Syria, l’artista nomade della musica italiana

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In foto, Cecilia Cipressi, conosciuta come Syria

In foto, Cecilia Cipressi, conosciuta come Syria

Mettersi al servizio della musica, pienamente e concretamente: è questo che ha fatto Syria, nome d’arte di Cecilia Cipressi, in più di vent’anni di carriera. È uscita dalla sua zona di comfort talmente tante volte, che risulta difficile, se non impossibile, comprendere quale sia il suo posto. E, forse, il modo migliore per capire Syria e la sua storia artistica è partire da una premessa necessaria e chiarificatrice: un posto non ce l’ha. E, se ce l’aveva, l’ha abbandonato prima che diventasse un obbligo, un’imposizione, un accordo da onorare senza batter ciglio. Nel 1996, non ancora ventenne, al Festival di Sanremo cantava Non ci sto e, probabilmente, quell’esordio timido e quasi impacciato nascondeva già un’indole caparbia e risoluta, pronta a dire «Non ci sto» più volte nell’arco di ventidue anni di carriera.

Syria non c’è stata tante volte. E tante volte ha cambiato pelle e aspetto, perché incarna il prototipo perfetto della cantante pop. Da sempre curiosa, per questo camaleontica, attenta osservatrice e ascoltatrice, Syria riesce a destrutturare le sue consapevolezze per non restare ingabbiata in una persona soltanto. Ha dalla sua parte una personalità artistica e uno stile definiti, che la rendono riconoscibile, fedele al suo talento, ma non a un percorso solo. Non a un volto solo. La rendono fedele a un modo di fare musica che prevede innanzitutto la curiosità, poi il desiderio di assecondare l’evoluzione naturale delle cose e la forma che prendono quando non hanno confini da rispettare. La musica di Syria, e conseguentemente ogni aspetto che ne è legato, non ha mai conosciuto regole, se non una: il rispetto del cambiamento, che ha sempre vissuto come un’opportunità per scoprirsi ogni volta diversa da se stessa, per questo nuova.


Syria ha cambiato pelle e aspetto tante volte, perché incarna il prototipo perfetto della cantante pop. Da sempre curiosa, per questo camaleontica, attenta osservatrice e ascoltatrice, riesce a destrutturare le sue consapevolezze per non restare ingabbiata in una persona soltanto.


Quando, tuttavia, alla noia e al timore di ripetersi, un artista oppone la curiosità, che porta necessariamente ad un rinnovamento, il pubblico resta sempre un po’ sgomento. Non tutto, sia chiaro, ma buona parte di esso ha bisogno di punti fermi, che nella musica si traducono nella ripetizione stanca di un repertorio, di un’immagine, quindi di un percorso. Se, poi, l’artista in questione nasce dal pop e sceglie il pop come strada maestra, rischia di risultare sempre un po’ trascurabile o, alla peggio, privo di un’identità definita. Che, di fatto, è un’ipotesi plausibile, ma non sempre vera. Non nel caso di Syria. Il pop è, per sua natura, un genere che asseconda il mutamento, perché è strettamente legato alla contemporaneità (che non è esattamente modernità): fotografa un momento, ne è testimone e prova. Se, dunque, la musica pop è essenzialmente metamorfosi, Syria – come anticipato prima – ne è un simbolo esemplare.

I mille volti di Syria

Syria inizia la sua carriera nel 1996, quando – ancora diciannovenne – vince il Festival di Sanremo, categoria Nuove proposte, con la già citata Non ci sto. Ma la consacrazione arriva l’anno successivo, quando torna sul palco dell’Ariston e canta Sei tu. In poco tempo diventa il volto di un pop leggero e scanzonato e presta la sua voce limpida e armoniosa a brani scritti per lei da Jovanotti, Biagio Antonacci, Tiziano Ferro, Mariella Nava, Giorgia, Max Pezzali e Mario Venuti.

Poi, nel 2008, il suo istinto nomade prende piede e diventa indomabile: è la prima artista italiana a sdoganare l’indie, a portarlo alla luce, a offrire – a un pubblico strettamente pop – la possibilità di scoprire una realtà di nicchia, sconosciuta ai più. Pubblica Un’altra me, un disco che contiene undici cover di gruppi che appartengono al circuito indipendente italiano: Marta sui Tubi, Deasonika, NorthPole, Non voglio che Clara, Mambassa, Perturbazione, Filippo Gatti, Atleticodefina, Blume e Marcilo Agro. Così, anticipando di quasi un decennio l’indomabile fenomeno del genere indie, che oggi ha avuto la sua consacrazione (anche se l’utilizzo della parola “indie” continua ad essere sempre più inappropriato), Syria presta la propria voce a brani come Canzone d’odio, Quattro gocce di blu, La distanza, offrendone una rilettura personale, intensa e raffinata. Nel disco c’è anche un pezzo, Momenti, che è un inedito scritto da Sergio Endrigo.

Nel 2009, cambia di nuovo pelle, diventa Airys, la sorella ribelle di Syria, e pubblica un EP, Vivo amo esco, in cui sperimenta l’elettronica. E, ancora una volta, anticipa di una manciata d’anni quello che è diventato un fenomeno ingestibile e che – almeno in Italia – ha creato spersonalizzazione e conformismo. L’album contiene una cover di Donatella Rettore, Io ho te, realizzata in duetto con i Club Dogo.

Syria veste i panni di DJ all'inaugurazione del punto vendita &Other Stories a Roma. Foto da Grazia.it

Syria veste i panni di DJ all’inaugurazione del punto vendita &Other Stories a Roma. Foto da Grazia.it

Col tempo, torna a fare una capatina al pop, senza trascurare le esperienze collezionate negli anni: nel 2011 pubblica Scrivere al futuro, un disco dal sapore sognante e onirico, scritto interamente da Dario Moroldo, cantante del gruppo indie Amari, e arrangiato e prodotto da Sergio Maggioni. Nel 2014, è il turno di un album elettropop, Syria 10, anticipato da Odiare, pezzo scritto da Max Pezzali.

Non soltanto cantante, però: partecipa al fianco di Francesco Paolantoni allo spettacolo Jovinelli varietà, scritto da Serena Dandini. Nel 2006, inoltre, collabora con Paolo Rossi in Chiamatemi Kowalski, che ottiene un successo straordinario con ben novantacinque repliche in giro per l’Italia. Non solo, negli ultimi anni è una DJ sempre più richiesta e nel 2016 diventa uno dei giudici della terza edizione del programma TOP DJ. Da qualche tempo a questa parte, inoltre, porta in giro per l’Italia uno spettacolo acustico, Bellissime, tributo alla musica italiana al femminile, accompagnata alla chitarra da Massimo Germini. E, tra non molto, realizzerà un sogno che conserva da tempo: uno spettacolo per ricordare e celebrare Gabriella Ferri, dal titolo Perché non canti più, ideato dalla stessa Syria e Pino Strabioli. L’evento, dopo l’anteprima di poche settimane fa, in autunno raggiungerà i più importanti teatri d’Italia.

Syria non è solo una cantante, è piuttosto un’interprete, ma non (soltanto) nel senso convenzionale del termine. È una personalità al servizio del bello, un’artista istintiva e attenta, pronta a vestire panni sempre nuovi, a cambiare per non smettere di riconoscersi. Un’interprete, dicevo, capace di accogliere qualsiasi genere musicale o progetto artistico e di offrirne una rilettura personale, identificabile, mai tiepida, ma sempre rispettosa. Un’interprete che ricorda le più grande icone del pop nostrano, da Gabriella Ferri a Mia Martini, non perché somigli a una cantante già esistita, ma per la sua attitudine all’interpretazione. Un’artista come Syria sa dare, al mestiere dell’interprete, una dignità che nel tempo è scemata, probabilmente perché si tratta di un ruolo ritenuto accessorio, praticabile da chiunque. Ma non è esattamente così.

In foto, Cecilia Cipressi, conosciuta come Syria

In foto, Cecilia Cipressi, conosciuta come Syria

Interpretare vuol dire vestire panni sempre diversi, senza dimenticare o ridimensionare i propri. Significa dare una chiave di lettura a qualcosa che esiste, ma che non vive ancora. A qualcosa che si compie nel momento in cui inizia ad avere non solo una voce, ma soprattutto una personalità, uno stile, un volto di riferimento. E Syria, a tal proposito, è un’artista che sa valorizzare quello che interpreta. E non mi riferisco soltanto alle canzoni. Ma, più in generale, al percorso artistico che ha scelto di intraprendere.

È vero, è un percorso ramificato e stratificato, forse persino incoerente, ma è riconoscibile. E, soprattutto, nasce da un profondo rispetto verso la musica, che è il mestiere di Syria, ma – a distanza di oltre ventidue anni – è ancora una passione, un gioco, un esperimento. È ancora entusiasmo. Probabilmente, una carriera più lineare avrebbe portato maggiori consensi, ma non sarebbe stata sincera. E, come mi ha raccontato lei stessa, qualche tempo fa, «Quello che faccio è dettato tutto dalla mia curiosità verso la musica. Nasce tutto dalla mia voglia di documentarmi, di leggere, di comprare dischi, di ascoltarli, di andare ai concerti. Ciò che faccio, da sempre, è avvicinare il più possibile la musica che mi propongono alla mia personalità, al mio gusto, così quello che canto, anche se non l’ho scritto io, fa parte di me. Mi somiglia esattamente».

Lunga vita a Syria, l’artista nomade della musica italiana, che ha abbandonato un posto sicuro per non tradirsi mai e restare fedele alla musica.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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