Verano, come nascono le canzoni: dieci minuti per scrivere ciò che ti resta addosso una vita intera

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Anna Viganò, in arte Verano, in una foto di Giuseppe Palmisano

Anna Viganò, in arte Verano, in una foto di Giuseppe Palmisano

Verano, nome d’arte di Anna Viganò, scrive le sue canzoni con l’intensità massima che “costringe” alla meravigliosa e dolorosa verità. Ha preso i pezzi di una vita che scorre veloce e li ha messi dentro a un disco.

Panorama, il suo secondo lavoro discografico, è arrivato dopo il fortunato EP omonimo del 2016. Verano non ha paura di mostrarsi, di mettere sul piatto gli spigoli, le debolezze, i kilometri percorsi, i cocktail dal sapore forte. Scommette sulle chitarre e le mescola a piccole dosi con l’elettronica, si affida poi alla maestria pop di Lorenzo Urciullo (Colapesce), con il quale ha composto alcuni brani.

Dieci canzoni, una testa rossa, un unico viaggio e un panorama tutto da scoprire.

Hai passato i 30 anni, non ti sembra il caso di comprare un cagnolino e fare una vita tranquilla? (Scherzo, ovviamente, nda) In un mondo in cui siamo continuamente stressati dal tempo che passa e dalla necessità di realizzarci, tu come sei sopravvissuta?

«Sarebbe il caso di prendere un cagnolino e portarlo con me in tour!

«La necessità di realizzarci come esseri umani credo sia l’unica benzina che ci possa tenere vivi e in qualche modo felici, anche se ammetto che scrivere crea a tratti una condizione di grande spaesamento e malessere. Fa parte del gioco».

Hai militato nell’Officina della Camomilla e hai alle spalle un’esperienza con gli Intercity. Poi hai cambiato direzione e hai deciso di fare tutto da sola. Cosa è cambiato in questi anni?

«È cambiato tutto. Sono cresciuta io, sono invecchiata e mi sono messa in gioco in modo differente rispetto alle precedenti esperienze, senza le quali non avrei saputo affrontare questa. Ho anche sofferto molto in questi anni e penso che questo in qualche modo abbia contribuito a un cambiamento netto».

Che gusto ha un bombafragola?

«Ha il gusto dell’allucinazione totale».

Pochi giorni fa è uscito anche il video di questo ultimo singolo. Ho letto da qualche parte che non hai un bel rapporto con i video perché non ti piace recitare una parte. Che rapporto hai con la telecamera?

«Non amo recitare, mi mette in difficoltà narrare una storia che per definizione non può essere autentica. L’unico modo in cui inserirei del recitato in un video prevederebbe l’avvalermi di un attore e a quel punto potrei considerare di raccontare una storia diversa. Con la telecamera ho un rapporto timido, direi cauto. Non capisco chi si fa le stories parlando continuamente e ha la smania di raccontarci le sue verità: a meno che tu non sia una persona che ha qualcosa da dire a una grande audience, mi sembra un desiderio da wannabe-Pippo-Baudo che proprio non afferro. Sto invecchiando vero?».

Ma no dai, è il tuo modo di vedere le cose e ci sta. Dentro la notte nasce da un tuo rapporto controverso con questo momento della giornata. Cosa fai quando non riesci a dormire?

«La notte per me è un momento abbastanza delicato, la odio per come mi annienta e mi fa pensare in continuazione, ma la amo perché senza quella non avrei scritto quasi nulla. Quando non dormo fondamentalmente scrivo e vago per casa».

C’è qualche artista in Italia con cui ti piacerebbe cantare nel tuo prossimo disco?

«Ce ne sono parecchi. Diciamo che nel prossimo disco vorrei lavorare con qualcuno che non rappresenti per me una zona di comfort, che abbia un background e degli ascolti totalmente diversi e lontani dai miei e che possa contribuire in modo netto e differenziante rispetto a quello che sono io. Una sorta di gioco di pieni e vuoti, insomma.

«Parlando invece di collaborazioni, che amo chiamare condivisioni, mi piacerebbe fare qualcosa con Lucia Manca. Mi ha colpito molto un suo live al MI AMI e, parlandoci, ho trovato una persona di enorme spessore, con dei valori e un approccio alla musica che condivido e che è lontano anni luce da meccanismi e poserismi che mi stancano tutto sommato molto».

Anna Viganò, in arte Verano, in una foto di Cesare Cicardini

Anna Viganò, in arte Verano, in una foto di Cesare Cicardini

Ho una grande passione per le storie che si nascondono dietro le canzoni e il bello della musica è che ognuno che l’ascolta può trovarci dentro la propria storia. Ti va di raccontarmi la storia di una tua canzone?

«Parquet: è nata sì e no in 10 minuti. Fa parte di quelle piccole magie che ogni tanto accadono. Dieci minuti di scrittura e una vita a piangere. È stato come essere in trance e poter scrivere qualcosa nel modo più vero e preciso che potessi.

«Sono molto legata a questa canzone, è molto autobiografica e racchiude delle parole, delle frasi, delle immagini che adoro e che sono totalmente mie. A volte ci innamoriamo così tanto delle storie e delle persone sbagliate che finiamo per annegarci dentro, convincendoci che quello stato di leggero e costante malessere sia in realtà accettabile, come l’illusione di star bene camminando a piedi nudi su un pavimento».

Milano è una città molto grande, io mi sentirei persa. Che rapporto hai con questa città?

«Ho fondamentalmente un ottimo rapporto. È una città difficile, che ti butta giù se non stai bene, ma è anche l’unico luogo in cui potrei vivere in Italia per quello che offre a livello artistico, musicale e di contenuti».

Ora facciamo un gioco di “condivisione musicale”. Se dovessi regalare una canzone (non tua) a una persona molto importante per te, che brano sceglieresti?

«Dipenderebbe moltissimo dalla persona, le canzoni sono piccole schegge che si possono conficcare in qualcuno e in qualcun altro no.

«Sto in fissa con Camel Blu di Carl Brave. Sto invecchiando, vero?».

Beh, con questa scelta hai dimostrato di essere assolutamente sul pezzo. Chiudiamo l’intervista parlando di un luogo, di un tramonto, di un cielo. Qual è il tuo posto nel mondo?

«Se lo sapessi ci starei vivendo. Diciamo che, geograficamente, ho due posti che mi mettono molto in equilibrio e sono due posti completamente diversi. Uno è NYC, in cui torno molto spesso. L’altro è Stromboli».

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Giulia Perna

Giulia Perna

Meglio conosciuta come Capa Riccia. Salernitana di nascita e bolognese per amore di questa città. Ha conseguito il titolo di Laurea specialistica in Comunicazione pubblica e d'impresa presso l'Università di Bologna. Si definisce "malinconica per vocazione". Da grande vorrebbe osservare le stelle. Crede nella forza delle parole, nella bellezza che spacca il cuore e nella gentilezza rivoluzionaria. Le piace andare ai concerti, mischiarsi tra la gente, sentire il profumo del mare e camminare sotto i portici.

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