Non solo CRLN: da Mou a Porceddu, adesso parlano le donne della musica italiana

1
CRLN (Caroline) in una foto di Ciro Galluccio (cirogalluccio.com)

CRLN (Caroline) in una foto di Ciro Galluccio (cirogalluccio.com)

Il 18 dicembre 2017 l’americano Time, come ogni anno, ha dedicato la propria copertina alla cosiddetta Person of the Year, la Persona dell’anno. La scelta del settimanale, però, stavolta ha fatto eccezione e, forse, la Storia. Non si è trattato, infatti, di una persona, ma di una categoria: le donne, quelle capaci di rompere il silenzio e lanciare un movimento. Un anno, quindi, che ha visto quello che De Beauvoir definì – senza disprezzo, ma con profonda (auto)consapevolezza – “secondo sesso” finalmente protagonista; un anno, a fronte di secoli di mutismo.

Qualcosa, però, più che essere cambiato, in realtà, sta cambiando. Oggi viviamo un processo in cui il genere femminile è finalmente protagonista; non egemone assoluto, ma di uno spazio ritagliato con grinta e coraggio, meritato quanto quello di un uomo ma sudato molto più di quello di un uomo.

A quasi un anno da quella copertina, però, siamo tornati a raccontarvi di un fatto che ha a che fare proprio col sessismo e tutto ciò che ne deriva (la maggiore difficoltà a guadagnarsi rispetto in ambito professionale, per le donne rispetto ai colleghi uomini; l’inevitabile ostacolo che il proprio sesso rappresenta, dal momento in cui questo sembra venire prima, nella percezione altrui, del proprio talento). Il 6 agosto 2018, nell’ambito dell’Indiegeno Fest di Patti (ME), CRLN è stata “accolta” dal pubblico del main artist della serata, Gemitaiz, con cori sessisti – e, commentiamo noi, puerili e particolarmente privi di estro, creatività – del tipo “Ollelè, ollalà, faccela vede’, faccela tocca’”. Questo ancora prima che la ragazza eseguisse anche solo una nota dei suoi brani. Di conseguenza, le prime parole di CRLN sul palco non sono state i versi di In un mare di niente né di Con tutti i miei difetti, ma «Non siamo nel Medioevo».


Ricordo che rimasi sconcertata, fra l’imbarazzo e l’ansia. Mi girai in cerca di supporto verso Erriquez che mi disse: ‘Non ti preoccupare, vai tranquilla, purtroppo è sempre così’.


Ed è vero, non siamo nel Medioevo, però talvolta sembra. Perché quello che è successo a CRLN non è successo solo a CRLN, anzi. Pare ormai essere accettato come prassi, specie da chi si appresta a calcare il palco per le prime volte e quel rispetto a cui facevamo riferimento prima – che le donne si devono guadagnare, mentre agli uomini viene accordato con assai meno fatica – non l’hanno ancora ottenuto. Abbiamo allora deciso di tornare sull’argomento e di farlo non da soli, ma mettendo su un coro di voci: quello delle donne protagoniste della musica italiana.

Tra queste, c’è Ilaria Porceddu, che ci racconta (e non è stata la sola, come vedrete) un’esperienza che replica perfettamente quella che ha avuto luogo all’Indiegeno: «Ricordo benissimo un concerto del Primo Maggio di qualche anno fa. Nel momento stesso in cui ho messo piede sul palco al fianco della Bandabardò, sono cominciati i “classici” (definiamoli così) cori “Ollelè, ollalà, faccela vede’, faccela tocca’” e subito dopo “Escile!”. Ricordo che rimasi sconcertata, fra l’imbarazzo e l’ansia. Mi girai in cerca di supporto verso Erriquez che mi disse: “Non ti preoccupare, vai tranquilla, purtroppo è sempre così”».


Avevo diciotto anni e presentai una canzone intitolata Trentotto. Quando annunciai il titolo un ragazzo del pubblico mi urlò: ‘Come? Sessantanove? Bocchina!’.


Erica Mou in una foto di Andrea Mete

Erica Mou in una foto di Andrea Mete

Nel tracciare i confini di questo fenomeno, tenere a mente il genere (musicale e non) della serata ci aiuta sicuramente. Lo lascia intendere CRLN stessa, che sulla sua pagina Facebook racconta di quando subì un trattamento analogo da parte del pubblico – quella volta – di Marracash: «Mi ricordo che cantavo un verso di un mio pezzo che dice “Voglio aprire io le danze” e tra i cori c’era chi mi correggeva urlando che avrei dovuto aprire le gambe e non le danze, con l’aggiunta di qualche “troia” volante». «Quando ho accettato l’apertura a Gemitaiz all’Indiegeno Fest sapevo a cosa andavo incontro ma speravo in un altro esito questa volta», confessa, infatti, all’inizio del racconto. Anche Erica Mou ci dice di essere «quasi certa che il pubblico sia lo specchio dell’artista che supporta» e inoltre racconta che anche a lei sono state indirizzate le canzonature sessiste del pubblico, «molti anni fa», proprio durante un festival, come Porceddu e CRLN: «Avevo diciotto anni e presentai una canzone intitolata
Trentotto
. Quando annunciai il titolo un ragazzo del pubblico mi urlò: “Come? Sessantanove? Bocchina!”».

Alle colleghe fa eco Chiara Dello Iacovo, che (fortunatamente) non è mai stata oggetto di simili eventi, ma ammette «credo [che ciò] sia anche rapportato agli artisti che ho avuto l’onore di aprire. È molto improbabile che il pubblico di Niccolò Fabi, Edoardo Bennato o Daniele Silvestri ti urli insulti sessisti». Una questione di immaginari, sensibilità, educazione, secondo lei: «Gli anni ‘60/’70, sono stati un grande periodo di rivalsa per il genere femminile e, nonostante le dinamiche sessiste del mondo dello spettacolo, il pubblico nutriva un grande rispetto per le figure femminili al suo interno. È sicuramente diverso rispetto a crescere con i culi delle “oggettine” sulla TV nazionale, com’è successo alla mia generazione (Chiara Dello Iacovo è nata nel 1995, nda)». Si discosta invece da questa versione Serena Abrami, a cui è stato riservato un trattamento spiacevole dal pubblico di un artista «di un certa “elevazione culturale”, ma la stupidità non ha confini».

Elisa Rossi in una foto di Alessio Albi (dettaglio)

Elisa Rossi in una foto di Alessio Albi (dettaglio)

Gli artisti uomini hanno potere, responsabilità? La risposta pare essere unanime: sì. «Essere sul palco è un privilegio e insieme ai lussi ci sono dei doveri», ci dice ancora Dello Iacovo. «Devi saper prendere una posizione quando ce n’è bisogno, soprattutto se hai un pubblico giovane che ti prende come riferimento», concetto che viene ripetuto pure da Elisa Rossi, che aggiunge: «Gli artisti dovrebbero essere un esempio di tolleranza e rispetto e, a maggior ragione quando il proprio pubblico è formato da minori, assumere anche posizioni estreme, scomode, ma educative». E proprio dal prendere posizione – anche in maniera controversa – non si è mai tirato indietro Gemitaiz, ma nel caso di CRLN non pare aver tenuto a mente le responsabilità di cui sopra. «Si fa quel che si può», si limita infatti a dire, raggiunto da Mattia Barro per Rolling Stone, pur consapevole del fatto che «purtroppo i giovani non si rendono conto. La maggior parte dei colleghi chiama le femmine troie o bitches, non credo ci sia molto da aggiungere».

Se nel caso di Gemitaiz, però, che pure è uno dei rapper più consci del problema e meno incline, di conseguenza, al sessismo gratuito nei suoi brani, il mancato supporto è dipeso dal fatto che avesse saputo solo a concerto terminato di quanto accaduto, questo non si può dire di tutti. Che non sia percepita l’effettiva gravità di simili fatti? È un’ipotesi che ricaviamo dalle parole di Erica Mou, che ammette: «Essendo un festival non c’era un vero e proprio main artist, ma nessuno si scandalizzò. E la cosa grave è che in fondo non mi scandalizzai neanche io, ci rimasi malissimo ma non mi sembrò una cosa talmente assurda così come, in realtà, è». Della stessa opinione Katres, che ci scrive: «Eventi come quello capitato a CRLN si verificano spesso, eppure difficilmente fanno rumore. Questo succede perché simili abusi vengono minimizzati, in maniera inconscia giustificati, mascherati dietro l’immagine della sacrosanta libertà di espressione, sempre più di frequente confusa con la libertà di insulto».

Non solo sul palco: «Molestata da chi mi ha poi fatto terra bruciata attorno»

Ilaria Porceddu in una foto di Valentina De Matha

Ilaria Porceddu in una foto di Valentina De Matha

E di cose gravi ne succedono parecchie, anche fuori dal palco. Margherita Vicario, che si reputa fortunata ad aver lavorato «solo con “Signori”», ammette però che «una donna deve stare attenta al triplo, quintuplo, centuplo delle sue azioni, perché non deve mai farsi fraintendere, non deve instaurare rapporti ambigui».

Da Ilaria Porceddu ci arriva invece questo racconto: «A un “grido” d’aiuto lavorativo, una persona con cui avevo collaborato per qualche anno, alla quale ho voluto un gran bene e nella quale riponevo moltissima fiducia si è sentita in diritto di avanzare richieste sessuali come se fossero del tutto naturali e subdolamente implicite in un aiuto. Al mio no perentorio mi sono sentita dire che, per farla breve, il mio momento ormai era passato. Dopodiché terra bruciata. La beffa: ho scoperto da poco che circola la voce che io con questa persona abbia realmente avuto una relazione».


Avevo 19 anni, avevo appena iniziato e un promoter – conosciuto per queste cose – mi propose aperture di grandi concerti, per poi chiedermi almeno di andarci a letto.


Ci raggiunge anche Giorgia D’Eraclea (Giorgieness) per raccontarci di un simile abuso: «Avevo 19 anni, avevo appena iniziato e un promoter – conosciuto per queste cose – mi propose aperture di grandi concerti, per poi chiedermi almeno di andarci a letto. Al mio “No, vergognati” ha risposto: “Eh, mi sa che il concerto lo fa qualcun altro”. La mia risposta fu: “Almeno su questo punto siamo d’accordo”».

Una situazione che si ripete anche nel caso di Veronica Moro, in arte Ronnie Grace, che ci racconta: «A 15 anni ho avuto a che fare con un produttore che mi disse: “Sappi che, se entri nel giro grosso, ci sarà chi ti chiederà di fare delle cose, dei favori, per raggiungere i risultati che vuoi. Sei disposta a fare dei sacrifici?”. L’allusione sessuale era palese. Ciò che non scoprì mai era se i “favori” di cui parlava erano per altri o per lui, perché me la defilai più velocemente possibile».

Nulla di nuovo, dunque. Si torna a parlare di abuso di potere, una dinamica che di per sé trascende la relazione tra maschile e femminile, ma con cui inevitabilmente finisce per legarsi se si vive in un man’s world (per dirlo, restando in tema, con una canzone). Continua infatti Porceddu: «Se la maggior parte dei ruoli di potere, in questo caso nella discografia, sono occupati da uomini, è purtroppo quasi automatico che una donna debba lottare per dimostrare la propria credibilità e per non cedere all’abuso (quotidiano). Per dirla in maniera franca e volgare: la donna ha la figa, prima proviamo a vedere se ci possiamo fare un giro, poi magari se è un minimo brava la si può far lavorare. Il tentativo c’è quasi sempre».

In foto, Chiara Gallana, conosciuta col nome d'arte di Aba

In foto, Chiara Gallana, conosciuta col nome d’arte di Aba

Ci raggiunge poi anche Chiara Gallana, in arte Aba, che di esperienze da raccontare ne ha non poche: «Ormai anche i miei musicisti sanno che devono starmi intorno, perché ogni tanto ne vediamo delle belle», racconta. Comincia parlando di commenti espliciti ricevuti («Bei polmoni!», ad esempio), fino ad arrivare alle «interviste per il lancio dell’album che viravano su domande di vita privata, sessuale» o a quella volta che «dopo il concerto, uno dei facchini è entrato in camera mia, con la scusa di dover fare pipì perché passava lì davanti. Per fortuna in quel momento passava anche la mia band e l’hanno cacciato fuori».

Ancora, Aba ci racconta della sua abitudine a fermarsi a parlare col proprio pubblico al termine di ogni concerto. Una di queste volte, «dopo varie insistenze su una possibile nottata di fuoco insieme, nonostante i miei ripetuti dinieghi, uno spettatore mi ha chiesto: “Perché non vuoi? Non c’è mica il tuo ragazzo qui intorno”. Lì il pensiero è sempre quello: perché rispetti la presenza del mio ragazzo e non la mia volontà, già più volte manifestata?».

Storie diverse, accomunate però dalla protagonista (Chiara) e dalla sensazione, «sempre la stessa», di «sporcizia. Non sono mai riuscita a spiegarmi il perché mi senta sporca io, quando dovrebbero essere loro a vergognarsi di dare aria a questi pensieri».

Nella musica, la diffidenza è (per la) donna

Margherita Vicario in una foto di Antonio Cavalieri

Margherita Vicario in una foto di Antonio Cavalieri

Certo è che la musica e, più in generale, l’arte sembrano ancora non essere percepite come una “cosa da donne”. Ce lo dimostra il linguaggio, che è spesso rivelatorio di fardelli culturali dal peso insostenibile, ma che non ci accorgiamo quasi mai di portarci dietro: «Pensa che le donne partoriscono i figli, eppure quando si tratta di un’opera d’arte usiamo il termine “paternità”», nota Erica Mou. È Sara Loreni, poi, a raccontarci che «un giorno di qualche anno fa il mio manager mi riportò le parole di un produttore che aveva ascoltato il mio disco: “È brava, peccato che è una donna”. Tutto il resto è letteratura».


Un giorno di qualche anno fa il mio manager mi riportò le parole di un produttore che aveva ascoltato il mio disco: ‘È brava, peccato che è una donna’.


Si leva qualche sassolino dalla scarpa anche Valeria Vaglio, che ci scrive: «Le ricordo ancora le risatine di scherno dei miei colleghi mentre montavo gli impianti prima delle decine di matrimoni, feste di compleanno, battesimi (e chi più ne ha più ne metta), il cui sottinteso era evidentemente “Figurati se sei in grado di infilare un jack in un mixer”. E invece tutto “miracolosamente” funzionava, tranne la mia schiena a fine serata dopo aver trasportato decine di chili tra casse, cavi e chitarre».

Ronnie Grace in una foto di Federica Scandolo

Ronnie Grace in una foto di Federica Scandolo

Anche Ronnie Grace parla di un «“sottinteso” che costantemente ognuna di noi si ritrova a dover combattere, capovolgere, smentire, portare sulle spalle» e che costringe le donne a «lavorare il doppio per dimostrare la metà».  Ci scrive, allora, in quattro punti, di aver capito che «in quanto donna: uno, devo sbrigarmi a realizzare qualcosa nella mia carriera, perché pende su di me una sorta di “scadenza”; dopo i trent’anni sarò vecchia e nessuno mi vorrà più vedere su un palco. Due, la mia forma fisica coincide con il mio successo. Tre, se arrivo alla fama è perché l’ho sicuramente data a qualcuno e non per il mio talento, comunque sempre grazie a un uomo. Quattro, sapere usare un mixer o un programma tipo Logic sono cose da uomini e una donna non sarà mai brava quanto un uomo».

Vaglio conclude poi aggiungendo un’amara riflessione: «Una parte della colpa è nostra, di noi donne, belle, giovani, capaci e intelligenti che non siamo mai state capaci di fare muro, di unirci davvero, di abbattere quelle resistenze che alimentano una competizione continua ed estenuante, che creano il terreno farraginoso su cui non riusciamo a stare in piedi».

«Ma non possiamo tutte sfondare a calci la porta come M¥SS KETA», scrive, come a proseguire il discorso di Vaglio, Margherita Vicario, «che giustamente esagera perché quella è la poetica che ha scelto. Una donna che, uno, due; una donna che conta. Io la amo, ha trovato un modo per farsi ascoltare. Ha le scarpe chiodate».

Il rap? Un genere per soli uomini, ma qualcosa sta cambiando

Marti Stone in una foto di Alex Bucci

Marti Stone in una foto di Alex Bucci

Se il sessismo nel mondo della musica sembra essere solo la riproduzione in scala di un più ampio problema sociale, nel più ristretto ecosistema del rap la questione viene vissuta in maniera ancor più specifica. Pochi quelli che si discostano dal machismo tipico del genere (Marti Stone cita, ad esempio, Ghemon) e il loro pubblico – spesso composto da appassionati settari, che poco o nulla si interessano al resto della musica – non rimane certo impermeabile a questo tipo di immaginario. Ancora Stone ci racconta che «Young Thug, ad esempio, fu pesantemente criticato dal pubblico rap per i suoi abiti da donna, diventando così un simbolo genderless. Questo sottolinea l’ignoranza di quel tipo di pubblico riguardo l’esistenza di figure come Prince o David Bowie».

Anche le donne non sono insensibili a questo genere di stereotipi. È Mc Nill a scriverci che «in passato troppe volte mi è stato detto di dover rendere la mia immagine più simile a quella di uno stereotipo femminile accettato da tutti e ben voluto dal pubblico maschile. I consigli sono andati dal “dovresti truccarti un po’ di più” al “visto che sei lesbica fai anche tu determinati tipi di rime sulle donne, così ti fai il pubblico maschile medio amico, si sentiranno simili a te”. No grazie».


Prendere termini in prestito dalle comunità meno istruite degli Stati Uniti e utilizzarli del tutto fuori contesto non è figo. Solo chi non ha mai vissuto la strada o chi nasce e muore in strada pensa che esprimersi così sia figo, tutti gli altri cercano di evolversi. L’evoluzione parte anche dal registro che utilizziamo.


In foto, la rapper Giulia Galli, in arte Mc Nill

In foto, la rapper Giulia Galli, in arte Mc Nill

Se il sessismo è stato un tratto peculiare dei contesti in cui il genere è nato, però, ciò non significa che debba restare così per sempre. Le rapper sono sempre di più e agli uomini vengono oggi riconosciute maggiori responsabilità nella lotta per l’inclusione delle loro colleghe nell’ambiente e, più in generale, per il rispetto delle donne. Una su tutte: smettere di usare un linguaggio degradante, dunque, come suggerisce Mc Nill, distruggere il meccanismo maschilista e omofobo del rap dall’interno. «Il rap è anche l’arte di usare le parole e queste parole hanno un peso. Quando smetti di dare il giusto peso alle parole allora non sei un rapper, sei uno che ha preso un microfono in mano e ha iniziato a dire cose», aggiunge.

«Credo che finché i rappers continueranno a chiamare “bitch” una donna, seppur in tono ironico-amichevole, autorizzeranno il pubblico a fare lo stesso e anche peggio», ci scrive Marti Stone, che aggiunge: «Prendere termini in prestito dalle comunità meno istruite degli Stati Uniti e utilizzarli del tutto fuori contesto non è figo. Solo chi non ha mai vissuto la strada o chi nasce e muore in strada pensa che esprimersi così sia figo, tutti gli altri cercano di evolversi. L’evoluzione parte anche dal registro che utilizziamo. Il sessismo è sintomo di ignoranza, l’ignoranza è paura di ciò che non si conosce, dunque: usciamo tutti dai nostri piccoli ghetti mentali e apriamoci al mondo».

In foto, Yachi "Psycho" Mejri e Sanaá "Sef" El Fathi. Insieme formano il duo Psychos

In foto, Yachi “Psycho” Mejri e Sanaá “Sef” El Fathi. Insieme formano il duo Psychos

Ci risponde anche Yachi Mejri delle Psychos, che evidenzia come ormai anche le donne siano state influenzate dagli stereotipi del rap e oggi parlino nei loro testi «di soldi, vagine, sugar daddy, di come si fanno pagare le cose, quanto sono fighe, di come sono migliori di altri. Ma per me questo non è il rap». Però certamente qualcosa sta cambiando e qualcuno lo sta facendo cambiare: «Donne come Missy Elliott, Queen Lathifa, Lil’ Kim e moltissime altre hanno lottato a livello mondiale per inserire le donne nel rap alla pari degli uomini, ma in Italia non seguiamo ancora questa scia di pensiero. Sono tutti concentrati sull’apparire e non sui messaggi che il rap e la musica dovrebbe mandare!».

Queste parole non ricordano anche a voi qualcosa? Proprio Gemitaiz in Fuori scrive: “Devo dire che non mi piace la piega che sta prendendo il rap ultimamente / Con tutta questa gente che della musica non gli frega niente / […] Per fare ‘sta merda e portarla in alto nel cielo c’è chi si sacrifica / Vedere la vetta? Vi faccio fare una visita / Essere veri non sapete cosa significa”. Stessa denuncia, stessi valori. Un’unica musica.


Ringrazio Basilio Petruzza per la collaborazione, la fiducia e il supporto costante e, in particolare, per avermi aiutata nel far diventare questo articolo un coro, una marea.


La denuncia contenuta in questo articolo non può e non deve finire con un punto fermo. Continueremo a far circolare le parole delle intervistate e di chi, a loro, deciderà di unirsi, sui social network, con gli hashtag:

#oracantoio
#noncantodasola

La campagna è sostenuta da:

Bossy | bossy.it

Bossy | bossy.it

Pasionaria | pasionaria.it

Pasionaria | pasionaria.it

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

1 comment

Post a new comment

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi