Sulla mia pelle, il cinema dolorosamente necessario

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Alessandro Borghi, nel ruolo di Stefano Cucchi, sul set del film Sulla mia pelle, di Alessio Cremonini

Alessandro Borghi, nel ruolo di Stefano Cucchi, sul set del film Sulla mia pelle, di Alessio Cremonini

Sette minuti di applausi. È cosí che Sulla mia pelle, il film che racconta l’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi, è stato accolto alla settantacinquesima Mostra del Cinema di Venezia. Alla fine della proiezione a cui ho assistito è successo il contrario. Mai sentito un silenzio così assordante in un cinema. E, soprattutto, mai visti restare in sala tutti gli spettatori ben oltre i titoli di coda.

Il lungometraggio, prodotto da Netflix (che lo distribuisce anche sulla sua piattaforma di streaming) è diretto da Alessio Cremonini, che l’ha anche scritto, con Lisa Nur Sultan. È un film cattivo, questo. E le poche sale che lo distribuiscono lo sanno. Un film cattivo, sì, ma non brutale. Non c’è pestaggio che venga mostrato. Cremonini sa che l’immaginazione può più della visione.

I cento minuti scandiscono la vicenda senza fronzoli. Stefano è arrestato, interrogato, spostato da un carcere a un altro e infine trasferito in ospedale. La fotografia è fredda, gli ambienti disadorni (comprensibile, poiché la maggior parte delle scene sono in cella). Lo strazio è visibile, ma non si scade mai nel patetismo. Non c’è pornografia del dolore altrui. La morte che si mostra è soprattutto quella dell’umanità di coloro che circondano Stefano. Distanti. Indifferenti. Anche i pochi che si interessano non insistono. Stefano ha paura e non parla. Poi lo fa. Poi ritratta. Dice che ha inventato. È solo. Nessuno si preoccupa di aiutarlo davvero.

Tutta la violenza è raccontata dai lividi e dai lamenti del protagonista. Alessandro Borghi interpreta Stefano, o meglio, lo è. E non è solo per la straordinaria somiglianza fisica – che si nota soprattutto nei frequenti primi piani. L’attore romano scompare totalmente, parla poco ma comunica molto, anche quando biascica e chiede almeno un po’ di cioccolato. Capaci anche gli interpreti della famiglia impotente: la talentuosa Jasmine Trinca è la sorella Ilaria, Milvia Marigliano la madre Rita, Max Tortora il padre (ruolo recentemente ricoperto anche ne La terra dell’abbastanza dei fratelli D’Innocenzo).

Non solo biografia

Sulla mia pelle ha una rara onestà intellettuale nel raccontare. È palese il tentativo di esporre i fatti nel modo più imparziale possibile. La droga c’è e si vede, ma non è una giustificazione valida per l’abuso di potere perpetrato. L’intera vicenda non è mitizzata. Il suo obiettivo è far discutere. E ci riesce. La storia resta sulla pelle di tutti. La nostra coscienza civile si incendia. Si soffre con Stefano. Le lacrime che vedrete scorrere nei vostri compagni di sala ve lo confermeranno. Ma, soprattutto, ci si indigna.

Sulla mia pelle non vuole fomentare l’odio per le forze dell’ordine o per il nostro sistema detentivo. Serve tuttavia, come Diaz (2012) di Daniele VicariACAB (2012) di Stefano Sollima, a ricordarci una brutta storia di (in)giustizia italiana. E se nessun film potrà riscattare la squallida morte di un trentenne, che almeno il cinema educhi lo spettatore a provare a distinguere la propria verità.

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Giada Nardi

Giada Nardi

Vent'anni e tanta voglia di capire se sarà abbastanza capace di svolgere bene la professione che le piacerebbe fare nella vita. Per ora studia Lettere, ama la letteratura, l'arte, il cinema e la scrittura (non necessariamente in quest'ordine)!

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