Napoli: a casa mia non è cambiato e non cambierà mai nulla

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La chiesa del Carmine a Torre Annunziata. Foto di Federica Montella per Parte del discorso (partedeldiscorso.it)

La chiesa del Carmine a Torre Annunziata. Foto di Federica Montella per Parte del discorso (partedeldiscorso.it)

Torno a casa, in un piccolo paese in provincia di Napoli, dopo mesi di assenza. Ormai non vivo più lì da quattro anni e non ci torno quasi mai, se non per Natale, Capodanno o brevi vacanze. Sono felice, rivedrò la mia famiglia, i miei gatti e il mio cane, passerò del tempo coi miei “amici di una vita”, starò tra la mia gente. A casa.

Già da tempo ho capito che casa non è il posto da cui vieni, bensì il posto che ti fa sentire bene, a tuo agio, capita; non è un concetto spaziale né temporale: non dipende da quanto tempo ci hai vissuto, né dal luogo di nascita riportato sulla tua carta d’identità o dalla cadenza che hai quando parli la tua lingua, che nel mio caso si farebbe sentire anche se parlassi cinese mandarino.

Nei primi tempi, non vedevo l’ora di tornare “giù”. Di svegliarmi tutti i giorni davanti al mare e col Vesuvio alle spalle, di sentire i profumi della mia terra per le strade. Non perché non mi trovassi bene nelle terre del nord, anzi; però quella non era casa mia. Ero una fuorisede, nel corpo e nello spirito.


Sono partita, lasciando la mia vita, la mia casa, i miei affetti alle spalle, con non poche lacrime, pensando che tutto mi sarebbe mancato ogni giorno della mia vita. Mi sbagliavo.


Me ne ero andata per inseguire i miei sogni, studiare giornalismo, che in Italia si può studiare solo dopo la triennale come master; avevo capito che il giornalismo non è un qualcosa che si studia sui libri, ma una professione in cui ci si immerge, che si impara giorno dopo giorno, a contatto con la gente, per strada, guardando negli occhi le persone, ricevendo tanti no e lavorando fino alle tre di notte per rispettare una scadenza. Non è, dunque, qualcosa che ti possono insegnare in maniera accademica o che puoi imparare dando un esame di Diritto Pubblico (come contemplato da alcuni dei suddetti master). Così sono partita, lasciando la mia vita, la mia casa, i miei affetti alle spalle, con non poche lacrime, pensando che tutto mi sarebbe mancato ogni giorno della mia vita. Mi sbagliavo.

Non c’entra il fatto che abbia trovato il mio posto nel mondo, almeno per ora, e nemmeno il fatto che abbia amici meravigliosi e una vita bellissima che non cambierei per niente al mondo. Il problema è che a casa mia non è cambiato, e non cambierà, nulla. Vivendo all’estero, ho capito che la maggior parte della “mia gente” non ha alcun senso civico o di decenza. Ci vantiamo di essere tra i più puliti al mondo, ma su quali basi? Perché abbiamo un bidet nel bagno accanto alla tazza? Perché puliamo e rassettiamo le nostre case religiosamente ogni giorno? Non basta.

La mia città puzza. È sporca. A tratti mi fa schifo. Cammino per dei vicoletti dimenticati da dio e sento puzza di piscio e faccio fatica a evitare gli escrementi di cui è costellato il suolo. Gli artefici? O cani randagi che, poverini, non hanno colpe se sono nati in strada, sono stati abbandonati o l’evoluzione non li ha ancora dotati di paletta e sacchetto; o più frequentemente padroni irrispettosi che di pulire la strada non se ne parla nemmeno. Negli anni delle medie – gli anni di scuola-pollaio come mi piace definirli, inutili e caratterizzati da un costante disagio esistenziale e il dubbio, anzi, l’allora certezza, di essere completamente disadattata – mi sono sentita dire più volte “Che schifo, raccogli la cacca del tuo cane da terra?”.

Vado al mare coi miei amici per fare un bagno al tramonto, “Almeno abbiamo ancora il mare!”, mi dico. Dopo aver toccato numerosi oggetti indefiniti coi piedi, cercando di evitare le buste di patatine e i bicchieri di plastica, decido di tornare a riva, con la solenne promessa che in questo mare di merda non mi ci tufferò mai più. Mi siedo sul bagnasciuga, affondo le mani nella finissima e nerissima sabbia vulcanica e contemplo le centinaia di mozziconi di sigarette che mi circondano – ho citato la cosa meno disgustosa tra gli oggetti presenti.

Il sole sta tramontando dietro gli edifici più alti, le nuvole nel cielo sono diventate rosa e lilla, i colori meravigliosi si riflettono sulla superficie dell’acqua. Sembra un sogno, ma solo per un istante.

Potrei parlare di tutti i litigi avuti nelle ultime settimane coi passanti che buttavano cartacce a terra, bicchieri di plastica nel mare, che cercavano di saltare una fila alla posta o allo stadio per “fare i furbi” o con quelli che apostrofavano con frasi piene di disprezzo e odio un gruppo di turisti asiatici saliti in treno perché, si sa, “i cinesi puzzano”. Ma nessuno ha bisogno di leggere le mie… lamentele? Critiche? Riflessioni? Non lo so. So che, purtroppo, forse per la prima volta, mi manca la speranza. Nella mia città non ci credo più, non mi piace più, non mi sento più a casa.


Non voglio fare di tutta l’erba un fascio: di persone civili e sensibili la mia città è piena, ma come ne soffrono! E quanto desiderano scappare, andarsene più lontano possibile!


Le nuove generazioni sono diseducate, non hanno senso civico, non hanno rispetto per l’ambiente, non si curano del disastro in cui vivono e non vogliono migliorarlo, mentre per le vecchie è già troppo tardi. Non venitemi a dire che sono eccessivamente critica verso la mia gente o che queste sono cose che succedono ovunque. Non sono stata “ovunque”, ma ho vissuto in almeno altre quattro città negli ultimi cinque anni e non ho incontrato da nessuna parte neanche l’ombra dell’incuria descritta. Né voglio fare di tutta l’erba un fascio: di persone civili e sensibili la mia città è piena, ma come ne soffrono! E quanto desiderano scappare, andarsene più lontano possibile!

Cosa propongo? Non propongo niente. Cammino per la mia città, mi cadono le braccia e mi si stringe il cuore. Non vedo una luce alla fine del tunnel, perché forse la fine del tunnel non esiste. Le nuove generazioni sono state educate da quelle precedenti, che hanno portato a questo degrado e dubito siano poi tanto diverse. Cercare di fare qualcosa, come sensibilizzare i cittadini o impegnarsi a essere rispettosi nel proprio piccolo, non è sufficiente. Mi sembrano gesti effimeri, come cercare di arginare un fiume in piena con dighe di cartone.

Torre Annunziata, Napoli. Foto di Federica Montella per Parte del discorso (partedeldiscorso.it)

Torre Annunziata, Napoli. Foto di Federica Montella per Parte del discorso (partedeldiscorso.it)

Forse siamo destinati al degrado eterno, penso. Se solo si potessero cambiare le persone; se solo si potessero piantare dei cittadini modello, la mia città in pochi anni diventerebbe un fiore e non sarebbe più un’erbaccia.

La mia casa è maledetta, maledetta e bellissima, e non c’è persona al mondo che la ami e la odi tanto quanto me. Ho speso tante parole affettuose sulle sue meraviglie, sul calore della sua gente, sui pittoreschi scorci sul mare, ma ad oggi non ne ho più.

Pino Daniele cantava che Napule è ‘na carta sporca nel 1977. Pino, in quarant’anni non è cambiato niente – i più cinici e quelli con più anni di me aggiungerebbero che, piuttosto, le cose sono peggiorate. Questa carta è stata calpestata, imbrattata, si sta disintegrando. E i mille culure che la dipingevano una volta si stanno sbiadendo.

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Federica Montella

Federica Montella

Fef vive in Irlanda, ma ama moltissimo il suo Paese, tanto che ogni volta che ci torna ci lascia un pezzettino di cuore (ma in compenso guadagna 3-4 kg). Ha vissuto nei Paesi Bassi senza saper andare in bicicletta e in Spagna pur odiando il rumore. Ama viaggiare, leggere, scrivere, comprare cd, collezionare plettri, il cocco, la birra e i cani. Studia giornalismo, ma è ancora incerta circa la sua vocazione. Vorrebbe vivere lungo abbastanza da assistere all'invenzione del teletrasporto; sogna di esplorare ogni angolo dell’universo, andare a tutti i concerti dei suoi artisti preferiti, mangiare quantità industriali di pizza senza ingrassare.

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