Transmedialità e crowdsourcing: tanti pubblici, tanti autori

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In foto, Alessandro Borghi nei panni di Stefano Cucchi nel film Sulla mia pelle, diretto da Alessio Cremonini e distribuito, secondo una logica transmediale, sia in sala che su Netflix

In foto, Alessandro Borghi nei panni di Stefano Cucchi nel film Sulla mia pelle, diretto da Alessio Cremonini e distribuito, secondo una logica transmediale, sia in sala che su Netflix

È destinato a confermarsi come il caso cinematografico del mese Sulla mia pelle, il film diretto da Alessio Cremonini sul caso di Stefano Cucchi. Tutti ne parlano, tutti lo guardano. Soprattutto, lo guardano ovunque. Non ci soffermeremo sulla (spinosa) questione delle proiezioni pirata – non attinente al tema dell’articolo – ma su un’altra particolarità del film: la distribuzione sia in sala che su Netflix. Una scelta coerente a quella tendenza transmediale che pare essere diventata d’obbligo per tutti i più recenti prodotti di successo.

Un esempio di segno opposto a quello di Sulla mia pelle, lungometraggio che dal festival del cinema di Venezia è approdato (anche) sui piccoli schermi, è Gomorra, la serie televisiva, la cui terza stagione è stata promossa (con grande consenso) mediante la proiezione in sala dei primi episodi.

Fluidità: ecco qual è il concetto chiave di questa sempre più diffusa forma di comunicazione mediale, interessata più ai linguaggi che ai dispositivi. In altre parole, abbiamo smesso di dare peso al dove, l’esperienza, per preoccuparci più del cosa, il contenuto: un film resta un film e una serie resta una serie, che siano visti su smart TV o al cinema.

Transmedialità, una definizione

Quello di Star Wars è un tipico esempio di transmedialità. All'universo appartengono film, videogiochi, fumetti. Nel tempo che ha separato l'usicta di Star Wars II e III, è anche stata realizzata una serie TV d'animazione, The Clone Wars

Quello di Star Wars è un tipico esempio di transmedialità. All’universo appartengono film, videogiochi, fumetti. Nel tempo che ha separato l’usicta di Star Wars II e III, è anche stata realizzata una serie TV d’animazione, The Clone Wars

Secondo Andrea Pinotti e Antonio Somaini, rientrano nel concetto di transmedialità i «processi che mettono in atto diverse forme di trasposizione o di migrazione, da un medium all’altro, di immagini, figure, motivi, procedimenti compositivi o forme di visione»[1].

Henry Jenkins, professore di Comunicazione, Giornalismo, Arti cinematografiche e Formazione presso l’University of Southern California, ne scrive diffusamente sul suo sito, individuando diverse caratteristiche tipiche dello storytelling transmediale:

  • La dispersione del racconti su molteplici canali crea un’esperienza d’intrattenimento unificata e coordinata, in cui ogni medium fornisce un diverso contributo allo sviluppo narrativo.
  • La transmedialità riflette la moderna sinergia mediatica. Quelle che una volta erano industrie separate, oggi si sviluppano orizzontalmente, integrandosi tra loro.
  • Spesso il racconto transmediale non si basa su specifici personaggi o trame, ma su un complesso mondo di finzione in continua espansione, in cui si intreccano diverse storie[a].
  • Le estensioni possono avere diverse funzioni, tra cui aggiungere un senso di realismo alla fiction o approfondire il mondo interiore di un personaggio.
  • Lo storytelling transmediale espande il mercato potenziale dell’opera, rivolgendosi a diversi segmenti di pubblico, attraverso la creazione di più punti d’accesso alla stessa.
  • Pur fungendo ognuno da contributo alla narrazione complessiva, ogni episodio della narrazione deve essere autonomo e accessibile singolarmente.
  • L’alto grado di coordinazione richiesto tra i differenti media, nello storytelling transmediale, implica che spesso (ma non sempre!) sia un unico artista a dare forma alle storie attraverso tutti i media coinvolti.
  • La transmedialità è l’estetica ideale di una società costantemente (inter)connessa e porta alla creazione, tra gli spettatori, di nuove comunità finalizzate alla condivisione di informazioni.
  • Un testo transmediale non disperde semplicemente delle informazioni, ma crea dei veri e propri universi, con il proprio complesso di regole e obiettivi, in cui gli spettatori sono spinti a calarsi nel quotidiano. In altre parole, lo spettatore è chiamato a immergersi nel mondo di finzione, come se questo fosse reale.
  • L’ambizione enciclopedica del testo transmediale fornisce al dispiegarsi della storia infinite possibilità, tante da rendere impossibile il completo esaurimento di ogni potenziale trama. Questa caratteristica è un incentivo per il pubblico a elaborare da sé queste storie (ne sono una dimostrazione le cosiddette fan fiction[b]).

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Tra gli esempi citati da Jenkins ci sono Star Wars e Matrix. Al franchise di Guerre stellari appartengono due trilogie “originali”, diversi sequel e spin off (due già usciti, altri in lavorazione) e numerosi prodotti fumettistici, letterari, televisivi, videoludici.

A sua volta, la storia di Matrix si articola in tre film, una serie di cortometraggi animati, due collane a fumetti e due videogiochi. Ognuno di questi tasselli non solo non esaurisce le informazioni necessarie a comprendere il mondo di Matrix nel suo complesso, ma è anche creato da differenti autori. L’universo, in altre parole, nasce dalla somma dei loro apporti creativi.

Non solo il prodotto: anche il pubblico vuole più spazio

Un'immagine tratta dal film Life in a day, prodotto da Ridley Scott e diretto da Kevin Macdonald. Il lungometraggio è stato prodotto per mezzo del montaggio di migliaia di filmati inviati dagli utenti del web. Si tratta di una vera e propria operazione di crowdsourcing

Un’immagine tratta dal film Life in a day, prodotto da Ridley Scott e diretto da Kevin Macdonald. Il lungometraggio è stato prodotto per mezzo del montaggio di migliaia di filmati inviati dagli utenti del web. Si tratta di una vera e propria operazione di crowdsourcing

Se a diversi media possono coincidere diversi autori, è vero anche che dal ritratto di Henry Jenkins emerge un ruolo sempre più attivo del pubblico. Per questo motivo la transmedialità va spesso a braccetto col concetto di crowdsourcing.

Il modello del crowdsourcing prevede la raccolta di contributi volontari ed esterni, cioè non prodotti da quelli che possono senza subbio essere identificati come gli autori del progetto. Questa logica produttiva ha contagiato anche il cinema. Ormai storico è il caso di Life in a day, film del 2011 prodotto da Ridley Scott e diretto da Kevin Macdonald, realizzato soltanto mediante il montaggio di contributi video inviati dagli utenti della rete, a cui è stato chiesto di filmare uno spaccato della loro quotidianità. La versione definitiva del lungometraggio dura poco meno di 95 minuti, il risultato di un lavoro di selezione fatto su circa 4.500 ore di filmati, inviati da 80.000 persone provenienti da 192 Paesi.

La produzione mediante crowdsourcing è stata poi replicata in altre nazioni, tra cui proprio l’Italia. È stato infatti realizzato nel 2014 Italy in a day, per la regia di Gabriele Salvatores. Entrambi i progetti presentano anche una componente transmediale, essendo tutti i contributi stati richiesti e inviati via Internet.

Lost, un caso esemplare di transmedialità e (perché no!) crowdsourcing

La serie televisiva Lost (creata da J. J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber) è uno dei migliori esempi di transmedialità e (perché no!) di crowdsourcing. Non solo, infatti, la narrazione si articola su diversi media, ma gli sceneggiatori si sono fatti influenzare anche dai commenti pubblicati sui forum dedicati a Lost per la scrittura degli episodi!

La serie televisiva Lost (creata da J. J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber) è uno dei migliori esempi di transmedialità e (perché no!) di crowdsourcing. Non solo, infatti, la narrazione si articola su diversi media, ma gli sceneggiatori si sono fatti influenzare anche dai commenti pubblicati sui forum dedicati a Lost per la scrittura degli episodi!

Secondo Massimo Scaglioni, «Lost è […] la serie televisiva che ha saputo meglio interpretare il mutamento dei rapporti fra fandom e industria»[3]. La serie televisiva (creata da J. J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber) è infatti uno dei migliori esempi di transmedialità e (perché no!) crowdsourcing. Non solo, infatti, la narrazione si articola in sei stagioni della serie, puzzle, spot pubblicitari, falsi siti web, libri, Alternate Reality Games e web video, ma i suoi fan hanno creato un’enciclopedia online (Lostpedia) e forum su cui scambiare le proprie teorie circa la “soluzione” della storia.

Proprio monitorando i forum, gli sceneggiatori della serie hanno potuto testare il grado di comprensione dei fan e tenere letteralmente d’occhio le loro speculazioni sulla storia. Non è difficile credere che queste potrebbero aver influenzato la scrittura stessa della serie, allo scopo di sorprendere anche gli spettatori più vicini alla risoluzione finale! In un certo senso, quindi, potremmo definire anche Lost come un esempio di crowdsourcing, dal momento in cui l’universo narrativo è stato abitato non solo dai naufraghi protagonisti, ma anche dai più che partecipi spettatori[4].

Conoscete altri esempi di transmedialità e crowdsourcing, oltre a quelli citati? Qualcuno italiano? Fatecelo sapere commentando l’articolo!


Fonti:
1. Andrea Pinotti e Antonio Somaini, Cultura visuale. Immagini, sguardi, media, dispositivi. Piccola Biblioteca Einaudi. Torino, 2016. p. 160.
2. Henry Jenkins, Transmedia Storytelling 101, 21 marzo 2017.
3. Massimo Sacaglioni, Fan & The City. Il fandom nell'età della convergenza, in Guglielmo Pescatore e Veronica Innocenti, Le nuove forme della serialità televisiva. Storia, linguaggio, temi. Archetipolibri. Firenze, 2018. p. 198.
4. Per una più dettagliata sintesi, rimandiamo a Cristiano Nordio, La serie TV Lost ci insegna il marketing virale, «4marketing», 15 settembre 2008.
Note:
a. Jenkins parla di un «impulso enciclopedico», condiviso da pubblico e autori, opposto all'aspettativa – creata dalla narrazione cinematografica classica – di sapere tutto ciò che è indispensabile alla costruzione del senso alla fine dello spettacolo.
b. La fan fiction è un'opera scritta traendo spunto dalle vicende e dai personaggi di altre opere, anche appartenenti all'ambito non letterario. Un appassionato può, ad esempio, scrivere racconti che hanno come protagonisti i personaggi di Harry Potter, inventando nuove trame.

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