Consigli letterari: leggere Americanah non può far altro che bene

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Dettaglio della copertina di Americanah, di Chimamanda Ngozi Adichie, edito da Einaudi

Dettaglio della copertina di Americanah, di Chimamanda Ngozi Adichie, edito da Einaudi

Leggere Americanah in Italia (e in molti altri posti) nel 2018 può dimostrarsi illuminante non solo per chi, allo sbarco di una nave carica di migranti mostra il lato peggiore di sé, ma soprattutto per chi, come me, ha bisogno di storie come questa per contrastare l’odio razziale che, come un cancro, anche in questo periodo storico cresce senza ostacoli.

Americanah, corposo romanzo semi-autobiografico della scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie, narra la storia di Ifemelu, giovane e brillante nigeriana proveniente da una famiglia borghese che si trasferisce in America per completare gli studi universitari. A fare da sfondo al trasferimento di Ifemelu c’è la storia d’amore con Obinze che, come un cerchio, apre e chiude il romanzo. Lei vola in America, ma lui non ottiene il visto e tenta una vita clandestina in Inghilterra: Americanah può dirsi un doppio romanzo di formazione.

Comincia quindi il viaggio di Ifemelu che, messo piede in terra straniera, scopre di appartenere a una razza e s’imbatte nel razzismo contemporaneo, velato di una patina di perbenismo americano. Ed è proprio l’America, la grande e moderna America, a metterla in difficoltà, facendole compiere cose impensabili per disperazione o costringendola a lisciare i propri capelli per sperare di ottenere un posto di lavoro. Perché sì, non solo la pelle, ma anche l’acconciatura diventa una metafora della scala sociale e della comune idea di bellezza femminile; come suggerito nel romanzo, provate a sfogliare una rivista di moda e rapportate il numero di modelle africane rispetto a quelle dalla pelle candida: la percentuale è quasi inesistente.


L’unica ragione per cui dici che la razza non è un problema è perché vorresti che non lo fosse. Tutti lo vorremmo. Ma è falso.


Dettaglio di un ritratto di Chimamanda Ngozi Adichie, realizzato da Mamadi Doumbouya per Vulture (vulture.com)

Dettaglio di un ritratto di Chimamanda Ngozi Adichie, realizzato da Mamadi Doumbouya per Vulture (vulture.com)

La vera svolta per Ifemelu è il lancio del suo blog online Razzabuglio, o varie osservazioni sui Neri Americani (un tempo noti come negri) da parte di una Nera Non Americana, grazie al quale raggiunge una certa notorietà parlando di razzismo da parte degli Americani Non Neri nei confronti dei Neri Americani e dei Neri Americani nei confronti dei Neri Non Americani. Gli articoli sui pregiudizi razziali rappresentano i passaggi più provocatori e al contempo educativi del romanzo: da ognuno di questi si possono trarre insegnamenti e modi di comportarsi che molto spesso, soprattutto a noi nati e cresciuti nell’antichissima Europa, sono estranei. Tra questi, la differenza tra l’essere povero e bianco con l’essere povero e non bianco; la considerazione dei lavoratori di pelle nera (una babysitter nera va bene, ma un capo nero è inaccettabile); la brillante spiegazione sulla razza come questione sociologica, non biologica.

Americanah, però, non racconta solo l’America contemporanea, quella che vede l’elezione di Obama, il primo presidente nero, ma tratteggia la Nigeria in modo totalmente diverso da come i media ci hanno sempre mostrato (al punto che mi sono sentita anch’io razzista): i problemi che la Adichie fa trasparire non sono, banalmente, la povertà o l’analfabetismo, quanto la corruzione, il ruolo della moglie, che anche in casi in cui non è necessario, preferisce farsi mantenere dal marito, o di quest’ultimo che non comprendere la scelta così europea di troncare un matrimonio “solo” perché non ci si ama più, o non ci si è mai amati.

Ifemelu ben presto si renderà conto di sentirsi straniera in America ed estranea in terra natia, nella sua Nigeria, che tanto giudica ma tanto ama.

Leggete Americanah se cercate 500 pagine di amore, rivincita, sogni, speranze. Leggetelo e consigliatelo a chi non comprende che Ifemelu, sola in terra straniera, barcamenante fra una realtà e l’altra, con tutte le conseguenze che ciò comporta, non è poi così diversa da una ragazza europea, con le sue debolezze, la voglia di fare e di trovare il proprio posto nel mondo.

About author

Camilla Pinto

Camilla Pinto

Classe 1996, laureata in Lettere e studentessa di Italianistica a Bologna. Mi piacciono i libri, il mare, il buon cibo. Leopardi scrisse: "Può esser certa che se io vivrò, vivrò alle Lettere, perché ad altro non voglio né potrei vivere". È così anche per me.

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