Il bene mio: dobbiamo ricordare chi siamo e da dove veniamo

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In foto, Sergio Rubini nei panni di Elia, nel film Il bene mio, di Pippo Mezzapesa

In foto, Sergio Rubini nei panni di Elia, nel film Il bene mio, di Pippo Mezzapesa

Dopo Il paese delle spose infelici, arriva al cinema Il bene mio, diretto dal regista Pippo Mezzapesa. Presentato come evento speciale fuori concorso presso la 15° Edizione delle Giornate Degli Autori e durante la 75° Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, Il bene mio è stato prodotto grazie a Rai Cinema e Altre Storie.

Le vicende di Elia, ambientate nella sua piccola città, chiamata non a caso Provvidenza, sono animate da un cast perfetto a partire dal suo mattatore, Sergio Rubini. Il soggetto e la sceneggiatura sono stati scritti da Antonella Gaeta, Massimo De Angelis e Pippo Mezzapesa stesso.

Il paese di Provvidenza, purtroppo, è lo specchio di quella parte della nostra Italia che, distrutta da forti terremoti, è destinata a esistere come cimitero di ricordi e affetti persi tragicamente. Elia è l’unico abitante a popolarlo e, come si evince sin dall’inizio di questa storia commovente, sopravvive a un tempo che deteriora le mura di Provvidenza e l’animo dei vecchi abitanti, intenzionati a dimentare tutto quello che di buono c’è stato in quelle stradine fatiscenti, ridotte a crepe e cumuli di sporcizia e macerie, per sopravvivere.

In foto, Sergio Rubini e Dino Abbrescia nel film Il bene mio, di Pippo Mezzapesa

In foto, Sergio Rubini e Dino Abbrescia nel film Il bene mio, di Pippo Mezzapesa

Nonostante tutte le avversità del caso, Elia vive giornate piene. I giorni sono scanditi dall’amico Gesualdo (Dino Abbrescia), che vorrebbe aiutarlo ad aprirsi al futuro e a liberarsi dalla ricerca di utensili di ogni tipo ormai in disuso, come disegni e occhiali appartenuti a qualcun altro. Il protagonista è un personaggio deteriorato fisicamente e psicologicamente, ma produttivo, che rievoca tanti fantasmi: quello della moglie Maria, morta a causa del terremoto, ma anche delle strade, un tempo ricche di rumori, di clacson, di bambini e persone indaffarate. Insomma, eovca il cuore di un paese disintegrato.

Quando perfino il sindaco gli intima di abbandonare Provvidenza, l’uomo sembra convinto ad arrendersi, ma qualcosa scombussola la sua disperata quotidianità. Come una luce, una donna misteriosa lo sprona a preservare qualcosa di sacro: la coscienza.


Voi non potete capire com’era bella Provvidenza. Lì dietro c’era il bar Jolly. È lì che l’ho incontrata la prima volta. Maria diceva che a Provvidenza non sarebbe mai successe niente. C’aveva torto.


Il bene mio è la storia di una tragedia che, tra visione immaginata e realtà, ci accompagna in un cammino di riflessione. Quella di Provvidenza è una memoria che, come ha dichiarato Sergio Rubini, «ha bisogno di essere recuperata». Pippo Mezzapesa, tra sguardi colmi di malinconia e una macchina da presa in costante movimento sui dettagli di una terra ferma, apparentemente morta, ci consiglia di essere sempre vitali e non fuggire dagli avvenimenti, specie dall’eco di una vita passata.

Il bene mio vuole ricordarci che non può esistere un futuro, una prospettiva o una progressione, senza salvaguardare il proprio passato. La dolcezza e l’estetica di un luogo non sono poi esclusivamente quelle che intendiamo oggi sul web,  dove le app friendly riducono i nostri paesaggi a cartoline perfette, ben saturate e ricche di hashtag. Dirigere film che parlano della bellezza del nostro Paese, come espresso anche dal regista stesso in conferenza stampa, è un lavoro attualmente complesso, perché si sta perdendo l’idea di un’estetica innocente, che consiste soprattutto in quella particolare bellezza che solo il primo sguardo sa cogliere. È necessario fermarsi a pensare, quindi, che fotografare la nostra vita significa anche contemplarla, ricordarla e allora forse esprimerla.

Dobbiamo prenderci cura di quello che il tempo e l’abbandono inevitabilmente distruggono. Dovremmo farlo con risolutezza e amore, sempre.

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Silvia Pompi

Silvia Pompi

Nasce a Roma negli anni '90 in un giorno di primavera all'ora del caffè post-abbuffata. Cresce in compagnia di Kinder Cereali, pizzette rosse, succhi di pera, il cane Wendy e le VHS horror. La Casa di Sam Raimi sarà la principale causa della sua infatuazione per il cinema. All'università si specializza in Cinema e produzione multimediale. Durante i cinque anni accademici diventa una web radio speaker. Crede fermamente nelle avventure e in quella vocina che tutti chiamano coscienza, ma che lei chiama volontà. "Yes, I can do it".

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