veramente vivere?». La prospettiva della solitudine lo terrorizzava.

Il 23 dicembre, quindi, si tagliò l’orecchio sinistro e lo consegnò a una donna misteriosa nel cuore della notte. Qualcuno dice fosse Rachel, una prostituta di un bordello vicino, altri sostengono si trattasse di una cameriera di diciannove anni di nome Gabrielle. In ogni caso il 25 dicembre, due giorni dopo, Gauguin lascia Arles e i due artisti non si sono mai più rivisti.

James McNeill Whistler, Arrangiamento in grigio e nero, ritratto n. 1

James McNeill Whistler, Arrangiamento in grigio e nero, ritratto n. 1 (1871). Olio su tela

James McNeill Whistler, Arrangiamento in grigio e nero, ritratto n. 1 (1871). Olio su tela

Leggenda narra che nell’appartamento di Cheyne Walk, nel Chelsea, la modella che avrebbe dovuto posare per il dipinto di James McNeill Whistler, pittore statunitense, non si presentò all’appuntamento. L’artista decise allora di ritrarre sua madreAnna McNeill Whistler. Il quadro, sottoposto all’esposizione annuale dell’Accademia Reale delle Arti a Londra, fu respinto perché non possedeva fini didascalici o moralistici. Quest’assenza di narrazione, durante il periodo vittoriano, era considerata inaccettabile. Nonostante un primo momento di difficoltà, il quadro fu poi apprezzato in Francia e successivamente esposto nel museo del Lussemburgo.

Pensateci un attimo: vedere un proprio dipinto appeso sulle pareti del museo del Lussemburgo e, memore di come è stato trattato in Inghilterra, assistere a tutti i visitatori che vi si rapportano con deferenza e rispetto… Per non pensare al tremendo schiaffo in faccia ai critici dell’Accademia di Londra, e a tutto il resto! Veramente, è come stare in un sogno.

Considerato poi come una sorta di Gioconda Vittoriana, il quadro è stato ritenuto il più importante dipinto americano esposto al di fuori degli Stati Uniti e assunse al tempo i caratteri della maternità, del cordoglio, del rigore morale dei Puritani, nonostante gli intenti originari dell’autore. Whistler, infatti, era ben lontano dal voler conferire al dipinto tutta una serie di interpretazioni che gli furono poi attribuite.

Questo ci riporta al discorso iniziale: il pubblico, in questo caso, e la stessa critica, avevano visto nell’opera dell’autore un significato che in realtà era completamente assente nella mente dell’artista. La sua è una composizione sobria, caratterizzata da minimalismo coloristico, carica di suggestioni musicali (basta pensare al titolo, Arrangiamento, e al fatto che Debussy l’avesse presa come riferimento per una delle sue ricerche musicali collegate al colore), priva di dettagli e vicina per questo all’antica tradizione delle stampe giapponesi, amate dall’autore. In ogni caso, è un’opera fine a se stessa.

Come lui stesso spiega, regalandoci la sua definizione di arte: «L’arte deve essere autonoma e al di fuori di ogni clap-trap: dovrebbe far richiamo solo al senso artistico dell’occhio o dell’orecchio, senza confonderlo con emozioni del tutto estranee ad esso […]. Prendete, ad esempio, il ritratto di mia madre, in realtà un Arrangiamento in grigio e nero: ebbene, quell’opera è come appare […]. Cosa dovrebbe mai importarsene il pubblico dell’identità della ritrattata?».

Voi siete d’accordo o siete sempre e comunque curiosi?

About author

Anna Scassillo

Anna Scassillo

Anna sarebbe felice se ricevesse una lettera al giorno, ognuna con una storia diversa. È una persona curiosa, ha voglia di conoscere continuamente cose nuove. Terribilmente affascinata dal cinema e dalla letteratura, Anna è innamorata della musica e della sua batteria rossa. Nella vita Anna vuole fare troppe cose e intanto studia alla Scuola Interpreti di Trieste.

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