Galeffi, Foscari, Marco Greco: c’è un’altra Roma da scoprire

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In foto, da sinistra: Foscari, Galeffi e Marco Greco © partedeldiscorso.it

In foto, da sinistra: Foscari, Galeffi e Marco Greco © partedeldiscorso.it

Il cantautorato sta bene, respira a pieni polmoni una ventata di penne giovani e competenti, che hanno saputo dargli un aspetto contemporaneo, senza intaccare – in alcun modo – la rispettabilità di un genere che ha cambiato la storia della canzone italiana. Non di rado, l’appellativo di cantautore viene usato impropriamente; qualche volta, invece, certi nomi fanno ombra a realtà più piccole ma ugualmente (o più) meritevoli. Fatte le dovute eccezioni, dunque, il cantautorato è vivo e attraversa una fase di ritrovato interesse da parte del pubblico.

L’attenzione verso l’indie italiano (e verso ciò che impropriamente e sbrigativamente viene definito indie) ha spostato i riflettori su un considerevole numero di cantautori e cantautrici che altrimenti sarebbero rimasti all’ombra di un altro fenomeno. Perché questo accade quando un genere musicale, una categoria artistica o un modo di fruire la musica diventa mainstream: si trasforma in fretta in un fenomeno.

Il nuovo millennio ha visto alternarsi l’era dei talent show, che sembrava non avrebbero mai vissuto una battuta d’arresto, mentre oggi non hanno più lo stesso appeal di qualche anno fa; poi l’exploit del rap, con un numero sconsiderato di rapper, più o meno validi; e il genere della trap music, nato negli anni Novanta in Sud America e rispolverato (e mortificato?) da un considerevole numero di trapper. Ma, nel mezzo, tra tutti i fenomeni citati, c’è stato lo sdoganamento dell’indie. Senza soffermarmi su quanta confusione e superficialità ci siano intorno al fenomeno indie, mi preme sottolineare il vero aspetto positivo di questa consacrazione: l’attenzione rivolta a tante penne di valore, che altrimenti – come accennavo – sarebbero rimaste ai margini di un panorama musicale immobile e stantio.


Ed ecco l’affermarsi di nuovi volti (si fa per dire), che di fatto esistevano già. Esistevano nei locali, nei club, in ogni passaggio, faticoso ma necessario, che la gavetta impone.


Ed ecco l’affermarsi di nuovi volti (si fa per dire), che di fatto esistevano già. Esistevano nei locali, nei club, in ogni passaggio, faticoso ma necessario, che la gavetta impone. Esistevano lontani dalle grandi major discografiche, ma ben protetti da piccole etichette indipendenti. Insomma, esistevano, questo conta. Di nomi da fare ce ne sarebbero tanti, ma non è di quelli che hanno fatto (e continuano a fare) più rumore che voglio parlare. Perché sotto il primo strato di “nuovi” cantautori, ce n’è un altro ben più interessante.

I tre artisti di cui vi parlerò, in verità, hanno ben poco in comune. Anzi, a ben vedere, forse due cose soltanto: il nome (Marco) e il fatto che so’ tre pischelli romani. Come ho già anticipato, sorvolo sulla prima fila, dove siedono i vari Paradiso, Calcutta e Coez, e sposto lo sguardo verso un’altra Roma. Verso tre storie diverse e originali, ognuna a suo modo. Galeffi, Foscari e Marco Greco sono tre cantautori con una personalità distinta, una penna intelligente, una voce riconoscibile. Tre artisti romani (Foscari solo d’adozione), che hanno saputo catturare la mia attenzione al primo ascolto, grazie a un abile utilizzo delle parole. Ma non solo, perché i loro lavori hanno già una forma matura, definita, personale.

Galeffi, all’anagrafe Marco Cantagalli, è un giovane cantautore romano e romanista, con all’attivo un disco, pubblicato lo scorso novembre, che non a caso si intitola Scudetto. Un album, il suo, intriso di leggerezza e romanticismo, fatto di immagini che richiamano stati d’animo precisi. Scudetto è un disco da guardare, perché racconta sentimenti comuni in modo assai poco convenzionale, in un gioco di parole e metafore che sa essere brillante.

Galeffi è un ottimo esemplare di cantautore pop: la sua penna è sapiente ma non ridondante; diretta, apparentemente scanzonata, a volte ironica, ma sempre precisa e accattivante. E Scudetto è un ottimo punto di partenza per un giovane artista promettente, che ha tutte le carte in regola per farsi strada in un panorama, quello della musica italiana, che fa ancora molta fatica a distinguere la leggerezza dalla sciatteria, la semplicità dall’ovvietà.

Marco Foscari, in arte solo Foscari, è l’autore e l’interprete di un album, I giorni del rinoceronte, pubblicato durante la scorsa primavera, che di fatto rappresenta il suo debutto discografico, ma è già un disco profondamente maturo, senza alcuna sbavatura, perfettamente a fuoco. La scrittura di Foscari è personale, intensa e densa; utilizza le parole con dimestichezza e, con un tocco delicato ma consapevole, traccia la fisionomia di sensazioni precise. I giorni del rinoceronte è un viaggio in un’intimità che svela le proprie insicurezze.

Foscari è un cantautore intelligente, capace di valorizzare ogni sfumatura delle parole che utilizza. Un artista che può saziare i palati pop e quelli che, dalla musica, s’aspettano un contenuto che sia all’altezza del contenitore. La forma e la sostanza, in Foscari, sono un binomio inscindibile. E, con la giusta dose di fortuna che serve e che merita, può diventare una realtà importante del nuovo cantautorato italiano.

E poi c’è Marco Greco, classe 1991, cantautore profondo e ispirato. Marco non ha ancora pubblicato il suo lavoro d’esordio, ma dai brani che ha già proposto al pubblico si evince un talento cristallino e una personalità definita. La sua scrittura è poetica, malinconica, raffinata, fatta di chiaroscuri. E la sua voce, profonda e accogliente, ne è la veste perfetta. Il maestro sta in cielo, brano pubblicato nel marzo scorso e dedicato a Fausto Masolella, è la prova, nel caso servisse, che il cantautorato, quello fatto per bene, è immortale, non conosce scadenze o limiti.

Sono convinto che Marco Greco abbia tutte le carte in regola per offrire al pubblico un disco fatto di canzoni capaci di scavalcare questi tempi e restare nel tempo. La sua penna, la sua chitarra e la sua voce trasudano onestà. Non ne siamo più abituati, probabilmente, perché la musica senza compromessi sembra un fatto d’altri tempi, ma Marco può scompaginare questa convinzione e sfamare il pubblico più esigente, quello che fa ancora attenzione al significato delle parole.

L’ho detto, Galeffi, Foscari e Marco Greco sono tre storie diverse, forse persino inconciliabili. Ma a me piace pensarli come tre realtà complementari: rappresentano la leggerezza, l’intensità e l’autenticità, quindi riescono a incastrarsi perfettamente e a ridisegnare i contorni di un nuovo cantautorato.

Di questi tempi, serve spostare lo sguardo un po’ più in là, perché c’è sempre qualcosa oltre quello che si vede. Oltre quello che vogliono farci vedere. Ne riparleremo più avanti, quando tutt’Italia avrà imparato a conoscerli e apprezzarli. Ma, nel frattempo, non dite che non vi avevo avvisati.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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