Una vita all’insegna dell’usa e getta. Ma a quale prezzo?

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Una vita all’insegna dell’usa e getta. Bottigliette di plastica usate per qualche giorno e poi buttate via, perché ovviamente dopo un po’ si devono cambiare, e pazienza se ci abbiamo bevuto solo due volte.

Una vita all’insegna dell’usa e getta. Bottigliette di plastica usate per qualche giorno e poi buttate via, perché ovviamente dopo un po’ si devono cambiare, e pazienza se ci abbiamo bevuto solo due volte.

Una vita all’insegna dell’usa e getta. Bottigliette di plastica usate per qualche giorno e poi buttate via, perché ovviamente dopo un po’ si devono cambiare, e pazienza se ci abbiamo bevuto solo due volte. Buste di plastica ritenute ormai indispensabili per qualsiasi cosa: per fare la spesa, per trasportare o conservare cibi e oggetti di qualsiasi tipo. E anche in questo caso guai a usarle più di due o tre volte, perché ormai si sono sporcate, quindi non servono più.

Per non parlare poi di tutti i piatti, i bicchieri e le posate di plastica che usiamo ogni volta che siamo di fretta o che semplicemente non ci va di lavarli. Perché se organizziamo una festa, o anche un pranzo in casa, non possiamo mica tirar fuori tutti quei piatti e bicchieri di ceramica, sarebbe uno spreco di energie e di tempo, giusto? E, se siamo dei bravi ospiti, facciamo anche attenzione a che ogni invitato abbia a disposizione almeno due o tre bicchieri da usare durante la serata, nel caso in cui il primo venga perso di vista, e un piatto diverso per ogni portata, giusto per essere più puliti.

La plastica è pratica e comoda da usare, è stata inventata per semplificarci la vita, no? E allora perché preoccuparci delle conseguenze dei nostri sprechi, anziché usarla cercando di trarne il massimo vantaggio?

La copertina di National Geographic Italia di giugno 2018, Un mare di plastica

La copertina di National Geographic Italia di giugno 2018, Un mare di plastica

La copertina del numero di giugno di National Geographic Italia è dedicata proprio a questo: “Un mare di plastica. Ogni anno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono nei mari del nostro pianeta. Ed è solo la punta dell’iceberg”. Questo è quello che si legge, bello chiaro. E all’interno troviamo un servizio di più di 20 pagine di Laura Parker che, con immagini, grafici e testimonianze, analizza il fenomeno in tutte le sue sfaccettature.

Perché dedicare tanto spazio e tanta energia a un qualcosa che è ormai parte integrante della nostra vita e che usiamo senza più pensarci e senza porci troppe domande?

Forse perché, oltre a essere parte delle nostre vite, la plastica è anche parte dei nostri mari, più di quanto possiamo immaginare e più di quanto possiamo vedere. Come fa notare Elizabeth Royte, sempre per National Geographic, infatti, gli scienziati sono preoccupati per l’impatto delle plastiche marine perché sono onnipresenti e con il tempo si degradano e si frammentano in nanoplastiche che, misurando meno di 100 miliardesimi di metro, sono pressoché invisibili.

Forse è proprio per questo che la plastica, dal migliorare le nostre vite, finirà con il danneggiarle e arriverà a creare danni irreversibili: perché molte delle implicazioni e delle conseguenze del nostro modo di vivere sono invisibili, e se non lo sono facciamo di tutto per renderle tali, per non pensarci, per ignorare gli appelli degli esperti, le ricerche sull’argomento, le parole di chi, così come potremmo e dovremmo fare tutti, si è informato e vuole farci capire che è il caso di cambiare rotta.

Tutte le alternative (e le ragioni) che abbiamo per dire no all’usa e getta

La grafica di copertina del servizio di Laura Parker per National Geographic dedicato alla plastica

La grafica di copertina del servizio di Laura Parker per National Geographic dedicato alla plastica

Se solo volessimo, infatti, avremmo tutti i mezzi per capirci di più, per raccogliere informazioni in modo da chiederci, consapevolmente e dopo un bell’esame di coscienza, se non stiamo forse contribuendo anche noi a tutto questo, ovviamente nel nostro piccolo. E se proprio vogliamo nasconderci dietro al luogo comune, che puzza tanto di scusa, che da soli non si può fare molto per cambiare le cose, quindi tanto vale stare con le mani in mano, allora proviamo a vedere il tutto da un’altra prospettiva: da soli, senz’altro, facciamo qualcosa per peggiorare la situazione di per sé già drastica. Fosse anche solo per quelle tre bottigliette d’acqua che usiamo a settimana, anziché comprare una bella borraccia che le sostituirebbe tutte, o per le buste con cui trasportiamo la spesa fino a casa, quando potremmo usare delle borse di certo più comode e resistenti, o per tutta la plastica che non ricicliamo, perché non abbiamo spazio in casa o non abbiamo tempo, noi contribuiamo a creare i milioni di tonnellate di plastica prodotti ogni anno, molti dei quali non vengono riciclati e finiscono in mare.

Di conseguenza, contribuiamo a rendere il mare un “campo minato per gli animali”, che mangiano la plastica pensando che sia cibo, così come contribuiamo a danneggiare irreparabilmente risorse naturali come il fiume Pasig, un tempo motivo di orgoglio per gli abitanti di Manila, capitale delle Filippine, e poi, dal 1990, dichiarato biologicamente morto perché tra i 10 fiumi del mondo che trascinano in mare le maggiori quantità di rifiuti di plastica.

Una tartaruga marina impigliata in una rete da pesca in plastica al largo della Spagna

Una tartaruga marina impigliata in una rete da pesca in plastica al largo della Spagna

Di esempi, foto e testimonianze se ne potrebbero trovare a bizzeffe, dai più evidenti e preoccupanti a quelli che invece permettono di essere più speranzosi. Certo, immagini forti e dati eclatanti forse potrebbero servire a scuotere un po’ gli animi dei più assidui e convinti amanti della plastica, ma non è questo il punto, almeno secondo me.

Il punto non è aspettare di avvertire la catastrofe per convincerci che forse bisogna cambiare qualcosa, così come non è colpevolizzarsi a vicenda con il fine di capire chi inquina di più e ricicla di meno, né cercare intorno a noi esempi di comportamento peggiori del nostro, in modo da sentirci un po’ più ecologisti. E non si tratta neanche di essere ecologisti convinti a tutti i costi, di adottare uno stile di vita zero waste (a “rifiuti zero”) o di trasferirci tutti in villaggi ecologici e cambiare radicalmente le nostre vite. C’è chi lo fa, arrivando anche a condurre una vita più felice e soddisfacente di quella di prima, ma questi sono passi che non si possono pretendere da tutti, dal momento che ognuno ha il suo grado di consapevolezza e di sensibilità, nonché le sue esigenze.

Montagna di rifiuti di plastica a Dacca, Bangladesh

Montagna di rifiuti di plastica a Dacca, Bangladesh

Ma allora qual è il punto? Cos’è che mi ha spinta a scrivere qualche paragrafo proprio su questo argomento?
Il punto è capire, come si dice nell’articolo sopra citato, che “la plastica non è un male di per sé. Quel che conta è come la usiamo”; di conseguenza è indispensabile “rivedere il nostro atteggiamento nei confronti di questo incredibile materiale” ed “evitare l’uso non necessario della plastica”. È inutile pensare agli altri ed è inutile anche pensare troppo a cosa fa o cosa dovrebbe fare lo Stato o chi di competenza per cambiare le cose. Certo, una svolta proveniente dai piani alti sarebbe senz’altro più d’effetto e avrebbe maggiori conseguenze positive, ma dal momento che non abbiamo tutto questo potere di influenza, o fino a quando non lo avremo, pensiamo a noi, al nostro stile di vita e alla nostra responsabilità e comportiamoci di conseguenza.

Non aspettiamo di vedere foto di animali morti il cui stomaco è pieno di plastica, né di leggere previsioni disastrose su come sarà il mondo tra 50 anni. E non aspettiamo neanche che qualcuno ci illustri i vantaggi pratici di una vita con meno plastica o che ci sia una legge che ci obblighi a ridurne l’utilizzo. Non abbiamo bisogno di altre ragioni né di stimoli ulteriori per salvaguardare e proteggere un po’ di più l’ambiente in cui viviamo, se non, appunto, la protezione dell’ambiente in cui viviamo. Un po’ meno cultura dell’usa e getta, che poi non riguarda solo la plastica, e un po’ più di rispetto per quello che ci circonda, perché amore è chiedere troppo.

Se non siamo abbastanza lungimiranti, non facciamolo per le generazioni future e, se non siamo abbastanza sensibili, non facciamolo neanche per tutti gli animali e le specie vegetali che stanno morendo per colpa nostra. Facciamolo per noi, facciamolo perché è un nostro dovere.

E per i più pragmatici e materialisti, che ancora non sono convinti, fatelo perché non ci perdete niente, anzi ci guadagnereste. Voi e tutti noi.

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Nicole Di Stefano

Nicole Di Stefano

Nata nel 1997. Orgogliosa di essere lucana, ma consapevole sin da subito che prima o poi sarei andata via. Studio Scienze Internazionali e Diplomatiche. Mi piace leggere e mi piace scrivere (prevedibile no?). Amo viaggiare e quando non posso farlo personalmente mi faccio aiutare dalla National Geographic, anche perché la fotografia mi affascina, e non poco. Sono curiosa e dinamica, faccio (e mi faccio) tante domande, forse troppe e a tratti sono logorroica, lo ammetto (si vede?).

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