In Sembra mio figlio, un protagonista (uomo) per una storia di donne [ANTEPRIMA]

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Basir Ahang sul set del film Sembra mio figlio, di Costanza Quatriglio

Basir Ahang sul set del film Sembra mio figlio, di Costanza Quatriglio

Tempo fa mi è capitato di leggere qualcosa di molto interessante su Huffington Post, in un’intervista a Matteo Garrone. Gli si faceva notare che in Dogman non ci sono donne e il regista rispondeva che «è Marcello il personaggio femminile». Da quest’idea – cioè dalla possibilità che una visione femminile possa essere veicolata anche per mezzo dello sguardo, del volto, della storia di un uomo – voglio partire per parlare di Sembra mio figlio, di Costanza Quatriglio.

Informazioni preliminari d’obbligo: Sembra mio figlio racconta la storia di Ismail, che vive in Italia con il fratello Hassan da quando aveva 9 anni, età a cui ha lasciato l’Afghanistan per sfuggire alle persecuzioni, in quanto Hazara. Dopo vent’anni riesce a mettersi in contatto con la madre e decide di reincontrarla.

Bastano tre righe per sintetizzare la storia di Ismail; non è facile trovare parole, invece, per descrivere la grandezza delle emozioni che lo spettatore vive insieme ai protagonisti. Anzi, insieme al popolo Hazara, da più di cent’anni vittima di un interminabile genocidio, iniziato nel 1890 dal re dell’Afghanistan Abdul Rahman Khan e ancora oggi in corso: nei primi cinque mesi del 2018, sono stati uccisi più di mille Hazara. Molti di loro sono rifugiati.

Facile intuire, dunque, che la vicenda di Sembra mio figlio, più che essere quella del suo protagonista, assume inevitabilmente caratteri di collettività. Quatriglio ha scritto il film insieme a Mohammad Jan Azad, partito a piedi dall’Afghanistan quando era ancora bambino e tornato in contatto con la madre solo nel 2010. Lo stesso Basir Ahang, protagonista del film, è riuscito a rivedere sua madre dopo tantissimi anni proprio durante le riprese.

Ismail, figlio e madre

Basir Ahang e Dawood Yousefi sul set del film Sembra mio figlio, di Costanza Quatriglio

Basir Ahang e Dawood Yousefi sul set del film Sembra mio figlio, di Costanza Quatriglio

È curioso notare, però, un’apparente incongruenza: se il protagonista, che guida il racconto e lo sguardo, è Ismail, perché col titolo Sembra mio figlio si fa riferimento al punto di vista della madre? Una possibile chiave interpretativa sta nella scena finale, col suo continuo accostarsi di occhi di donne Hazara a quelli dell’uomo: sguardi tutti fortemente somiglianti, che di “campo in controcampo” tradiscono legami di parentela magari effettivi, magari no, e la potenzialità, per Ismail, di essere figlio possibile di ognuno di quei volti.

Si aggiunge, però, anche un altro fattore: Ismail non è un personaggio maschile. Lo sguardo del film – complice la direzione di Costanza Quatriglio – è donna. Soprattutto, la caratterizzazione del protagonista è femminile: per il fratello maggiore Hassan, torturato dai talebani, lui è madre. Ismail, in Sembra mio figlio, è colui che accudisce e ascolta. Ciò risulta ancora più evidente dal momento in cui i due ragazzi vengono contattati dal marito della loro madre. Un uomo autoritario, che li obbliga ad accordargli fiducia invece che ottenerla, che riduce al minimo i contatti con la donna. A Ismail viene chiesto di vedere in lui un padre, ma non è questo che lui vuole, né cerca. Hassan, da “castrato” fratello maggiore, ritrova invece in quest’uomo un riferimento di virilità: la promessa di una bellissima donna da sposare, un ruolo di capofamiglia di cui riappropriarsi.

Ismail mette al centro delle sue decisioni e azioni le donne: vuole che la ragazza di cui è innamorato gli faccia domande senza sentirsi in dovere di chiedergli il permesso; vuole che sia sua madre a parlare al telefono con lui. Aspetta, infine, che sia lei a riconoscerlo, a fare un passo avanti. Basir Ahang parla in conferenza stampa di questa scena come «una rinascita». Quatriglio, a sua volta, definisce il film come il racconto della ricerca di un’identità. Ismail, difatti, si riscopre figlio dopo essere stato fino a quel momento madre.

Per Sembra mio figlio, un nuovo modello di distribuzione

La regista Costanza Quatriglio e il cast di Sembra mio figlio in conferenza stampa presso la Casa del Cinema di Roma © partedeldiscorso.it / Rosanna Saccucci

La regista Costanza Quatriglio e il cast di Sembra mio figlio in conferenza stampa presso la Casa del Cinema di Roma © partedeldiscorso.it / Rosanna Saccucci

Sembra mio figlio emerge come un film inedito da più punti di vista. Lo è nel raccontare la vicenda Hazara, che a dispetto della sua gravità è poco nota. Lo è certamente perché è il primo film occidentale girato in Iran dal 1976 (l’ultimo fu Il deserto dei Tartari, di Valerio Zurlini). Lo è poi, ancora, per le scelte distributive.

Il film è il primo distribuito da Altri Sguardi, una nuova esperienza nata con l’obiettivo di riportare all’attenzione del pubblico il lavoro di quegli autori italiani solitamente sfavoriti dai canali distributivi mainstream. Il film arriverà allora nelle sale secondo un modello orizzontale (poche copie strategiche, ma la garanzia di una lunga permanenza) e favorendo il dialogo tra produttore, sala e spettatore.

Sono già diversi, infatti, gli incontri con la regista Quatriglio e il cast previsti in anticipo rispetto alla data ufficiale d’uscita di Sembra mio figlio (20 settembre): lunedì 17 a Milano, cinema Mexico; martedì 18 a Palermo, cinema Rouge et Noir; mercoledì 19 a Roma, cinema Farnese. Occasioni importanti che, fossi in voi, non mi lascerei sfuggire.

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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