Una chiacchierata in spiaggia con Tommaso Di Giulio

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Tommaso Di Giulio @ Indiegeno Fest 2018 © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Tommaso Di Giulio @ Indiegeno Fest 2018 © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Ho conosciuto Tommaso Di Giulio alla mia prima partecipazione all’Indiegeno Fest e mi colpì molto. Si presentava come un semplice ragazzo romano, che cantava brani molto orecchiabili e a volte anche catchy (come li definirebbero gli inglesi). E da allora ho continuato a seguire i suoi progetti e ad ascoltare la sua musica.

Quando poi a marzo di quest’anno è uscito il suo ultimo album, ho potuto effettivamente dire che è stato amore a primo ascolto. Lingue è stato la colonna sonora dei miei viaggi anche (abbastanza frequenti) tra Pisa e Bologna. Ed effettivamente non poteva essere altrimenti, è un album che parla di molti viaggi, di molte esperienze, di lingue nuove per mondi nuovi, anche di amore. E quindi, appena hanno annunciato che tra gli artisti dell’Indiegeno 2018 ci sarebbe stato nuovamente lui, non potevo farmi assolutamente scappare l’occasione di potervi scambiare quattro chiacchiere.

Volevo intanto farti complimenti per l’ultimo album.

«Grazie mille, sei molto cara».

Volevo iniziare chiedendoti di presentarti per noi e di parlarci un po’ di te.

«Mi chiamo Tommaso Di Giulio, proprio così. Cioè questo è il nome che mi hanno dato i miei e il cognome che ho ereditato da mio padre. Faccio il musicista, in questa veste faccio l’antico mestiere del cantautore, anche se in una versione molto elettrica e molto più aggressiva da ciò che ci si può aspettare da un cantautore. Questa sera suono all’Indiegeno, il mio festival preferito e di cui sono veterano. È la terza volta che ci suono su cinque anni di edizioni. Ho fatto un disco che si chiama Lingue, il terzo».

Tommaso Di Giulio @ Indiegeno Fest 2018 © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Tommaso Di Giulio @ Indiegeno Fest 2018 © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Hai già detto che sei stato all’Indiegeno diverse volte, che legame hai col festival e con la Sicilia?

«Ho un rapporto enorme con la Sicilia, la canzone con cui inaugureremo la nostra partecipazione stasera è A chi la sa più lungache è stata proprio scritta a Catania, e la prima immagine della canzone (“bambini e spacciatori che giocano in piazza si osservano a distanza e negli occhi hanno un misto di paura e di invidia”) non ha lo scopo di denuncia – non credo molto nelle canzoni impegnate – però sicuramente mette in moto dei percorsi mentali più interessanti e diversi rispetto a chi non si propone nemmeno di farlo e, nello specifico, è stata un’analisi antropologico-emotiva, vedere lo stesso sguardo impaurito, titubante e ansioso di un’altra vita degli spacciatori e dei bambini.

«Va beh, ma questo non fa molto parte della Sicilia. Il mio rapporto con la Sicilia nasce sei anni fa in maniera molto importante, dato che il patron della Leave Music e ideatore dell’Indiegeno, Alberto Quartana, è di Mongiove. Ho registrato il primo album Per fortuna dormo poco proprio a Scordia e tutte le volte che non sono venuto a suonare qui ho cercato di venirci per esplorare. Perché, la Sicilia, anche se è difficile da raggiungere, una volta capite le sue regole, restituisce una vitalità e un vitalismo tanto brutale quanto entusiasmante e, a chi si misura a più livelli con la creatività, fa bene. Si può trarre molta ispirazione, oltre ai chili in più, da questo luogo».

Da qualche mese è uscito il tuo terzo album, Lingue. Perché questo titolo?

«Sarà una risposta molto lunga! Lingue ha tre significati in sé: il primo è una citazione del disco dei Talking Heads che amo molto Speaking in tongues, che rimanda al concetto di lingua mista, di torre di Babele.

«Il secondo argomento, anche tristemente precursore dei tempi, era un invito alla contaminazione. Lingue al plurale significa confrontarsi con una cultura che non è la tua e non significa solo ascoltare i Beatles e imparare l’inglese per capirli meglio, va anche sul piano fisico, sessuale e sensoriale. Dal meticciato si generano le cose migliori. Tutte le cose che mi piacciono di più nella mia vita sono frutto di mescolanze assurde. Mi spiego meglio: la cosa più importante del ‘900 globale, il rock and roll, è stato frutto della tratta degli schiavi africani e pian piano dalle commistioni, Elvis Presley, Chuck Berry sono poi nate tutte le musiche di derivazione africana, che sono le cose migliori che uno può ascoltare.

«Questo titolo è nato ben prima dell’insediarsi del nuovo governo, mai avrei potuto immaginare che così tante persone avessero paura di mescolarsi. Vedi in Sicilia, nello specifico, senza la dominazione araba, non ci sarebbero una serie di cose meravigliose che fanno parte di questo territorio. Bisognerebbe un attimo ripensare ai saperi, odori, sapori… Franco Battiato è un arabo-siciliano. Già lui basterebbe come patrimonio siciliano unico e inimitabile, ricordiamoci di mescolarci anche con le lingue.

«L’ultimo significato è una sorta di manifestazione, di cambiamento perché quando mio padre si è ammalato di una brutta combinazione di alzheimer e demenza senile ho dovuto rimboccarmi le maniche e prendermi cura di lui. Ho dovuto imparare una nuova lingua per comunicare con una persona a cui vuoi così bene. La lingua dell’amore cambia, specialmente se sei l’unica persona che gli è vicina. Quindi, una notte, dopo una giornata molto brutta a causa di una crisi che ha avuto, mi sono trovato a scrivere questa canzone alle tre di notte, cercando un significato. È uscito fuori il ritornello così strillato, a cui non ero molto avvezzo, ma che si è portato dietro poi tutto il disco».

Ho recentemente scoperto che hai collaborato anche con Gazzè. Cosa puoi dirci a riguardo? Come è stato collaborare con lui?

«Avevo già aperto diversi concerti di Gazzè. Sono molto fan di Gazzè da quando ho dodici anni, quindi vedersi proporre di scrivere una canzone con lui era già un privilegio. Come si fa abitualmente, si incide il brano e lo si manda, perché appunto testo e base sono miei. Gazzè ha deciso di tenere una parte del testo cantata da me e quando Giorgio Baldi, il chitarrista storico di Gazzè, che ha curato l’arrangiamento, me lo ha comunicato sono impazzito. La canzone è piaciuta talmente che Gazzè, che è uno degli artisti più generosi e tranquilli con cui abbia collaborato, continua a proporla dal vivo presentandomi come un ospite con tutti gli onori del caso. Spero che la collaborazione continui e, se così non fosse, lo andrò sicuramente a vedere in concerto perché secondo me resta un esempio di come si dovrebbe affrontare la canzone pop e la sua versione sperimentale, coniugando orecchiabilità, accessibilità e intelligenza. Pochissimi hanno saputo raccogliere la lezione di Gazzè negli anni duemila, io ci ho provato, ma i tempi sono cambiati.

«C’è stato un ricambio generazionale molto forte, lui continua ad avere molto successo, adesso ha fatto un’opera sperimentale molto particolare e divertente. Dopo 25 anni di carriera sta raccogliendo tanto plauso di un certo calibro. Ciò non toglie che è l’epoca della trap e delle canzoni generazionali, mentre le canzoni di Gazzè rimangono oggi più universali. Senza però buttarla su “oggi va la monnezza”, credo semplicemente che le nuove generazioni, i più giovani fino ai venticinquenni, abbiano voglia di appartenenza. Quindi se i compagni di liceo, di università, cantano una canzone tutti insieme, allora si inizia a seguire quell’artista. La musica leggera ricopre oggi un ruolo considerato meno “forte” rispetto ad altri mezzi e si modifica sul quotidiano.

«Non solo Fabi, Silvestri e Gazzè, ma i cantautori e le band anni Novanta come Samuele Bersani, Carmen Consoli, Afterhours, Subsonica, anche facendo ritornelli orecchiabili, mantenevano una densità di immaginario che non si estingueva dopo qualche mese. Forse parlo come un vecchietto dicendo queste cose, ma non riesco a emozionarmi ascoltando le canzoni di oggi, come anche i quattro argomenti che si passano gli artisti trap. Questa generazione verrà ricordata per quella della trap. Negli anni novanta le ragazzine compravano i Cioè, oggi comprano i giornaletti trap.

«Se tante persone si riconoscono in questo immaginario, evidentemente hanno bisogno di quello, chi sono io a dover fare il bacchettone? Tant’è che mi sto dedicando ad altri progetti paralleli alla carriera di cantautore».

Ad esempio?

«Ad esempio i Caltiki. Sono una band che ho formato l’estate scorsa e con cui esistiamo ufficialmente da dicembre, ma va bene. Forse perché facciamo una cosa fuori dal tempo. Ho scritto una decina di canzoni con un tema unico di surf and roll, suonano come un misto tra Beatles aggressivi e Battisti che va a un concerto hard rock. Facciamo un casino pazzesco sul palco, riprendo a fare caciara, suono il basso elettrico. L’altro giorno abbiamo suonato all’Indiegeno e ho dato, involontariamente, con una giravolta, la paletta del basso in faccia al chitarrista. Credevo di avergli fatto male, invece non è successo niente.

«Con questa band mi sfogo e vedo che la gente reagisce bene. Abbiamo fatto venti concerti i pochi mesi, le persone rispondono bene anche se non abbiamo nulla in rete, se non qualche video. Questo significa che c’è speranza anche per la musica che non “ha l’hype”, per cui non devi pagare le sponsorizzazioni su Facebook».

Hai anche collaborato al progetto Dieci storie proprio così. Di cosa si tratta?

«È un altro progetto parallelo dove faccio proprio il musicista, canto a volte, ma perlopiù è musica strumentale. Prima di scrivere canzoni facevo colonne sonore. Mi piace molto la musica classica, il melodramma. Non sono un accademico, ma molti dei miei artisti preferiti hanno fatto per tutta la vita musica strumentale.

«È un progetto meraviglioso che riprenderemo, cambiando le storie, prossimamente. Raccontiamo storie note e meno note di persone che hanno deciso di combattere le mafie in ogni loro forma, dalle storie che si trasformano in orrore vero e proprio, fino ai piccoli imprenditori che non si lasciano scoraggiare dalla fabbrica data alle fiamme o dai piccoli interventi di pizzo. Riescono a combattere le mafie, anche a costo di passare la vita sottoscorta. Mettono in gioco la loro vita senza mai considerarsi come eroi. Quando intervistiamo sul palco i diretti interessati, come la vedova Borsellino o altri, tendono a sottolineare che si sbaglia a parlare di eroismo. Si parla di intellettuali e semianalfabeti che hanno una grande forza di volontà e un amore immenso per la propria terra. Gaetano Safioti che vive sotto scorta, è un imprenditore calabrese che ha avuto il paese contro, nessuno gli rivolgeva la parola. Ha piano piano riconquistato la fiducia e non se n’è andato, ha scelto di restare lì.

«Non solo in Sicilia, Calabria, Campania esiste la mafia: andiamo a Roma, andiamo al Nord. I ragazzi delle scuole che vengono agli spettacoli restano sconvolti dallo scoprire che in Brianza ci sono infiltrazioni mafiose pericolosissime che hanno danneggiato il territorio. Noi raccontiamo queste storie che non vengono raccontate nei TG e nella cronaca. È un grande arricchimento, come musicista e come cittadino».

È stata una chiacchierata piacevolissima, in cui abbiamo parlato del nuovo album, di alcune esperienze passate e altri progetti futuri. Spero davvero che il futuro sia migliore per te, per la musica e anche per la società.

About author

Alessia Scarpinati

Alessia Scarpinati

Sono nata giusto in tempo per capire che le cose belle della vita sono tante, che scrivere di me è fondamentale e che non riuscirei a vivere in un mondo senza musica, concerti, libri e attori inglesi.

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