L'Euforia come principio della vita (e del cinema) [ANTEPRIMA]

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Dettaglio del poster di Euforia, film di Valeria Golino

Dettaglio del poster di Euforia, film di Valeria Golino

Se c’è qualcosa che apprezzo nella pratica filmica, da rea confessa amante dello studio, è la possibilità di rivedervi, o meglio riconoscervi, le teorie di chi il cinema l’ha analizzato e sviscerato. Mi piace, quindi, scoprire che è possibile riportare quelle idee – di profonda bellezza – alle immagini, come in un ciclo potenzialmente infinito, in cui pratica e teoria si influenzano reciprocamente. In cui, di conseguenza, non sono solo i teorici a dimostrare di conoscere bene il lavoro dei registi, ma sono anche quest’ultimi a dar prova, mettendola in scena, di averne appreso la lezione. Non sempre queste corrispondenze sono volute, ma mi piace sperarlo e non farò eccezione per Euforia, il secondo e più recente lavoro di Valeria Golino.

Il cinema (ha scritto qualcuno) è un campo di continua negoziazione tra diverse istanze contrastanti: visibile e non visibile, soggettivà e obiettiva, coinvolgimento e distacco e via discorrendo. Il cinema, in altre parole, vede la sua figura retorica privilegiata nell’ossimoro e anche Golino pare apprezzare questo espediente retorico. Lo dimostra dirigendo una storia fatta di contraddizioni, che vivono ora nei personaggi, ora tra i personaggi, ora invece nelle loro decisioni e (re)azioni. Vivono perfino nel titolo stesso del film, ma in ognuno di questi casi immagine e narrazione riescono sempre a portare a termine il lavoro di mediazione tra gli estremi, ottenendo indefinite e delicate sfumature, invece che nette dualità.

In Euforia, due attori diversi per protagonisti antitetici

In foto, Valerio Mastandrea e Riccardo Scamarcio sul set di Euforia, di Valeria Golino. Foto di Andrea Pirrello

In foto, Valerio Mastandrea e Riccardo Scamarcio sul set di Euforia, di Valeria Golino. Foto di Andrea Pirrello

«Scamarcio consuma energia e Mastandrea la assorbe, è come avere un motore acceso all’interno di una scena». Così la regista descrive la prima “strana coppia” riconoscibile nel film: quella dei due attori protagonisti, talenti molto diversi tra loro, scelti per interpretare personaggi altrettanto antitetici. Si tratta di due fratelli, l’indubbiamente euforico Matteo e il burbero Ettore. Il secondo ha un tumore al cervello, ma non lo sa; non perché non vi sia stata diagnosi, ma perché a parlare coi medici, i migliori, è il facoltoso fratello minore, che – un po’ per ottimismo e un po’ per illudersi – decide di tenere all’oscuro il maggiore dei due sull’effettiva gravità della sua condizione e sulle sue reali aspettative di vita.

Ecco, quindi, il paradosso: Ettore, che è malato, è l’unico a non partecipare appieno alla propria malattia. O almeno così pare, perché è lo stesso Mastandrea ad ammettere in conferenza stampa che, secondo la propria interpetazione, Ettore è in realtà perfettamente cosciente del fatto di avere un grave tumore. Un po’ si diverte, però, sottilmente e sotterraneamente, a essere spettatore della messa in scena costruita dal fratello, nel tentativo di tenerlo all’oscuro. È al buio, d’altra parte, che sta il pubblico al cinema!


Ettore trasforma allora la sua esperienza in cinema, per viverla con quel misto di distanza e coinvolgimento che è proprio di quest’arte.


Mi concedo, a tal proposito, una piccola anticipazione: durante una delle prime scene del film, la madre dei due protagonisti racconta agli amici di Matteo di quando i figli ballavano su un motivetto da lei fischiato, imitando Stanlio e Ollio. Matteo vorrebbe che il fratello tornasse, di fronte al pubblico di ospiti, a imitare la coreografia, ma Ettore non vuole. Dice di non ricordare come si fa, mentendo. A svelare la bugia è il fatto che, qualche sequenza più in là, durante un ricovero in ospedale, l’uomo si faccia cogliere dal fratello minore con le mani nel sacco. Anzi, con gli occhi nello schermo, intento a guardare proprio un film di Stanlio e Ollio e a ballare di nuovo insieme a loro. È qui, allora, che verosimilmente potremmo individuare il momento in cui Ettore accetta di stare al gioco, di prendere parte al teatrino; in cui capisce di essere un malato terminale, ma decide di voler comunque rimanere seduto, per guardare il film diretto da Matteo fino alla fine e, al contempo, prendervi parte. Ettore trasforma allora la sua esperienza in cinema, per viverla con quel misto di distanza e coinvolgimento che è proprio di quest’arte.

L’euforia regola la complessità della vita (e del cinema)

In foto, la regista Valeria Golino e il direttore della fotografia Gergely Pohárnok sul set di Euforia

In foto, la regista Valeria Golino e il direttore della fotografia Gergely Pohárnok sul set di Euforia

I contrasti che emergono dal film, però, non si limitano alla caratterizzazione dei due protagonisti. Anticipavo prima che uno di questi sta proprio nel titolo. Spiega Golino: «Si definisce “euforia” quella sensazione bella e pericolosa che coglie i subacquei quando si trovano a grandi profondità e si sentono felici e liberi. Si tratta però di una sensazione a cui deve seguire subito la decisione della risalita, prima che sia troppo tardi, prima di perdersi per sempre negli abissi».

In questa definizione sta il principio di tutti i contrasti di Euforia: non netti bianchi e neri, ma ricche scale di grigi, sfumature che implicano anche un’estrema complessitàincertezza, che si rispecchia perfino nei registri di scrittura e messa in scena. Risulta infatti difficile dare una definizione di genere a Euforia, che al dramma alterna la commedia senza alcuna forzatura. Ancora, come pure Golino ammette in conferenza, è la regia che coscientemente decide di mitigare la spinta ricercatezza dell’immagine (si pensi a Miele) con delle scelte più canoniche. Una mediazione, anche questa, a mio avviso perfettamente riuscita, perché le necessità drammaturgiche non privano comunque la composizione e l’illuminazione di un certo gusto estetico.

Tante sono le domande che la storia spinge a porci: è giusto non informare Ettore? Matteo si comporta da generoso o narcisista? Si può danneggiare qualcuno, pur agendo nei suoi interessi? Non bisogna, però, aspettarsi risposte, perché né il film né la vita possono fornircele. Quello che invece possiamo imparare, stando nella nostra comoda poltrona in sala, è il principio della mediazione. Così come, l’ho ricordato prima, il cinema impara a sbiadire i contorni e a trovare compromessi, anche alla vita andrebbe applicato lo stesso principio. Anche nel quotidiano, quindi, dovremmo imparare a capire che non tutte le belle sensazioni sono prive di rischi, che non sempre ciò che sembra poi è e che, spesso, ciò che al nostro sguardo appare come singolarità può invece nascondere una moltitudine (di significati, di ragioni, di spinte).

Per chi ha voglia di interrogarsi, Euforia è al cinema dal 25 ottobre. Un film che ha tanto da insegnare, senza la pretesa di farlo, e che vale la pena vedere in sala.

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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