Tunisia, diario di viaggio (cap. 1)

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Tunisia, diario di viaggio (cap. 1) © partedeldiscorso.it / Anna Pulcher

Tunisia, diario di viaggio (cap. 1) © partedeldiscorso.it / Anna Pulcher

3 settembre – Sono qui. Ancora per qualche ora in acque italiane e poi… altre acque. In fondo il mare o l’oceano sono gli elementi che l’umano non riesce a dominare, non hanno confini fissi come la terra, non possono essere modellati, ricostruiti, tracciati. Dopo qualche tempo anche la scia lasciata dalle navi scompare e del nostro passaggio non rimane traccia che sia visibile.

Il mare ha in sé mille storie, ma non le mostra. Le sue cicatrici sono in profondità. Ed è così facile annullarsi tra le sue onde, lasciando andare lo sguardo tra le creste, in cerca di punti di riferimento che non ci sono.

Improvvisa rivelazione in coda per l’ultimo check-in: è esattamente per questo viaggio che serve il libretto granata, a passare da un porto – un mondo – conosciuto a un altro, inesplorato, ma illuminato dallo stesso sole e con la porta di benvenuto aperta.

4 settembre – Prime impressioni di Tunisi (ma mi pare di esserci stata già molte ore, sebbene non mi sappia assolutamente orientare). La prima idea di cosa sarà questo viaggio me la dà il risveglio sul traghetto il mattino del mio arrivo. Il vicino di poltrona mi vede sveglia, mi saluta, commenta che tutte le voci intorno non ci lasciavano dormire e con semplice generosità mi regala metà della sua colazione, una merendina. Per tutta risposta gli regalo metà della mia, una mela.

Tutte le case sono bianche, abbaglianti nel sole di settembre che rallenta i ritmi della vita nel porto e rende frenetica quella stradale, scandita dai clacson e dal sottofondo dei motori fermi e che girano a vuoto.

Nel giro notturno in macchina, che faccio con Zainab e Jawad, sposati da due anni, penso che Tunisi sia un unico nastro di strada dall’asfalto liscio e consumato dal calore e dal passaggio costante delle macchine. Vediamo Almarra, Sidi-bou-Said, Cartagine, Alkram, Berges sur le lac, altri quartieri che rimangono nomi e insegne luminose di caffè e ristoranti. Attraverso il finestrino dell’auto immagino come debba essere camminare per quelle strade, perdersi nei viottoli di questa città vastissima.

Ritorna un pensiero che avevo fatto tanti anni fa sopra a un aeroplano; come faranno due persone che abitano qui a incontrarsi? Potrebbero vagare per anni senza mai passare per la stessa via nello stesso istante. Siamo formiche in un gigantesco formicaio che procede da solo verso “qualcosa”. Qui si sente lo sforzo nel procedere, lo si vede nei negozi all’occidentale, nei centri commerciali omologati, nelle catene di fast food, lo si sente nei commenti delle persone, nel misto di orgoglio e amarezza per un Paese così bello eppure sconclusionato, soprattutto dopo la rivoluzione. Così si può valutare se una rivoluzione è stata effettivamente tale. Se ha segnato una svolta anche nel futuro, allora è rivoluzione.

Per il momento quella tunisina non ha portato grandi vantaggi; l’idea che se ne ha è che le persone non sappiano gestire le libertà e la confondano con l’autorizzazione a fare ciò che conviene a se stessi, creando un’inevitabile confusione. Mi dico che in fondo la libertà in una democrazia è un concetto che dev’essere ancora definito, almeno da parte mia, e che per adesso si limita alla mia breve esperienza di italiana.

Arrivata a casa, ieri notte, ho notato il muro bianco che la circondava e che era replicato in tutte le case vicine. Così sembrava di muoversi in uno strano percorso guidato da pareti, strade vuote e disseminate di veicoli parcheggiati, senza che fosse possibile percepire l’intimità di chi abita nelle case. Penso ai bassi napoletani, alle finestre spalancate per fare entrare l’aria serale, a quanto l’idea di riservatezza sia relativa e puramente geografica.

5 settembre – Bilancio della giornata: esco di casa verso le 5:00 con un desiderio di far passare l’asfalto sotto ai miei piedi. È come se ogni luogo nuovo potesse essere visto solamente grazie al loro spostamento. Per strada devo contenere l’euforia per non dare ancora di più nell’occhio; ma il primo giro per la città, in solitaria per giunta, non può che farmi sorridere e lasciare con un senso di pace ed energia addosso.

Cammino per una strada larga, che scelgo per il brulichio delle persone. Ho bisogno di vederle tutte, ho bisogno di isolare i singoli nelle foto. Fisso nella pellicola le prime inquadrature. Cerco di creare un rapporto tra il personaggio e il paesaggio, che come avevo avvertito a Napoli è anche qui importante quanto la carne viva. I colori, le forme, il rumore e il calore attenuato di fine giornata, il dialogo silenzioso che ognuno di noi ha con se stesso e con ciò che lo circonda; vorrei che tutto questo passasse in queste immagini. Ogni click mi esalta e fa aumentare la percezione che ho della via e dei dintorni, stordendomi. I saluti degli uomini faccio finta di non sentirli, rispondo con un sorriso a quelli più rari delle donne e rimango stupita da quello amichevole e al contempo rispettoso delle bambine.

Arrivata al disotto di un ponte sopraelevato decido di proseguire dritto; non sono ancora abbastanza stanca per tornare indietro, ma non voglio cambiare direzione per paura di perdermi. Così continuo la passeggiata verso il sole, che da giallo inizia a sfumare e ad avvolgere ogni cosa nella sua serenità da moribondo, o forse da chi si appresta a dormire (e a sognare). Incrocio per caso la mia prima moschea tunisina, ma sono dubbiosa riguardo all’entrarci e rimango nel giardino esterno. Poi faccio il primo cambio di direzione per liberarmi da alcuni ragazzi che commentavano che sì, avevo una macchina fotografica e quindi mi fermavo per strada a fare foto.

Prendo una scorciatoia (immaginata e rivelatasi tale) che fa il giro di un edificio verde acceso e ritorno sui miei passi con una certa soddisfazione. Poco dopo rifaccio la stessa mossa per allontanarmi da chi avevo fotografato in cima a un edificio e sembrava non essere troppo d’accordo, ma questa volta proseguo per la strada che portava verso il tramonto. I muri dei negozi e delle case sono illuminati, e penso che ogni cosa sarebbe dovuta essere bella solo per poter sfruttare appieno quella luce. Se avessi vissuto lì avrei sollevato la tenda, tolto i cartelli rossi e grezzi dalle pareti per lasciare vivere le piastrelle arabescate di azzurro, giallo e verde e lasciar loro svolgere la loro funzione estetica. Se si vivesse sempre con quest’idea ci sarebbe più armonia.

Per strada incontro una signora che con una grande espressività e gestualità mi ferma e mi raccomanda di fare attenzione alla borsa e alla macchina foto, ma non ce n’era bisogno; il diario, la macchina e i documenti sono le cose che mi rendono improvvisamente responsabile e attenta. Continuo per la strada che curvava a sinistra. A un incrocio rimango ferma per qualche momento, perché c’è un’aria speciale.

Da un lato una casa con alcune pareti prive di intonaco, con mattoni vivi e rovinati, che lasciavano intravedere una signora vestita di azzurro e blu che scendeva le scale, poi c’era una strada con negozi sgangherati e una moschea. Ormai il sole era troppo basso per illuminare i muri delle abitazioni e la sua unica traccia era nella torre appuntita della moschea, colorata dalla sfumatura arancione. Lì sono raggiunta da un pensiero: questa città, questo Paese, è di una terribile bellezza.


La bellezza sta nel divino rapporto con il cielo che si respira nei pressi delle moschee, durante i canti dell’imam; sta nella cura per i colori, per il sapore del pane che si spande da ogni panetteria per strada, nella cultura secolare che modella ogni parola e cosa, nell’ospitalità delle persone.


La bellezza sta nel divino rapporto con il cielo che si respira nei pressi delle moschee, durante i canti dell’imam; sta nella cura per i colori, per il sapore del pane che si spande da ogni panetteria per strada, nella cultura secolare che modella ogni parola e cosa, nell’ospitalità delle persone. Ma è anche terribile, e lo è dove si trova una profonda frattura colma di contraddizioni. La mancanza di uguaglianza tra uomini e donne, l’impronta di una cultura profondamente patriarcale che porta le donne a camminare schive e ad avere una traccia di paura negli occhi, ma anche la disparità tra le persone, tra quelle che si possono permettere un appartamento da migliaia di dinari in riva al lago e quelle che nascono, vivono e muoiono in un cubo di cemento scrostato.

E siccome abbiamo l’innato bisogno di antropomorfizzare tutto, anche gli animali ci rimettono. Guardo le decine di gatti e cani per strada che frugano nei bidoni stracolmi e penso a tutti gli altri animali che conducono una molle e oziosa esistenza negli appartamenti sul lago. Realizzo che l’essere umano è riuscito a rendere un altro animale simile a lui, persino nella disparità.

Il dolore che proviene da questa discrepanza è palpabile e si mescola con la bellezza, creando quel viluppo che sentivo all’incrocio con la moschea. Masticando questi pensieri decido di non tornare indietro per la stessa strada, ma di proseguire per una via più animata che dovrebbe essere una parallela.

Arrivo in un’altra via dritta, forse una continuazione della prima. Potrei tornare indietro, ma c’è ancora luce e i miei piedi decidono di proseguire. Mi godo lo spettacolo un po’ comico degli uomini davanti allo schermo per guardare la partita di calcio, mi intenerisce e fa ridere la loro aria concentrata da bambini. La strada si fa più stretta e arrivo fino a una collina e a quel punto capisco che se voglio tornare a casa prima del buio mi conviene capire da dove sono arrivata.

Penso di continuare per la strada dritta, che ben presto spunta in una che non conosco; una piazza e alcune viuzze attorno a essa piene di gente che smonta le bancarelle del mercato, cerca le ultime cose da comprare o perde tempo, e piene di gatti che si muovono silenziosi e persi sopra, sotto, in mezzo al caos di fine giornata.

So la direzione in cui devo andare e mi dirigo verso di essa, svolto a destra e davanti a me si apre uno scorcio sui tetti bianchi e una maestosa luna rossa e piena, bassissima. Rimango folgorata dalla sua bellezza e decido che sarà lei la mia guida. Mi sembra di riconoscere una moschea, la raggiungo e poco dopo passo sotto al ponte sopraelevato gioendo del per il mio fortuito senso dell’orientamento.

Troppo presto. Cammino per la larga strada e pian piano mi rendo conto di non riconoscere nessuno dei negozi. Torno sui miei passi. Il ponte non ha i murales dell’altro. Sono sempre persa, mi rendo conto di non avere soldi né con me né sul telefono e mi rimangio tutti i complimenti. Penso di proseguire lungo la strada nella speranza e di trovare il ponte gusto, ma non so più se andare a destra o a sinistra, quando a una parete riconosco alcuni poster che avevo intravisto quella mattina col giro in macchina con Faisal e suo padre Hassan.

Torno nuovamente nella strada dritta e dopo qualche minuto riconosco due negozi, ringrazio mentalmente l’assenza di cose da fare nella mattina che mi ha permesso di osservare il paesaggio. Continuo a camminare, indecisa se preoccuparmi per il fatto che era quasi buio e non riconoscevo più la strada da un po’ o se riempirmi della luce della luna che si confondeva tra i lampioni più alti di lei. Vorrei scegliere la seconda cosa, ma devo optare per la via di mezzo.

Cerco di scacciare la paura del camminare da sola e di essere, e lo penso solo in questo momento, l’unica turista della zona. Forse è proprio per quel fatto che la città mi aveva colpito così intimamente. Ovunque va, il turista porta con sé un pezzo di casa propria, rendendo la città visitata cosmopolita. Quella che avevo percepito oggi era Tunisi allo stato puro con un sentore quasi impercettibile di Italia.

Zero riferimenti e ormai è notte. So che dovrei girare a sinistra, ma qualsiasi strada che incrocio non è illuminata e una sensazione di prudenza e paura mi dice di rimanere lì dove c’è la luce e qualche passante. Arrivo di fronte a un supermercato che riconosco e mi fermo.

Una ragazza della mia età e dallo sguardo dolce è la persona giusta per chiedere informazioni. Lei non conosce la strada, chiediamo in giro ma niente. Nel frattempo arriva sua madre, che mi offre dei pop corn e mi lascia usare il suo telefono. Così l’avventura si trasforma in una comoda chiamata al cugino Faisal, che mi viene e a prendere.

Da due stradine di distanza, a malapena un centinaio di metri.

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Anna Pulcher

Anna Pulcher

Mi chiamo Anna e sono palindroma. A volte mi piace parlare iniziando dalla fine e finendo con l’inizio, mi piace confondere l’idea di prima e di dopo, avanti e indietro, destra e sinistra e giocare con tutte le finte regole che ci circondano. In questa confusione di direzioni ho messo radici a Trieste, dove vivo e studio in compagnia delle amicizie e del mare, una sorpresa preziosa per una piemontese di nascita. Tra un viaggio e l’altro, tra una passeggiata e molte chiacchiere, la mia vita si riempie di passioni. Amo fare foto (agli sconosciuti), scrivere, disegnare e fare acquerelli (soprattutto quando piove), camminare (con i piedi e sopra ai trampoli), cantare e suonare, leggere, perdermi in pensieri aggrovigliati e sciolti, sperimentare in cucina e imparare nuove lingue (così si avvicina prima il momento di iniziare un nuovo viaggio). Amo spostarmi da una casa all’altra, ce ne sono svariate in diverse parti del mondo. Sono tutti i posti dove ho lasciato un pezzo di cuore.

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