Essere un giovane artista oggi: l'intervista ad Antonio Salerno

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In foto, l'artista Antonio Salerno

In foto, l’artista Antonio Salerno

In un articolo di luglio 2014, il Wall Street International parla dell’arte contemporanea scrivendo: «Il termine “contemporaneo” si riferisce a un periodo storico e a una nozione filosofica, è un sostantivo e un aggettivo. “Contemporaneo” è “ciò che avviene nello stesso momento”, dichiara un’appartenenza al tempo presente ma esprime una potenzialità, una probabilità che si rivolge verso il futuro. L’arte contemporanea si riferisce a una porzione specifica dell’arte: che non fa più riferimento al concetto di arte tradizionale, è una nozione sfuggente, quando si tenta di spiegare che cos’è si procede per metafore perché legata alla temporalità».

“Arte tradizionale assente”, “nessun riferimento”; prendendo questo come assunto, l’arte di Antonio Salerno non è certamente arte contemporanea. Eppure non la si può nemmeno e totalmente definire moderna, se facciamo riferimento al periodo storico. L’arte di Antonio Salerno è dunque a metà fra questi due mondi: da un lato siamo in grado di riconoscere quei canoni e quelle linee che per secoli hanno caratterizzato il figurativo, che ci permettono di riconoscere un volto, di individuare quale sia un pastello e quale invece una palla da biliardo; dall’altro siamo in grado di individuare (o crediamo di individuare) concetti e pensieri espressi in modo meno chiaro, legati a quell’arte concettuale che tanto si discosta dalla figurativa.

E così, forse, l’arte di Antonio Salerno è l’arte a metà, che non definisce nulla e che lascia ampio spazio al divagare dei pensieri. «L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è»; è così che Paul Klee descriveva il compito dell’arte e, probabilmente, è così che definirei l’arte di Antonio Salerno.

La storia


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Il primo incontro avvenne in una collettiva a Trastevere, nel cuore pulsante di Roma, durante un giorno di pioggia. Andai a conoscerlo di persona, del resto era nella mia città, a due passi da me che poco tollero il non-figurativo. Mi innamorai di un quadro, sfondo arancio, busto di donna, mongolfiere e pastelli a cera come missili. Uscii da lì promettendo che ci saremmo senza dubbio rivisti.

Lavorando in una tipografia, Antonio Salerno ha avuto la faccia tosta di chiedermi una collaborazione. Non aspettavo altro, in realtà: la creatività su tela che passa poi su carta, cartoncino, mouse, pad; rielaborazioni grafiche che si discostano incredibilmente da quel lavoro quotidiano. Organizzava una personale, una mostra tutta sua, con una serie molto particolare. Finalmente l’arte di Antonio Salerno è in buona parte visibile; tutta frutta, colori, palle da biliardo e animali.

Un rebus alimentare che va oltre il semplice figurativo. E, finalmente, dopo diverso tempo sono riuscita a strappargli un’intervista.

Perché la pittura e non la scultura, magari? Cosa ti ha spinto e ti spinge a proseguire con tele e colori?

«In realtà fino a oggi mi sono espresso in diversi ambiti, anche quello della scultura e delle installazioni… Io creo un concetto e poi lo esprimo con quello che mi capita ed è molto più facile che mi capiti il boccettino di colore o la matita (che a esser sincero prediligo) anziché scalpelli e ceselli, anche perché essendo sempre in viaggio non è facile scolpire senza uno studio fisso, ma l’ho fatto più volte nel mio vecchio studio di Fagnano Castello».

Reputi la fotografia un altro mezzo con il quale ti esprimi?

«Sicuramente, tutto ciò con cui posso creare un concetto per me è arte; ultimamente lavoro molto con la fotografia e devo dire che molti apprezzano i miei punti di vista. Mi diverte molto giocare con la luce».

Cosa significa vendere un quadro realizzato senza una precisa commissione?

«Bella domanda: non è mai facile staccarsi da una propria creazione, infatti inizialmente non vendevo mai i miei pezzi e tuttora faccio fatica, ma se tutto mi convince apro alle cessioni… Ho sempre pensato che il mio vero scopo non sia vendere le mie opere, bensì mostrarle a più gente possibile e trasmettere i miei concetti, i miei messaggi. Non faccio dell’arte una questione economica, altrimenti non sarebbe amore, non sarebbe arte».

L’arancione, perché?

«Arancione è un mix di giallo, rosso e terre di siena… In tutte le mie tele c’è una sorta di denuncia sociale, alcune a prima vista danno anche un’ impressione un po’ cupa, invece questo particolare cielo vuole svegliare i nostri animi… Come si dice? Rosso di sera, bel tempo si spera! Questo mio arancio/rossiccio è un messaggio di rivalsa; rimboccarsi le maniche e superare ogni ostacolo».


Ho sempre pensato che il mio vero scopo non sia vendere le mie opere, bensì mostrarle a più gente possibile e trasmettere i miei concetti, i miei messaggi. Non faccio dell’arte una questione economica, altrimenti non sarebbe amore, non sarebbe arte.


Donne, animali, palle da biliardo: cosa racconta ogni soggetto al centro di un tuo studio iconografico?

«Tutto e niente; è l’insieme che forma il rebus contenitore dei miei messaggi, soli sono comunissimi animali, donne, mongolfiere o palle da biliardo. Per esempio nella mia Collezione con le palle risaltano subito i vari elementi, ma solo trovando il nesso tra loro si arriva al vero significato dell’opera: l’alimentazione».

Quanto è difficile essere un giovane pittore, oggi?

«Sicuramente non è facile, ma se a quasi 29 anni vivo ancora di questo vuol dire che non è impossibile! Ci sono state delusioni, porte chiuse in faccia. A volte continuano a esserci, ma fortunatamente io sto sotto il mio cielo arancione e mi rialzo sempre più forte di prima. Negli ultimi anni poi sto avendo un grande aiuto anche dal popolo di Instagram che mi supporta e dalle aziende che continuano a scommettere sulla mia arte e le mie idee, sponsorizzandomi. È stato e continua a essere difficile, in un mondo in cui regna il Dio Denaro (se ne hai tanto è tutto più facile, esponi pure al MOMA o al Louvre), ma è proprio questo sacrificio a rendere la mia carriera artistica speciale!».

 

 

 

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Giacomo Balla scrive, in merito al sentimento che prova un artista quando ha concluso un lavoro, che “L’artista dopo che ha lavorato deve sentirsi stanco, eccitato, qualche volta felice e quasi sempre insoddisfatto”. Quando hai finito di lavorare, che sia una foto, una tela, un foglio… Come ti senti?

«Su questo sono un po’ lunatico, dipende molto da quello che faccio, come lo faccio e dal momento… Ho una strana tendenza a riflettere il mio stato d’animo su quello che realizzo. Per fortuna sono un tipo un po’ narcisista, quindi nel più dei casi non sto nella pelle e non vedo l’ora di mandare il mio prossimo messaggio».

Una cosa che ho imparato è che dare giudizi su un operato di livello artistico non porta mai a nulla di buono: ambedue le posizioni, a favore e contro, sono sempre viste non proprio di buon occhio, a meno che l’autore di una qualunque opera d’arte non sia affermato e, dunque, intoccabile. Lascio perciò a voi il piacere di scoprire questa esplosione di colore, questa passione fatta di carne e tela, matite e carta. E vi invito, come sempre, ad andare oltre e godere del gioco iconografico che c’è in ogni sua opera.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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