Pensiero confermativo e groupishness: quanto ne siamo immuni?

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Copertina del libro di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti

Dettaglio della copertina del libro di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti

Un po’ di tempo fa, mentre leggevo un libro in perfetto relax, mi sono imbattuta in un concetto interessante che ha catturato la mia attenzione. Il libro in questione, che per inciso consiglio, è Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo e l’input a farmi qualche domanda è scaturito da due semplici parole: pensiero confermativo.

Cos’è il pensiero confermativo?

L’autore, nel mezzo di un discorso, arriva a quella che potremmo considerare una presa di coscienza sulla sua persona e, di riflesso, su un’intera classe intellettuale: «Ciò che leggevo, su cui mi formavo, confermava ossessivamente il mio pensiero. Non lo metteva in discussione, non lo rendeva problematico, ma facendolo crescere mi rassicurava ogni giorno di essere sempre e soltanto dalla parte della ragione». Questo, in sostanza, è quello che potremmo definire pensiero confermativo; un modo di fare, o forse di essere, che come dice Piccolo: «Anno dopo anno rende impermeabili al confronto, alla curiosità per gli altri, per le vite diverse; e rende sempre più sicuri di ciò che si pensa, di come si vive, delle regole che ci si è dati».


Se mi chiedessero quante volte in un giorno, in una settimana o in un mese il mio pensiero viene davvero messo in discussione, viene reso problematico, non saprei cosa rispondere. E non sono sicura che questo sia un bene.


Estrapolando questa riflessione dalle pagine del libro e calandola nel quotidiano, quanti di voi se la sentono di definirsi del tutto immuni dal pensiero confermativo? Per quanto mi riguarda, non ci metterei la mano sul fuoco; mi ritengo una persona molto aperta e curiosa e, se qualcuno mi chiedesse se sono disposta al confronto, risponderei assolutamente di sì. Ma non posso fare a meno di chiedermi: fino a che punto?

Non penso di essere circondata solo da persone identiche a me, anzi, non mi considero identica neanche alla mia sorella gemella, quindi figuriamoci. Né parlo solo con gente che la pensa esattamente come me su tutto, anche perché su alcune questioni devo ancora capire bene come la penso io. Ma, allo stesso tempo, se mi chiedessero quante volte in un giorno, in una settimana o in un mese il mio pensiero viene davvero messo in discussione, viene reso problematico, non saprei cosa rispondere. E non sono sicura che questo sia un bene.

La rete elimina ciò che non ci piace

Pensiero confermativo: il web è programmato per analizzare le nostre scelte e poi riproporcene di simili

Pensiero confermativo: il web è programmato per analizzare le nostre scelte e poi riproporcene di simili

L’autore del libro continua il suo discorso facendo un riferimento alla navigazione in rete. Egli dice che, dal momento che mentre ci muoviamo seminiamo una scia di segnali che poi la rete ripropone per somiglianza: «Più si naviga, più si restringe il campo delle diversità – più le proposte sono soddisfacenti, più sono limitate. È come se, vivendo, eliminassimo sempre di più la possibilità di incontrare qualcosa che non ci piace – che non ci soddisfa; ma allo stesso tempo eliminiamo tutto ciò che ci potrebbe sorprendere».

Un’obiezione plausibile riguardo a quest’ultimo punto potrebbe essere che la rete funziona così, che non è colpa nostra se i siti e i social network analizzano le nostre scelte per poi riproporcene di simili, quindi non possiamo farci niente. In parte questo è vero, ma in parte è un po’ una scusa; perché siamo noi che ci accontentiamo di quelle proposte limitate senza chiederci troppo cosa ci sia oltre e senza prenderci la briga di scoprirlo. Dunque, che questa scelta sia consapevole o piuttosto inconsapevole, è anche un po’colpa nostra se, come fa notare Piccolo, il campo dei nostri desideri, mentre viene soddisfatto di continuo, si restringe; di conseguenza, ci sembrerà che nel mondo c’è soltanto gente che la pensa come noi.

Oppure, ci sembrerà che valga la pena considerare solo la gente che la pensa come noi. Perché, se non ci interroghiamo e non ci mettiamo in discussione, o comunque non fino in fondo e non abbastanza spesso, è normale che arriveremo a pensare che le nostre opinioni sono quelle giuste, che i libri che leggiamo noi sono quelli più validi, che i discorsi che facciamo noi con i nostri amici sono gli unici, o quasi, ad avere un senso. E allora cosa ne è di tutto il resto? Di quello che conosciamo, o pensiamo di conoscere, e non ci piace, ma soprattutto di quello che non conosciamo perché pensiamo di stare bene così?

Va bene lavorare per avere una propria opinione e va bene quando questa opinione diventa forte e fondata. Così come è normale frequentare persone che, in linea di massima, la pensano come noi ed è naturale approfondire soprattutto le cose che ci interessano e ci incuriosiscono, tralasciando le altre. È altrettanto necessario, tuttavia, stare attenti a non restringere troppo il campo, a lasciare uno spiraglio aperto, o se è possibile anche più di uno. Verso altre idee, che all’inizio possono anche sembrarci assurde, verso altre persone, anche se a prima vista ci sembrano troppo lontane da noi, verso cose diverse da quelle che ci hanno accompagnati per tutta la vita.

Il groupishness e l’eterna lotta fra “Noi” e “Loro”

Jay Van Bavel, studioso di neuroscienze della New York University, scrive che «preoccuparsi di appartenere a un gruppo non è qualcosa che si impara. È qualcosa che si fa automaticamente, come respirare»

Jay Van Bavel, studioso di neuroscienze della New York University, scrive che «preoccuparsi di appartenere a un gruppo non è qualcosa che si impara. È qualcosa che si fa automaticamente, come respirare»

Mentre pensavo a tutto ciò, mi è venuto quasi spontaneo fare un collegamento con un articolo che avevo letto poco prima sul numero di aprile del National Geographic Italia. Nell’articolo, di David Berreby, si parla di ossessione per l’identità e di groupishness, ovvero la tendenza dell’essere umano a formare un gruppo. Berreby ci spiega che «sin dalla nascita siamo portati a distinguere un “Noi” da un “Loro”, siamo dotati di una sorta di radar mentale che cerca di capire quali gruppi contano e a quali apparteniamo. E questo radar è sempre attivo. Anche quando siamo a nostro agio con la nostra identità razziale, religiosa, nazionale o di altro tipo, la nostra mente è attenta alla possibilità di nuove coalizioni».

Mettiamo da parte la più immediata delle contrapposizioni Noi-Loro – quella cui ultimamente siamo stati abituati a pensare quasi inconsciamente tra Noi italiani e Loro stranieri – e facciamo un passo indietro. La tendenza innata di cui si parla inizia molto prima perché, come afferma Jay Van Bavel, studioso di neuroscienze della New York University, «è così che funziona la nostra percezione delle persone: già nella prima frazione di secondo giudichiamo la gente in base all’appartenenza a un gruppo. Preoccuparsi di appartenere a un gruppo non è qualcosa che si impara. È qualcosa che si fa automaticamente, come respirare».


Se ripercorro la mia breve vita, almeno dal momento in cui ero abbastanza consapevole di quello che avevo intorno, non posso fare a meno di notare tante contrapposizioni Noi-Loro che si sono susseguite senza che me ne rendessi conto.


Ora che ci penso, non sono sicura che la mia percezione delle persone funzioni in modo diverso, purtroppo. In tutta sincerità sono sempre abbastanza attenta a non trarre conclusioni affrettate e a non giudicare con troppa fretta, ma se ripercorro la mia breve vita, almeno dal momento in cui ero abbastanza consapevole di quello che avevo intorno, non posso fare a meno di notare tante contrapposizioni Noi-Loro che si sono susseguite senza che me ne rendessi conto.

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Il bisogno innato di stabilire una differenziazione fra “Noi”, i giusti, e “Loro”, gli sbagliati

Ho frequentato il Liceo Classico e, per quanto non credessi che fosse una scuola perfetta, nel momento in cui quelli del Liceo Scientifico, Loro, denigravano in qualche modo la mia scuola, io mi sentivo in dovere di difenderla marcando il territorio e la distanza che c’era tra noi, così come facevano molti dei miei compagni di classe. Perché, anche se eravamo tutti studenti della stessa età e della stessa città, in quei momenti ci sembrava di appartenere a due gruppi diversi. Poi, ovviamente, all’interno del nostro territorio comune, della nostra scuola, c’erano tanti altri sottogruppi, tante altre contrapposizioni e coalizioni createsi quasi per caso, per chissà quale bisogno e in base a chissà quale logica.

E passando all’università le cose non cambiano di molto: sono una fuori sede da ormai due anni e devo dire che, quando si incontra una persona nuova, anche la provenienza geografica gioca la sua parte. Non è certo determinante in tutto e per tutto, ma se incontriamo qualcuno che abita dalle nostre parti è come se di impatto ci sentiamo obbligati a essere solidali, a difendere il nostro accento di fronte agli altri, a evocare aspetti particolari della nostra terra che ci mancano. Insomma, a sottolineare che Noi siamo un po’ diversi dagli altri, da Loro. Se poi questa persona studia qualcosa di simile a noi, l’innata simpatia aumenta. Se però studiamo tutti la stessa cosa, allora ci siamo Noi del secondo anno e Loro del primo, Noi con il cognome dalla A alla L, che abbiamo certi professori, e Loro con il cognome dalla M alla Z, che invece ne hanno degli altri, peggiori o migliori a seconda della parte che vogliamo interpretare in quel momento, i più preparati o i più sfigati.


A seconda di quello che pensiamo, o che gli altri credono che noi pensiamo, a volte anche solo a causa di un dubbio espresso una volta, per sbaglio ad alta voce, possiamo essere elogiati o insultati, accolti in un gruppo o tenuti alla larga.


E così potremmo andare avanti all’infinito, ognuno con i suoi gruppi, in base alle associazioni di cui facciamo parte, ai quartieri in cui abitiamo, alla nostra squadra di calcio, se ne abbiamo una, per non parlare poi di quando si arriva alle opinioni personali o alla politica. A seconda di quello che pensiamo, o che gli altri credono che noi pensiamo, a volte anche solo a causa di un dubbio espresso una volta, per sbaglio ad alta voce, possiamo essere elogiati o insultati, accolti in un gruppo o tenuti alla larga. E così ci siamo Noi, i giusti, e poi ci sono Loro che sono fascisti, comunisti, leghisti, a seconda dei casi. Anche se quelle persone non  le conosciamo affatto e non abbiamo idea di come la pensino davvero, per un post letto su Facebook o per una voce sentita una volta chissà dove, ci sentiamo in diritto di poterli etichettare come ci pare, con parole che, dette così a caso, diventano del tutto prive di significato.

Per carità, è anche normale sentirsi più affini ad alcuni e meno ad altri, così come è comprensibile voler ritrovare qualcosa di familiare nelle persone che incontriamo. Ma il rischio è di incappare in quella superiorità morale di cui ci parla Piccolo, che ci rende «impermeabili alla sensibilità e al rispetto verso le persone diverse da noi». Quando invece dovremmo capire e accettare che «ci sono strumenti attraverso i quali è possibile comprendere ciò che ritieni incomprensibile. Lo si può fare attraverso una sincerità più profonda: le persone che compiono atti che non ci piacciono – che noi siamo certi che non faremmo mai – sono persone molto simili a noi».

Un po’ più pensiero critico e un po’ meno critica

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Basterebbe solo mettersi in gioco un po’ più spesso e sforzarsi, di tanto in tanto, di mettersi nei panni degli altri anziché fermarci solo nei nostri

Ecco, quello su cui riflettevo è proprio questo. Non dobbiamo sforzarci di capire la mente di un killer, né di tutte le persone che non ci piacciono perché (secondo noi) sono cattive o magari stupide. Né tanto meno parlare con tutti ed essere gentili anche quando non ci va. Basterebbe solo mettersi in gioco un po’ più spesso e sforzarsi, di tanto in tanto, di mettersi nei panni degli altri anziché fermarci solo nei nostri, se non altro per capire se abbiamo davvero ragione ad avere quell’opinione così negativa o così rigida.

Un po’ più pensiero critico e un po’ meno critica fine a se stessa; un po’ più di domande fatte non per mettere con le spalle al muro, ma perché si vuole davvero sentire la risposta, e soprattutto fatte anche a se stessi. Perché essere flessibili e accettare di poter cambiare idea, grazie a se stessi o grazie a qualcun altro, o semplicemente perché capita, non vuol dire non avere una personalità forte, ma tutto il contrario. Vuol dire offrire più possibilità: agli altri, a un’idea, a un semplice libro, ma soprattutto a se stessi.

Così, se proprio vogliamo far parte di un gruppo, perché così funziona la nostra mente o perché ci fa sentire meglio, tanto vale essere nel maggior numero di gruppi possibile.

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Nicole Di Stefano

Nicole Di Stefano

Nata nel 1997. Orgogliosa di essere lucana, ma consapevole sin da subito che prima o poi sarei andata via. Studio Scienze Internazionali e Diplomatiche. Mi piace leggere e mi piace scrivere (prevedibile no?). Amo viaggiare e quando non posso farlo personalmente mi faccio aiutare dalla National Geographic, anche perché la fotografia mi affascina, e non poco. Sono curiosa e dinamica, faccio (e mi faccio) tante domande, forse troppe e a tratti sono logorroica, lo ammetto (si vede?).

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