Lagoona, la ricerca costante di un Riparo

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In foto, la band umbra Lagoona. Riparo è il loro ultimo album

In foto, la band umbra Lagoona. Riparo è il loro ultimo album

Che mese strano settembre: dopo 3 mesi di caldo infernale e dolce far nulla, spiagge assolate e pazze serate fino a tardi, lui arriva e si porta via il divertimento. Ci rispedisce a lavoro, alla routine della vita quotidiana e al tempo che non basta mai, con gli unici momenti di pausa che sono una manciata di momenti vuoti troppo brevi per essere riempiti e che come tali danno spazio a pensieri, speculazioni, speranze.

In questo, Riparo dei Lagoona è sicuramente un disco nato sotto il segno di questo malinconico nono mese dell’anno.

Con Elia Ruggeri alla batteria, Daniele Marasca al basso, Lorenzo Megni alla chitarra solista e Luca Chiabalotti a quella ritmica e alla voce, il primo album del gruppo umbro è un semplicissimo alternative rock che punta tutto sull’intensità dei testi e delle tematiche messe in gioco.

Crogiolandosi nell’estetica emo-core dell’esibizione senza freni della fragilità, Riparo mette in scena senza vergogna l’assenza di speranze e la ricerca di un posto dove rifugiarsi dal mondo, attraverso 10 tracce estremamente personali che traboccano di inquietudine e paura, smarrimento e confusione tangibili, pur se soffocate dalla rombante sezione ritmica.

Ruggine, il primo singolo, è un esempio calzante: mentre le strofe vengono accompagnate da una dolce melodia di chitarra e un basso ben udibile nel mix, il ritornello è un trionfo di cassa e rullante a cui il cantato rimedia alzando la voce e urlando la paura di divenir ruggine, di soccombere di fronte alla paura e delle intemperie che non possiamo calcolare.

La voce di Luca è ciò che aiuta davvero il disco a lasciare il segno, la forza con cui ogni parola e frase è pronunciata rende giustizia alla totale sincerità delle liriche e le realizza anche ben oltre il significato delle parole stesse, mentre l’ottimo lavoro della sezione solista impreziosisce molti pezzi, fungendo da perfetto contraltare alla chitarra ritmica con innesti sempre energici e interessanti.

Non tutto nel disco è chiasso e chitarroni: l’apertura affidata a Un pezzo di me scorre melliflua scandita da un ticchettio lontano come un invito lezioso nella testa del cantante, mentre Resta si tinge di un’incontenibile dolcezza a tracciare quando di più vicino i nostri riescano a intendere la canzone d’amore.

La cover dell'album Riparo, della band umbra Lagoona

La cover dell’album Riparo, della band umbra Lagoona

Qualunque traccia si voglia preferire, Riparo funziona.

E funziona perché il percorso tracciato dalla band è semplice quanto efficace, uno sfogo che tra tristezza e rabbia colpisce tutti nella misura della debolezza che tutti ci accomuna, nel senso di arrendevolezza che ci ha colpito almeno una volta e da cui ne siamo usciti segnati e trasformati.

Per un lavoro così sentito, le mie parole non potevano bastare. Ed è per questo che ho sentito la necessità di parlare con Luca attraverso una breve intervista riguardo il disco.

Ciao Luca! Una prima domanda, giusto per rompere il ghiaccio: come nasce il nome Lagoona?

«Il nome Lagoona è nato dopo un po’ di mesi che stavamo suonando insieme. Abbiamo iniziato subito a scrivere, a provare a suonare… ma ci siamo resi conti di non avere un nome! E la cosa era abbastanza problematica visto che, sai, devi andare in giro a suonare e non hai un nome, come fai? Quindi durante una serata in cui stavamo festeggiando non ricordo cosa, il nostro ex bassista se ne esce con l’idea di usare il nome Laguna e ci suonava bene. Usare laguna con la u ci suonava però troppo banale e, dato che siamo tutti un sacco fan de I Goonies, abbiamo pensato di rubare quelle due “o” e metterle in mezzo, tanto la sonorità sarebbe rimasta la stessa».

In foto, Luca Chiabalotti dei Lagoona in studio di registrazione

In foto, Luca Chiabalotti dei Lagoona in studio di registrazione

A proposito del vostro ex bassista, ho letto in altre interviste come il suo uscire dalla band sia conciso per voi con un completo cambio di sound rispetto al vostro precedente EP. Siete fieri di come suonate adesso? Pensate manchi ancora qualcosa?

«Guarda, ti dico la verità: siamo molto contenti del nostro sound ora come ora. Oltre al fatto che il nostro vecchio EP lo abbiamo rilasciato effettivamente troppo presto, dopo soli due mesi dalla formazione della band, il problema maggiore era che io non scrivevo i testi al tempo ed era una cosa che si percepiva molto. Non perché io mi ritenga bravo a scrivere i testi, ma essendo più che altro quello che li cantava e che “li faceva uscire”… Era palese che non fossero personali. Oltretutto non rispecchiavano ciò che era la band e anche i suoni erano parecchio infantili.

«Penso che adesso abbiamo trovato la giusta integrità nella musica che facciamo, anche se probabilmente tra un paio d’anni riascolteremo Riparo e ci diremo “Quanto eravamo bambini!”. perché comunque puntiamo sempre a migliorare, scrivere cose migliori e fare così migliori».

Come nasce un vostro pezzo? Vi chiudete in studio e fate un brainstorming generale oppure ci sono delle idee che nascono individualmente fuori dalla sala di registrazione, per poi essere sottoposte agli altri?

«In linea generale funziona così: solitamente a tarda sera, prendo una vecchia chitarra acustica scassata che ho qui in casa e scrivo e suono quello che mi viene al momento. Di tutte le idee che mi vengono in quel processo, ne filtro un paio in maniera molto grezza, entro in studio e propongo agli altri di provarla. Magari il risultato fa schifo, magari ha solo bisogno di qualche piccolo aggiustamento, ma in sintesi io porto le cose in studio e gli altri fanno la magia (ride, ndr)».


Ho abbassato tutte le mie barriere per questo disco e ho scelto di parlare soltanto di ciò che davvero mi rappresentava, perché le grandi parole sono vuote se non sono parte di te.


Sul vostro profilo Facebook vi definite “Finte persone tristi”, ma il vostro disco è tuttavia molto introspettivo e personale: quanto dei testi di Riparo è scaturito di getto e quanto invece fa più parte del processo di mettersi a tavolino e scrivere di una determinata tematica?

«Tutto è nato d’istinto. Persino il tema ricorrente del riparo è venuto dopo, ascoltando i pezzi finora registrati e rendendoci conto che alla fine il tutto suonava come un concept album. Nessuno di noi si è alzato una mattina con l’intenzione di fare un disco triste: anche l’unica canzone che non ho scritto io, Rotaie, il cui testo è del nostro chitarrista Lorenzo, è assolutamente partita di getto ed è completamente personale.

«Ho scritto tutto in un periodo particolare della mia vita e ho capito solo in studio quanto i miei testi risuonassero tanto anche per gli altri membri della band. Così, come riuscivano a rispecchiarsi loro, ho pensato che potessero farlo anche con altre persone. Ho abbassato tutte le mie barriere per questo disco e ho scelto di parlare soltanto di ciò che davvero mi rappresentava, perché le grandi parole sono vuote se non sono parte di te. Volevamo davvero tirar fuori qualcosa di reale, che non fosse una serie di grandi parole vuote e banali».


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Di solito la title track di un disco è quella che ne riassume le intenzioni e le tematiche. Nel vostro caso, Riparo è una sorta di interludio di un minuto che anticipa l’ultima traccia del disco, 1990. Come mai questa scelta e qual è secondo voi la traccia che potrebbe rappresentare a pieno il disco?

«Probabilmente il disco si sarebbe potuto chiamare Ruggine, che oltre a essere il pezzo più vecchio, è per me la canzone che ha il tema più interessante. Ovviamente ogni membro della band ha la sua preferita: Lorenzo ti risponderà Pezzo di me, Elia sceglierebbe Ruggine, Daniele ti dirà Nebbia, mentre per me è 1990, dato che alla fine ognuno si rispecchia meglio in certi aspetti piuttosto che in altri.

«Riparo l’abbiamo voluta lasciare in quel modo perché, se ascolti bene la melodia, è l’unica canzone del disco che ha in sé un senso di calore reale, che crea un’atmosfera che per noi rappresenta al meglio il senso del riparo, un posto in cui andare quando piove, quando fa freddo o quando ti senti di merda. Dopo tutte le urla e i chitarroni, quel piccolo intramezzo diventa l’unico posto in cui ripararsi».

Ascoltando il vostro disco, mi son tornate in mente le sonorità di molto emo americano anni ’90, come i Sunny Day Real Estate o i Mineral. Sono influenze che riconoscete di avere? Quali altre band vi ispirano?

«Assolutamente sì. C’è tanto emo anni ’80 e ’90, o almeno io e Lorenzo ne ascoltiamo davvero tanto. Il nostro bassista viene dal metal e diciamo che in un primo momento coi nostri gusti non c’entrava niente, ma siamo riusciti a trovare dei punti di contatto, mentre il nostro batterista ha dei gusti molto più semplici: ti basti sapere che i suoi batteristi preferiti sono da un lato quel colosso John Bonham e dall’altro Travis Barker, praticamente i due opposti!

«Altri artisti per noi essenziali sono i Foo Fighters, i Radiohead, i Biffy Clyro, Jeff Buckeley… insomma, sono veramente tante, anche se sì, la matrice essenziale resta quella emo, non tanto per i suoni quanto per l’attitudine generale».

In foto, la band umbra Lagoona. Riparo è il loro ultimo album

In foto, la band umbra Lagoona. Riparo è il loro ultimo album

So che molti dei pezzi contenuti di Riparo erano già proposti durante i concerti. C’è qualche pezzo che in studio non vi ha più convinto così tanto e non ha trovato posto sul disco o che finirà nei prossimi album?

«Sì, ci sono alcuni pezzi che non han trovato spazio nel disco, perché per noi ancora troppo immaturi. Li suonavamo per diletto ed erano carini, ma non erano assolutamente pronti per andare in un album.

«Abbiamo usato i concerti come banco di prova per le canzoni, mischiandole tra le altre cose, ma naturalmente erano ancora in stato embrionale. Anche i pezzi che ce l’hanno fatta sono stati quindi fortemente cambiati e rivisti appena in studio. Del nostro vecchio EP, di cui oramai non si trova più nulla (a parte Rockit, da cui non riusciamo a cancellarlo!), ha superato la prova dello studio solo Resta, l’unica ballata, che tuttavia abbiamo completamente stravolto.

«Non so se i pezzi scartati finiranno su prossimi dischi per il semplice fatto che adesso stiamo pensando alla promozione di Riparo, mentre scriviamo anche nuove canzoni. Siamo sempre in movimento!».

Parlando proprio di Resta, prima che il disco uscisse avevate annunciato come al suo interno ci fosse una sola canzone d’amore che “più che una canzone era una richiesta”. Puoi spiegarci il senso di questa tua affermazione?

«A me non piacciono le banali canzoni d’amore delle serie “amore mio”, “mi manchi” e queste cose qui, che alla fine diventano solo un clichè. Ho scritto Resta che avevo 23 anni, in un momento particolare in cui c’era una persona di fianco a me che non volevo assolutamente che se ne andasse. La classica situazione da “la mattina dopo”, se capisci cosa intendo. Ed è una richiesta che non è una richiesta, in quanto noi facciamo finta di essere tutti grandi, col nostro ego e le palle enormi, ma poi ci guardiamo allo specchio e ci rendiamo conto di essere veramente soli e ci sono momenti in cui davvero solo non vorresti rimanere. Tipo quando ti svegli la domenica mattina coi postumi e dici: “Ok, oggi piove, la mia vita fa schifo e sto solo nel letto… Che coglioni!”, capisci? (ride, ndr) E vorresti una persona che era vicina a te, in quel momento, ma non hai il coraggio per dirgli “resta”».

Parlami del progetto grafico alla base di Riparo. So che è accreditato totalmente al vostro chitarrista, ma hai avuto qualche tipo di ruolo nella scelta?

«A parte il font, che è opera mia, tutta la gestione grafica del gruppo è nelle mani di Lorenzo. Entrambi disegniamo, ma in un certo senso io sono l’impostore e lui è il genio, quindi gli lasciamo sempre carta bianca, perché sappiamo che tirerà fuori qualcosa che ci lascerà a bocca aperta.

«Se ti devo spiegare da dove proviene l’idea per la grafica di Riparo non so spiegartela, perché nemmeno gliel’ho mai chiesta e non so come abbia giocato col tema, ma posso immaginare che in copertina la persona regge l’ombrello, che è appunto un oggetto associato al ripararsi, mentre il retro del CD è tutto nero con una striscia di colori, che è in realtà un treno in corsa visto dall’interno, a ricollegarsi al brano Rotaie».

Si tende di solito a concepire la musica come un rifugio sicuro dalla tristezza, ma dall’altro lato c’è il musicista che quella tristezza la sta vivendo, quasi sacrificandosi per la nostra catarsi. Mettere tutti questi pensieri sul disco ti ha aiutato a trovare un riparo oppure ti senti ancora in balia del vento?

«Sai che c’è? Penso che un musicista porta sempre con sé della malinconia, senza la quale probabilmente la musica non potresti farla. È un’arma a doppio taglio: se impari a usarla possono uscire cose belle, se te ne fai avvolgere ti blocca soltanto. Quindi sì, siamo ancora alla ricerca di quel riparo e penso che non smetteremo mai, perché se smetti di cercarlo smetti anche di fare qualunque altra cosa, smetti di sognare. Riparo per noi è solo l’inizio di un viaggio e di una ricerca costante e spero che finisca il più tardi possibile».

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Vincenzo

Vincenzo "Notta" Riccardi

22 anni, in bilico tra Roma e Napoli senza ancora capire bene dove realmente appartengo. Studio Cinema, scrivo cose e vivo 5 anni indietro per recuperare tutte le cose belle che mi son perso. L'arte è meravigliosa, ma la musica talmente tanto da non meritarcela.

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