La profezia dell'armadillo, rinunciare ad assuefare per rischiare di deludere [ANTEPRIMA]

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Simone Liberati e Pietro Castellitto sul set de La profezia dell'armadillo, di Emanuele Scaringi. Foto di Matteo Vieille

Simone Liberati e Pietro Castellitto sul set de La profezia dell’armadillo, di Emanuele Scaringi. Foto di Matteo Vieille

Come i cani di Pavlov. È così che, da lettrice di Zerocalcare, mi aspettavo di reagire guardando La profezia dell’armadillo: risposte prevedibili a stimoli noti, quindi rassicuranti. Non è questo che è accaduto. Eppure, contrariamente a quanto recita la profezia stessa – che dà il titolo al fumetto dell’autore romano e, ora, al film diretto da Emanuele Scaringi –, questa mia previsione ottimistica non ha alimentato alcuna delusione. A ben pensarci, il film così come lo avevo immaginato io sarebbe stato un fallimento. Perché? Semplice: avrebbe avuto tutto del fumetto e nulla del cinema, come una banale trasposizione, ma non come un riuscito adattamento.

Non mi soffermerò troppo su differenze e similitudini con l’opera di riferimento, perché poco importa: La profezia dell’armadillo di Scaringi non è quella di Zerocalcare. Si presenta piuttosto come un’opera autonoma, pur conservando l’immaginario dei fumetti (in umorismo, dialoghi e, tutto sommato, nella caratterizzazione), ma senza troppa cura alla sua integrità. Un’operazione che parte dallo stesso personaggio di Zero, che è sì ispirato – esteticamente e non – all’artista romano, ma che non si traveste da omaggio biografico. Piuttosto, l’interpretazione di Simone Liberati si pone su un secondo, ulteriore livello di distacco da Michele Rech: se il Calcare che anima le vignette è una rielaborazione letteraria, creativa dell’uomo che lo ha disegnato, a sua volta il personaggio di cui veste i panni Liberati riflette la sua personale visione dell’omino in bianco e nero.

Se l’universo di riferimento è in bianco e nero, appunto, non si possono neppure definire “fumettistici” i colori a tratti sci-fi del lungometraggio – il primo per Scaringi. La fotografia cinematografica, diretta da Gherardo Gossi, è proprio uno degli elementi di maggiore forza de La profezia dell’armadillo, in particolare per quanto riguarda la realizzazione prossima all’impeccabile delle inquadrature in profondità di campo. Altro elemento di forza: una narrazione lineare, semplice, che scorre senza intoppi e non affatica lo spettatore; che non ambisce, in altre parole, all’Oscar per il Miglior colpo di scena, ma che accompagna con coerenza la piattezza e i timori della vita di Zero, la sua paura del cambiamento.

L’assuefazione come chiave di lettura de La profezia dell’armadillo

Simone Liberati e il regista Emanuele Scaringi sul set de La profezia dell'armadillo. Foto di Matteo Vieille

Simone Liberati e il regista Emanuele Scaringi sul set de La profezia dell’armadillo. Foto di Matteo Vieille

È proprio questa chiave tematica che pare essere alla base della reinterpretazione cinematografica dell’opera di Zerocalcare: il rifiuto di mettersi in discussione, lo slancio colonialista. In altri termini: la fatica di lasciare il quartiere di residenza, Rebibbia, e la volontà di portare un po’ di quest’ultimo ovunque si vada, in chiunque si incontri. Assuefazione, in una sola parola. Quella che cerca Secco (un meraviglioso Pietro Castellitto) continuando a spruzzarsi negli occhi lo spray al peperoncino, in un’esilarante trovata comica. Quella che già prova Zero, con i suoi plumcake, le magliette sempre uguali, l’attenzione a evitare ogni genere di sorpresa, di novità e la tendenza ad affrontare quest’ultime mediante una forsennata ricostruzione di ricordi appartenenti al passato, anziché ricostruendo davvero – nel senso proprio del termine – tutto da capo. Tutto da… zero.

Come un monito, Scaringi sta ben attento a non inciampare in un’altra assuefazione: quella dei riferimenti, degli Easter eggs, che normalmente saturano le vignette di Zerocalcare e che nel film, invece, si limitano a pochi, brillanti esempi all’interno di dialoghi dinamici, coinvolgenti, sapientemente ironici e forti di un linguaggio non generalista. Insomma, La profezia dell’armadillo – il film – evita in tutti i modi di giocare facile, su campi già esplorati e collaudati. Preferisce, invece, correre dei rischi, inciampare in possibili fraintendimenti. Uno su tutti, il personaggio dell’armadillo (Valerio Aprea), con la sua corazza sfacciatamente artigianale e per questo fragile, tanto in materia di resistenza agli urti quanto in credibilità. Ha l’aspetto di una buffa parodia, l’animale-coscienza, come a volersi prendere gioco di tutte le paranoie a cui dà voce, per conto di Zero. Ne sottolinea così l’inconsistenza, le fratture, il distacco dalla realtà.

«Si chiama “profezia dell’armadillo” qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli», recita La profezia dell’armadillo di Zerocalcare. Il mio invito è, allora, quello di andare al cinema senza l’aspettativa di rivedere il fumetto sul grande schermo: alimentereste una delusione. Forse dolce, ma evitabile. Restate obiettivi, rimanete spettatori: andate a vedere – lo ricordo, dal 13 settembre – un film.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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