Il caso Ronaldo ci ricorda in che società viviamo

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Il foto, il calciatore Cristiano Ronaldo, attualmente attaccante della Juventus, oltre che testimonial di aziende come Yamamay e Nike

È successo ancora, è una storia già sentita: la bella ragazza che accetta di andare in camera del miliardario di fama internazionale, salvo poi non solo accusarlo di stupro, ma farlo anche parecchi anni dopo. Non è possibile, non è credibile. Aveva firmato un contratto che la vincolava al silenzio. Avrà finito i soldi? Vuole vedere il suo nome sulla prima pagina di un paio di giornali? Insomma, lui è un professionista. Avere dei dubbi è lecito. Assurdo che un individuo bello, ricco, famoso e pieno di talento, abbia bisogno di stuprare una ragazza per andarci a letto.

Questa, più o meno, la corrente di pensiero generale che attualmente circola in Italia e nel mondo.

La questione è che l’allora venticinquenne Kathryn Mayorga ha accusato Cristiano Ronaldo di averla stuprata in una camera d’albergo di Las Vegas, il 13 giugno del 2009. L’allora giocatore del Real Madrid aveva prontamente chiamato a raccolta una squadra di avvocati, studi legali e persino un investigatore privato, i quali arrivarono a far firmare alla modella un accordo stragiudiziale in cui accettava più di 300.000 euro in cambio del silenzio.


La donna soffre ora di depressione e stress post-traumatico e ha deciso di denunciare il calciatore. Il suo avvocato porta avanti la tesi che insabbiare un crimine è comunque un crimine e sostiene inoltre che tutte le prove riguardanti il caso siano misteriosamente sparite.


Un mese dopo, il team legale aveva chiesto a Ronaldo di sottoporsi a un questionario in modo da capire esattamente cosa fosse successo quella notte. Lui aveva quindi descritto un rapporto anale non consenziente, sottolineando come lei avesse continuato a chiedergli di fermarsi e affermando che alla fine, dopo un rapporto durato 5 o 7 minuti, le avesse anche chiesto scusa. In un nuovo questionario, qualche mese dopo, Ronaldo ha però totalmente omesso la parte riguardante le proteste di Kathryn.

La donna soffre ora di depressione e stress post-traumatico e ha deciso di denunciare il calciatore alla corte penale del Nevada. Il suo avvocato porta avanti la tesi che insabbiare un crimine è comunque un crimine e che accordi di questo tipo stanno diventando mezzi fin troppo popolari, usati dalle star per comprare il silenzio altrui. Il legale sostiene inoltre che tutte le prove riguardanti il caso raccolte dalla polizia di Las Vegas nel 2009 (il verbale delle dichiarazioni, l’esito di una visita medica, l’analisi del vestito e della biancheria indossati dalla ragazza la sera dello stupro) siano misteriosamente sparite. Inoltre, un’altra donna sembra essersi messa in contatto con l’avvocato della Mayorga, sostenendo di essere a sua volta una vittima.

L’Italia, duole ammetterlo, sembra essere dalla parte di Ronaldo. La cosa mi sorprende? No. Mi delude? Sempre. Anche chi non si schiera apertamente dalla sua parte (come hanno fatto Yamamay e la Juventus in dichiarazioni francamente imbarazzanti) ha i suoi dubbi. Si hanno sempre dei dubbi quando una donna accusa un uomo, peggio ancora se famoso. Perché un’accusa non è una condanna e le possibilità che la donna sia un’approfittatrice in cerca di fama e soldi sono sempre alte.

Bene, sono d’accordo. Un’accusa non è una condanna. Ma affidare la propria opinione interamente al verdetto di un sistema giudiziario, nella società attuale, sapendo che questo non è dalla parte delle donne, è decisamente da ingenui. Basti pensare al caso Kavanaugh e alle decine di altri casi di uomini assolti. Basti pensare alle domande assurde che si fanno in tribunale a una donna vittima di stupro.

Il punto allora qual è? Che per una volta sarebbe bello leggere che l’opinione pubblica ha dei dubbi a proposito della veridicità della versione dell’accusato. Una sola volta. Mi piacerebbe che la testimonianza di una donna non fosse definita subito poco credibile. Mi piacerebbe che qualcuno provasse, come primo impulso, quello di credere a lei.

Attenzione, quello che voglio è ben diverso dal prendere come oro colato la parola di qualcuno solo perché è una donna: decidere a chi credere è una scelta assolutamente personale. Anche decidere che in aula i verdetti siano sempre giusti, attenti, dalla parte delle vittime, è una posizione che avete il diritto di prendere. Io, invece, continuerò a battermi perché le donne non si facciano scoraggiare dai vostri dubbi, dalle minacce, dagli insulti, dalle prese in giro, e continuino a farsi avanti, a parlare, a denunciare. Continuerò a battermi perché le loro testimonianze siano prese sul serio, continuerò a battermi perché l’assoluzione delle decine di migliaia di uomini colpevoli non rappresentino la giustizia.

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Melissa Vitiello

Melissa Vitiello

21 anni, tra Napoli e Istanbul. "Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita", diceva Sylvia Plath.

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