Ritorno al bosco dei 100 acri è (probabilmente) uno dei film più sottovalutati di sempre

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Winnie the Pooh nel film Ritorno al bosco dei 100 acri, di Marc Forster

Winnie the Pooh nel film Ritorno al bosco dei 100 acri, di Marc Forster

Il successo che il nuovo film di Marc Forster ha già riscosso (e riscuoterà) al botteghino e l’accoglienza positiva della critica è irrilevante. Questo perché ci saranno sempre troppe persone che sottovaluteranno Ritorno al bosco dei 100 acri. Io stessa non gli avevo dato troppa importanza prima di leggere l’intervista di Vanity Fair a Ewan McGregor. È lui infatti a interpretare Christopher Robin, un uomo che arriva a trascurare tutto e tutti investendo la maggior parte delle sue energie nel lavoro.

Molti però ricorderanno questo nome perché è quello del migliore amico di Winnie The Pooh, il bambino che tutti, almeno una volta, abbiamo desiderato essere. La pellicola, un adattamento in live action del famoso franchise Disney, è purtroppo un’opera destinata a essere ignorata da molti perché ritenuta “per bambini” o a diventare un guilty pleasure per chi è interessato, ma cerca appunto un cuginetto o un nipotino da accompagnare in sala come “copertura”. Ma ecco la verità: non è così. Ritorno al bosco del 100 acri, uscito lo scorso 30 agosto, non è un film per i più piccoli, o almeno non solo.

Christopher Robin è ormai adulto e lavora in un’azienda che produce valigie; passa le sue giornate tra documenti e scartoffie varie, evitando continuamente lo strano vicino che lo invita sempre a giocare e tenendo in gran considerazione la sua famiglia, che però si vede costretto a mettere in secondo piano. Quando gli affari iniziano a occupare uno spazio troppo grande nella sua vita, facendolo arrivare a un punto di rottura con la moglie e la figlia, ecco spuntare quello “sciocco di un orsetto”.

Anche dopo anni, l’animale goloso di miele è sempre pronto ad aiutare il suo migliore amico. Robin però non è più un bambino e quando si trova davanti un pupazzo parlante, di cui neanche ricordava più l’esistenza, resta impietrito.

Perché sì, certo, i pupazzi parlanti ci sono, ma questo non basta a far categorizzare Ritorno al bosco dei 100 acri come film inadatto ai “grandi”. Anche perché Pooh e i suoi amici non sono altro che dei compagni per un viaggio nell’Io (o IhOh) alla riscoperta della gentilezza, della felicità nelle piccole cose e soprattutto della calma, il dolce far niente che «spesso porta alle cose migliori».

Christopher Robin e Pooh in una scena di Ritorno al bosco dei 100 acri, di Marc Forster

Christopher Robin e Pooh in una scena di Ritorno al bosco dei 100 acri, di Marc Forster

Inoltre, i demoni da affrontare sono ben chiari: Winnie, Pimpi, Tigro e i loro amici hanno paura degli Efelanti e Robin li difende attaccando questi mostri, o almeno facendo finta di farlo, visto che in realtà non esiste niente del genere. L’oggetto che colpisce con l’ombrello improvvisato ad arma è la sua cartella con i documenti. Oppure, per spiegare ai suoi amici di pezza il motivo per cui deve tornare a Londra, usa la metafora della Noddola: è con il nome di quest’altro nemico immaginario che descrive il suo capo.

Robin riscopre così la parte da bambino che aveva nascosto troppo in fondo dentro di sé. Con un nuovo sorriso e un palloncino rosso da regalare alla figlia Madeleine, ritrova la spensieratezza e l’immaginazione che servono per la serenità.

Se pensiamo all’epoca che stiamo vivendo, in cui vince chi è più forte, chi nasconde i sentimenti e odia le canzoni d’amore, possiamo facilmente renderci conto che Ritorno al bosco dei 100 acri è un film necessario: una storia raccontata con la semplicità e la tenerezza di cui spesso dimentichiamo di aver bisogno.

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Gaia Giovannone

Gaia Giovannone

"Mi sento vivo solo se sfilo la stilo e scrivo"

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