Incolpando il populismo non cambiamo niente

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In foto, il vicepresidente del Consiglio Luigi di Maio durante i festeggiamenti per l'approvazione del Def a Palazzo Chigi.

In foto, il vicepresidente del Consiglio Luigi di Maio durante i festeggiamenti per l’approvazione del Def a Palazzo Chigi

Il populismo non è l’oppio dei popoli per una questione di contraddizioni, ma è ugualmente antipatico.

Enrico Pazzi, giornalista dell’Huffington Post, tuonava qualche giorno fa: «Nell’ultimo ventennio questa nuova generazione iper-populista è stata cresciuta, pasciuta e addestrata a vedere complotti in ogni dove, a vedere lo Stato quale crogiuolo di inesplicabili e oscure trame di palazzo». Uno spettro si aggira per l’Europa; tutte le potenze del vecchio continente si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro.

Qualcosa che tutti conoscono ma che nessuno sa definire

Un po' mi affascinano e un po' mi preoccupano gli autori dei dizionari, imbarazzati nel dirci che una definizione di populismo non esiste

Un po’ mi affascinano e un po’ mi preoccupano gli autori dei dizionari, imbarazzati nel dirci che una definizione di populismo non esiste

Ma cos’è il populismo? Se lo chiedeva per La Stampa anche Paolo Magliocco: «Il governo che sta per nascere in Italia viene definito come populista dalla maggior parte degli osservatori italiani e stranieri. Populismo è un termine ormai entrato nel linguaggio politico, ma non ha una definizione precisa e unica». Pensate, era aprile!

Anche lui come me, qualche mese più tardi, ha controllato la definizione Treccani, la quale pomposamente afferma: «Atteggiamento ideologico che, sulla base di principi e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi». Mattia Zulianello, dell’Università di Firenze, sottolinea la «natura camaleontica» del populismo come una delle ragioni che rendono difficile la sua definizione e parla di una sua «ambiguità intrinseca».

Un po’ mi affascinano e un po’ mi preoccupano gli autori dei dizionari, imbarazzati nel dirci che una definizione non esiste: nel nostro discorso di oggi, se siete d’accordo, vorrei far intervenire un libro.

La strategia del gambero verde. Dissertazione attorno al concetto di populismo ideologico. Di Silvia Grossi

La copertina del libro La strategia del gambero verde, di Silvia Grossi

La copertina del libro La strategia del gambero verde, di Silvia Grossi

Recentemente ho assistito alla presentazione de La strategia del gambero verde di Silvia Grossi, che ha molto riflettuto sul termine e la sua accezione. La sua tesi è che il populismo non sia una croce rossa tracciata su questo governo, ma forse la parola da cui ripartire.

Grossi spiega che il populismo è nato con buone intenzioni e con una declinazione positiva, perché nasce essenzialmente dalla attenzione per le persone, e che esistono diversi tipi di populismo. L’autrice contrappone quello di massa e quello ideologico: il primo dà voce al popolo affinché costruisca il proprio spirito critico («Gli intellettuali sono chiamati ad aiutare i popoli a far emergere le loro esigenze»); il secondo è artificiale e studiato per ottenere consensi. Si tratta di un populismo basato sulla decoscientizzazione, (opposta alla coscientizzazione, di cui parleremo più avanti), una specie di pedagogia dei passi al contrario che prevede un abbassamento culturale («facile governare senza essere disturbati dalla cultura, il populismo nella sua ąccezione brutta lo fa»), una semplificazione delle situazioni, uno svuotamento dei valori.

Chi parla utilizza il linguaggio dei social, media privilegiato, ripetendo il registro comunicativo dell’io; utilizza termini come “attacco”, tipico di queste piattaforme («Una parola che piace perché evoca azione violenta ma non così violenta»); dipinge le istituzioni come entità sullo sfondo della scena, anziché come autorità. E così il discorso si sposta su un sistema di valori diverso. E ancora, attua una manipolazione legata alla reinvenzione della tradizione, ammiccando ad esempio a pulsioni neofasciste – forse, considera l’autrice, il problema del fascismo non si è mai risolto. Così si cambia la simbologia, o il significato condiviso: «non è così grave un riferimento a…» o «in fondo quando c’era lui…».

Qui Grossi si è fermata e ha guardato il pubblico, ragionando ad alta voce: «Per abbassare la cultura della popolazione devi abbassare la tua, e poi stabilire un dialogo abbassando il livello culturale della narrazione».

L’errore odierno: la demonizzazione del diverso

Nella vignetta, i movimenti politici di MoVimento 5 stelle e Lega rappresentati come il protagonista della favola Il pifferaio magico

Nella vignetta, i movimenti politici di MoVimento 5 stelle e Lega rappresentati come il protagonista della favola Il pifferaio magico

Ricapitolando: il populismo di per sé non è sbagliato, finché intende attenzione per gli elettori; è sbagliato portare i presunti valori di un gruppo di persone davanti ad altri; è sbagliato stabilire chi sia il popolo che ha i valori da salvaguardare; è sbagliato scrivere quei valori e affermare che sono condivisi quando invece sono slogan calati dall’alto. È così, parlando male, che si distorce la realtà, perché si descrive uno scenario che non esiste.

Si parla, per esempio, di un’invasione da cui il popolo dovrebbe essere protetto e si omettono cifre che smentiscono questa visione; si spiega che viviamo un’emergenza che in realtà non esiste e, intanto, i problemi veri vengono coperti da uno scenario dipinto da chi dovrebbe essere credibile. La paura dell’uomo nero, ricorda Grossi, è una decoscientizzazione attuata quando non si vuole parlare d’altro.


Veniamo indotti a credere che sia necessario reiterare alterità e costruire nemici, utilizzando l’argomento del «si è sempre fatto, ne abbiamo sempre parlato male, quindi ci devono essere dei motivi per cui sono esclusi».


Questo insieme di valori distorti, chiamato grossolanamente populismo, è stato creato per essere venduto a un partner abbastanza forte: Grossi intitola il libro La strategia del gambero verde per indicare il partito che, a suo dire, accoglie questo regredire nella storia e nella cultura. Il populismo consisterebbe quindi nella difesa del gruppo di valori dei più forti, di chi ha le possibilità di difendere i propri interessi. È allora, spiega, che vengono costruite le alterità: i rom, gli immigrati, i gay, categorie che iniziano a riempire i titoli delle notizie in mancanza di altri argomenti.

Veniamo indotti a credere che sia necessario reiterare alterità e costruire nemici, utilizzando l’argomento del «si è sempre fatto, ne abbiamo sempre parlato male, quindi ci devono essere dei motivi per cui sono esclusi». Urge un populismo sano che si opponga al populismo ideologico.

La risposta di Chomsky

In foto, filosofo e linguista Noam Chomsky, considerato il padre della linguistica moderna

In foto, filosofo e linguista Noam Chomsky, considerato il padre della linguistica moderna

Pochi giorni fa, un articolo dell’Huffington Post riportava la difesa del populismo di Noam Chomsky, storico e filosofo americano – nonché padre della linguistica moderna: «I partiti di centrodestra/centrosinistra si sono spostati a destra abbandonando in gran parte gli interessi della classe lavoratrice. Ciò ha portato alla rabbia, alla frustrazione, alla paura e al capro espiatorio. Poiché le cause reali sono nascoste nell’oscurità, deve essere colpa dei poveri non meritevoli delle minoranze etniche, degli immigrati o di altri settori vulnerabili. In tali circostanze le persone si arrampicano sugli specchi».

Se il populismo venisse riconosciuto come la difesa dei valori di un gruppo che è costituito da tante minoranze, la connotazione potrebbe essere traslata nuovamente al significato positivo: questo interesse nei confronti degli elettori potrebbe essere usato come un mezzo per fornire risorse a chi non ha la possibilità di difendersi. Ma come si può intervenire in tal senso?

Il processo di coscientizzazione

Silvia Grossi, la nostra autrice di riferimento, cita nel suo libro La pedagogia degli oppressi di Paulo Freire, un testo che invita alla coscientizzazione, alla presa di coscienza e alla presa di parola collettivamente gestita: «Il metodo Freire è un metodo di socializzazione, di dialogo, di risveglio delle classi più povere, in modo da farle entrare operativamente, costruttivamente nella cultura: nell’uso della cultura e nella sua produzione. In questi soggetti umili e deboli e nelle società che essi abitano bisogna cancellare la “paura della libertà” e dar vita a soggetti radicali, che sono impegnati nella “liberazione degli uomini” e che vogliono trasformare la realtà sociale dell’oppressione; che stanno vicino al popolo, tramite un “dialogo con lui”, “si impegnano” con gli oppressi per “lottare con loro”».

In foto, un'illustrazione che ritrae Paulo Freire

In foto, un’illustrazione che ritrae Paulo Freire

Può questo oggi essere ancora valido? Sì, nonostante La Pedadogia degli oppressi sia un testo del 1971.

Da allora sono cambiate molte cose e molti termini si sono aggiunti al nostro vocabolario: globalizzazione, multiculturalismo, nuove forme di parentela e di genere, diario generazionale, processi migratori, nuovi esclusi e disincanto. «Gli oppressi, invece di lottare per la liberazione, tendono a diventare essi stessi degli oppressori. Non hanno coscienza di loro stessi come persone o membri di una classe oppressa. Se per una persona essere nel mondo del lavoro significa essere totalmente dipendenti, insicuri e permanentemente minacciati – se il loro lavoro non appartiene a loro – la persona non può essere soddisfatta. Il lavoro che non è libero cessa di essere una ricerca soddisfacente e diventa un mezzo efficace di disumanizzazione. I leader rivoluzionari scientifici e umanisti, d’altra parte, non possono credere nel mito dell’ignoranza del popolo. La rivoluzione culturale si sviluppa grazie al dialogo permanente tra leader e persone e consolida la partecipazione del popolo al potere. Solo nell’incontro delle persone con i leader rivoluzionari – nella loro comunione, nella loro prassi – questa teoria può essere costruita».

Freire spinge alla coscientizzazione, cioè a dar voce al popolo, assicurarci che ci siano diritti per tutti per far intervenire anche le minoranze nel dibattito.


Se per una persona essere nel mondo del lavoro significa essere totalmente dipendenti, insicuri e permanentemente minacciati – se il loro lavoro non appartiene a loro – la persona non può essere soddisfatta. Il lavoro che non è libero cessa di essere una ricerca soddisfacente e diventa un mezzo efficace di disumanizzazione.


Da dove partire e dove arrivare

Ne parlavamo già tempo fa, in politica come tra i comuni mortali c’è molta ostilità: abbiamo il compito di ripulire le parole che usiamo dai pregiudizi e dalle esclusioni; quanto può aiutare classificare gli altri in populisti o meno se siamo tutti nella stessa situazione?

Questi autori insistono nel dirci questo: non esiste una fonte dei problemi, una definizione semplice. E il problema non è il populismo, ma come viene usato. Il problema siamo noi quando crediamo che l’origine dei nostri mali stia in un gruppo di persone (fossero queste anche solo coloro che votano altro da noi) e ci accontentiamo di definizioni semplici. Grossi, Freire, Chomsky insistono nel dire che dovremmo andare oltre e cercare invece un dialogo.

Forse si può partire dal linguaggio per cercare una comunicazione nuova e di andare oltre la siepe: sta a noi ribellarci alla mentalità che crea etichette per farci sentire più al sicuro. Conclude Freire, bisogna «to simply think about the people, as the dominators do, without any self-giving in that thought, to fail to think with the people, is a sure way to cease being revolutionary leaders».

About author

Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Mi piace ascoltare racconti e viaggiare in treno, e questo è la causa di tutto: perché mi tocca leggere abbastanza da dover porre ad altri le domande che restano, e a volte trascrivo quello che ne scaturisce. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda, studio a Milano e al momento lavoro per una casa editrice. Tra John e Paul preferisco Macca.

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