Marco Sbarbati: quel posto che chiamiamo “casa”

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In foto, il cantautore Marco Sbarbati

In foto, il cantautore Marco Sbarbati

Marco Sbarbati è un cantautore, compositore e musicista italiano, scoperto da Lucio Dalla mentre si esibiva come artista di strada a Bologna. Nasce a Urbisaglia, un piccolo paese in provincia di Macerata. Fin da piccolo mostra un forte interesse per il disegno e la musica.

Da pochi giorni è uscito il suo ultimo singolo La mia casa alla fine del mondo (feat. Erica Mou), un brano che guida l’ascoltatore in un viaggio verso quel posto che chiamiamo casa: «Non è un luogo fisico, fatto di mattoni. Non è neanche una meta da raggiungere. La casa di cui parlo è composta dalle le persone a cui teniamo di più. Sono loro il nostro posto sicuro, indipendentemente da dove ci troviamo».

Intanto Marco è chiuso in studio, dove sta registrando per Icaro Records il suo primo album di inediti, con il produttore artistico Max Ficara. Ci ha raccontato qualcosa di sé, per permetterci conoscerlo meglio ed entrare nel suo mondo.

Marco, benvenuto su Parte del discorso. Partiamo subito dal tuo ultimo singolo La mia casa alla fine del mondo, cantato con Erica Mou. Puoi raccontarmi come è nato questo brano e cosa vuole trasmettere a chi l’ascolta?

«Mi trovavo in studio con Max Ficara, il produttore artistico del disco, quando mi ha fatto sentire un giro di accordi che mi ha subito catturato. Ho pensato all’estate, alla luce tipica di quando sono le 9 di sera e il sole è ancora sopra la linea dell’orizzonte. Sono tornato a casa e mi sono messo subito a scrivere il testo, traendo ispirazione dai numerosi viaggi in macchina che ho fatto durante la mia vita.

«Dopo aver registrato il provino, ho pensato che la voce di Erica sarebbe stata un valore aggiunto, quindi gliel’ho chiesto. Quando lei ha accettato sono stato molto felice. Il brano parla del trovare la propria casa, quel posto che ti fa sentire bene, al sicuro, nelle persone a cui teniamo e non necessariamente in un luogo fisico. La musica mi porta in tanti posti e sentirsi a casa non è sempre facile».

La cover del singolo La mia casa alla fine del mondo, di Marco Sbarbati ft. Erica Mou

La cover del singolo La mia casa alla fine del mondo, di Marco Sbarbati ft. Erica Mou

Facciamo un salto nel passato e torniamo a quando ti esibivi come artista di strada tra le strade di Bologna. Parlami di quella volta che tra gli ascoltatori c’era Lucio Dalla.

«Stavo suonando in Piazza Maggiore a Bologna, intorno a me si era formato un gruppetto di persone. Vedo la mia coinquilina che cerca di dirmi qualcosa, ma io non capisco (sono spesso un po’ fra le nuvole). Terminata la canzone, mi accorgo di Lucio Dalla, il quale si avvicina, si complimenta con me e mi lascia un bigliettino stropicciato con scritto il suo indirizzo email. Ho sempre un bel ricordo di quella serata. Lucio era un grandissimo artista».

Molti giovani come te suonano tra le strade di Bologna. Alcuni lo fanno soltanto come passatempo, altri invece sperano nel successo. Che consiglio ti senti di dare a chi vuole intraprendere un percorso artistico simile al tuo?

«Suonare in strada è libertà assoluta e gavetta, quindi lo consiglio a tutti, anche perché non ci sono filtri tra te e chi ti ascolta e la sensazione che si prova è unica. Per me fare busking è stato uno sfogo, un divertimento e anche un modo per avere conferme in una fase della mia vita in cui muovevo i primi passi nella musica. Tuttora, se voglio testare una canzone nuova, vado a cantarla in strada per capire se piace.

«Tuttavia, dopo un po’ di tempo mi sono reso conto che volevo condividere le mie canzoni anche con chi non si imbatteva nella mia musica per caso, passeggiando per la città, quindi mi sono avvicinato al mondo discografico. L’ho fatto sperando di poter vivere facendo musica, ma mai per il successo. Consiglio a tutti di suonare tanto, scrivere e imparare a utilizzare programmi di audio editing come Pro Tools.

«Investire in queste cose, oggi, vi darà la possibilità di non dover dipendere dagli altri in futuro, vi renderà unici e vi darà la possibilità di far conoscere agli altri il vostro mondo. Se fate musica solo per il successo, diventerà presto un dovere e vi stancherete subito».

In foto, il cantautore Marco Sbarbati

In foto, il cantautore Marco Sbarbati

Attualmente, correggimi se sbaglio, stai lavorando al tuo prossimo disco con Icaro Records, un’etichetta indipendente. Cosa dobbiamo aspettarci da te?

«Corretto. Il disco è interamente in italiano, ci sono brani intimi, brani impegnati e brani spensierati. Il disco chiude un periodo della mia vita e per me ha un forte valore simbolico».

Ascoltando alcuni dei tuoi brani, ho avuto la percezione, in alcuni momenti, di ascoltare il grande Niccolò Fabi. Questo che ti faccio è un super complimento, almeno secondo me. Quali sono i tuoi riferimenti musicali?

«Per me è un super complimento. Ho scoperto Niccolò Fabi con il disco Una somma di piccole cose, che secondo me è bellissimo, una perla rara. La cosa buffa è che, prima di ascoltare questo disco, conoscevo solo il suo brano Capelli. Questo per dirti che ci sono artisti che ci sfuggono, di cui conosciamo solo il brano passato in radio, che tuttavia hanno registrato dischi magnifici».

Il brano No One Cares è stato scelto come parte della colonna sonora della fiction Tutto può succedere. Rifletti sulla condizione di diventare adulti, che a volte spaventa. Come ti relazioni tu allo scorrere del tempo e come affronti la paura del futuro?

«Quando ero adolescente vivevo molto nel futuro, nel senso che aspettavo che il futuro venisse a trovarmi e mi investisse di novità. Mi piaceva molto evadere tramite la lettura e la musica, probabilmente perché il presente non mi andava molto a genio. Ora è un po’ il contrario, nel senso che mi sento molto “presente nel presente” e il futuro a volte è fonte di preoccupazione.

«Rifletto sulla mia condizione di musicista “precario” perché, indipendentemente dai messaggi positivi che ci vengono detti riguardo l’inseguire i propri sogni (cosa giustissima), è anche vero che vivere di musica non è facile. La mia arma tuttavia è la passione. Sembra banale dirlo, ma per me scrivere e cantare è una dipendenza, anche volendo non riuscirei a smettere e, se mi costringessero a farlo, continuerei comunque a pensarci sempre».

“Credimi, c’è tanto per cui lottare, rimanere a galla dipende da noi”, canti nel brano È solo una tempesta. Credo sia una bellissima dichiarazione d’amore. Regalami un’istantanea del momento esatto in cui hai scritto questo brano.

«Non ricordo bene il momento in cui ho scritto questo brano, però ricordo la riflessione che ho fatto prima di mettere tutto nero su bianco. Penso che le relazioni oggi siano più fragili rispetto al passato; si lotta di meno per farle funzionare, a volte nemmeno si tenta. Se una cosa si rompe, si tende a buttarla, piuttosto che ripararla. È diventato così per gli oggetti di consumo: si rompe una scarpa, la si butta subito. A volte mi spaventa pensare che anche le relazioni umane diventino usa e getta. Penso che sia necessario lottare per le cose che ci hanno reso felici e che hanno reso felici gli altri».

Alcuni dei tuoi brani sono scritti in italiano, altri in inglese. Perché quest’alternanza e in quale lingua riesci meglio a esprimerti?

«Mi piace cantare in inglese per una questione di suono e forse all’inizio è stato un po’ il mio scudo. Le corde vocali di un cantante sono un vero e proprio strumento, che emette suoni in grado di emozionare indipendentemente da quello che dice. Non capisco una parola di quello che dicono i Sigur Rós, eppure ascoltarli mi emoziona. Detto questo, usare la musica per veicolare messaggi verbali è una bellissima cosa, in quel caso devo usare la mia lingua per farlo. La mia sfida sta nel trovare l’unione perfetta tra suono, parole e significato».

In foto, il cantautore Marco Sbarbati

In foto, il cantautore Marco Sbarbati

Ora facciamo un gioco di “condivisione musicale”. Se dovessi regalare una canzone (non tua) a una persona molto importante per te, che brano sceglieresti?

«Visto che hai tirato fuori Niccolò Fabi, scelgo Una somma di piccole cose».

Chiudiamo l’intervista parlando di un luogo, di un tramonto, di un cielo. Qual è il tuo posto nel mondo?

«Più vivo in città e più sento la necessità di riconnettermi con i luoghi della mia terra, le Marche. D’estate, quando riesco a tornare a casa, mi piace girare per le campagne al tramonto, tra i campi di grano e i girasoli. Sono luoghi in cui mi sento davvero in pace».

About author

Giulia Perna

Giulia Perna

Meglio conosciuta come Capa Riccia. Salernitana di nascita e bolognese per amore di questa città. Sta per conseguire la laurea specialistica in Comunicazione pubblica e d'impresa. Si definisce "malinconica per vocazione". Da grande vorrebbe osservare le stelle. Crede nella forza delle parole, nella bellezza che spacca il cuore e nella gentilezza rivoluzionaria. Le piace andare ai concerti, mischiarsi tra la gente, sentire il profumo del mare e camminare sotto i portici.

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