L’Indie Pride raccontato da chi non ascolta l’indie

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In foto, Antonia Peressoni, presidente dell'associazione Indie Pride © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

In foto, Antonia Peressoni, presidente dell’associazione Indie Pride © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

A volte la vita ti mette davanti delle sfide. Ad esempio ascoltare ore di un concerto indie restando concentrata.

L’indie è a chilometri di distanza dalla mia comfort zone musicale. Io e la mia boss, Lucia Liberti, co-fondatrice di Parte del discorso, abbiamo deciso di fare un esperimento: andare insieme all’Indie Pride, lei come fotografa e io come infiltrata, perché non conoscevo nemmeno uno degli artisti della serata.

Conoscevo solamente Willie Peyote, che però non era presente in veste di cantante ma di co-presentatore. Però devo dire che come presentatore si è solo presentato all’evento, consapevole di essere all’Indie Pride per “panza e presenza”, e ha lasciato fare i compiti a Honeybird, favolosamente vestita ora con la bandiera bisex, ora con indosso la rainbow flag a mo’ di mantello.

Bisogna specificare infatti che l’Indie Pride da sette anni è schierato contro omotransfobia, bullismo e sessismo. Proprio perché abbiamo bisogno di persone che prendono posizione, tutti gli artisti che si sono esibiti al concerto hanno firmato la carta d’intenti dell’Indie Pride lasciando lo stampo di un bel bacio col rossetto. Abbiamo firmato la carta anche noi di Parte del discorso e tutti i baci sono stati raccolti nel video promozionale.


Disclaimer: tutte le opinioni e i commenti sotto riportati sono scritti da una persona che non sa letteralmente di cosa sta parlando. Quindi, da un lato non prendetemi troppo sul serio, dall’altro apprezzate la sincerità e la purezza delle mie impressioni su artisti indie che non avevo nemmeno mai sentito nominare.


Ad aprire il concerto i torinesi MarshMallow, un gruppo di bambini emozionatissimi tra i nove e gli undici anni. Il mio preferito è il chitarrista, che ha suonato e cantato tutto il tempo con un lecca lecca in bocca come i veri duri. La sigaretta ai concerti è definitivamente superata, fa male e puzza. MarshMallow da prendere a esempio!

Sale sul palco il frontman dei Pinguini Tattici Nucleari, Riccardo Zanotti, che la mia boss definisce “di una chiavabilità allucinante”. Con la semplicità di una chitarra acustica e un sorriso da bambino, fa venir voglia di sorridere con lui anche quando parla di malinconia e cinismo, soprattutto perché lo fa con ironia. Ho cominciato a pensare che forse potevo farcela a resistere. Poi un altro membro dei Pinguini Tattici Nucleari, Elio Biffi, si è unito a Zanotti. È stato bravissimo, ma non era né un pinguino, né tattico, né nucleare e la cosa mi ha delusa non poco.

Un breve intermezzo lascia la parola al gruppo MigraBo LGBTI per ricordarci che comunque siamo tutti antirazzisti. Parla un’ambasciatrice delle discriminazioni: una donna, nera, lesbica. L’associazione si propone di assistere le persone immigrate nel processo di integrazione nella comunità italiana e in quella LGBT+. Per fortuna questi intermezzi pride hanno alleggerito la parte indie dell’Indie Pride, che riparte subito dopo.

Primo impatto con I’m not a blonde: “Se la loro musica è come il loro look, non la capirò”. Devo dire che invece mi sono piaciuti. Non ho capito nemmeno il senso del nome e non ho capito i testi perché erano in inglese e non mi sono concentrata (era la scusa perfetta per non dovermi sforzare di interpretare i cieli plumbei e le VHS come metafora del disagio esistenziale). Però, sì, non solo mi sono piaciuti ma li riascolterei anche. Ecco, l’ho detto.

Ospiti anche i ragazzi di Mediterranea e il gruppo trans di Bologna. Ne sono stati portavoce un ragazzo e una ragazza trans giovanissimi, che hanno risposto ad alcune delle “domande scomode” più comuni da non fare alle persone non-cis.

Arriva una ragazza rossa, che indossa un vestito sformato con una fantasia di animali vari e comincia a cantare. È Verano: quasi troppo indie per essere vera (semicit. da Mean Girls). Però è talmente dolce che mi sentirei in colpa se descrivessi veramente quanto mi sono annoiata. Si unisce a lei il suo produttore Colapesce e anche su di lui non posso dire niente, perché piace molto alla mia boss e il capo ha sempre ragione. Però sicuramente l’introduzione che gli ha dedicato Verano, che lo ha descritto come il “miglior cantautore degli ultimi 200 anni”, aveva alzato un filo troppo le mie aspettative subito prima che Colapesce cominciasse a suonare.

Io e la tigre credevo fosse un altro nome indie di cui non avrei capito il senso, invece tutto è stato più chiaro quando effettivamente sono venute fuori due ragazze: la cantante e la batterista con la maschera da tigre. Ecco, semplice, Io e la tigre, due persone come suggeriva il nome. La cantante era molto simpatica, quindi spero che per questa storia del nome facile da capire non vengano bannate dalla lobby del panorama indie.

Dopo vedo Elio, il ragazzetto di Call me by your name interpretato da Timothée Chalamet, ma mi spiegano che quello in realtà è un membro de I botanici, che però non sono botanici ma musicisti. I botanici hanno portato un po’ di varietà musicale alla serata. Ci hanno fatto passare al genere che si canta in fondo agli autobus alle gite di terza media. Lucia dice che è emo pop. Per me è autobus-di-terza-media, ma siamo lì.

Partono urletti delle fan quando sale sul palco Cimini. Lui risponde “Ciao”. Un amico mi spiega che “Ciao” è il suo modo di dire “Sì, lo so che sono figo, ma non mettetemi in imbarazzo”. Lì ho capito che Cimini è il Timberlake dell’indie italiano.

La tipa con la tigre e quelli col pollice verde si sono uniti all’indie-Justin in un’orgia musicale che ha cominciato a fare impazzire tutto il TPO, il centro sociale che ha ospitato l’Indie Pride, nel frattempo andato sold out. Ha cominciato a pogare anche la ragazza dietro di me che aveva una maglietta di velluto, ma come fa a non evaporare dal caldo?!

Per ultimi si sono esibiti gli A Toys Orchestra. Vi dirò, non ho ancora capito se la chitarra con la scritta “Love is love” sia abbastanza per perdonare la bruttezza del doppio cappello del chitarrista. Hanno suonato troppo. Molto più di tutti gli altri. Mi sono annoiata tantissimo mentre la gente pogava sempre con più passione. Quella dietro di me ha tolto lo strato in velluto e sotto aveva un top (ma cosa aspettavi a cambiarti, che ci sono settanta gradi?!). Un’altra ragazza si è tolta la maglietta e l’ha lanciata sul palco. Quanto a me, se avessi avuto le palle, avrebbero dovuto pagare un biglietto a parte. È stata più che noia, è stata speranza che ogni canzone fosse l’ultima. Al milleduesimo brano sono stata esaudita.

Come concludere la seratona se non con un DJ set? “Finalmente ci rilassiamo”, non riesco a concludere il pensiero che parte Sono così indie dello Stato Sociale. Io, che non sono così indie, sono tornata a casa con i MarshMallow nel cuore, voglia di gelato e un solo pensiero: “Il massimo che ascolto domani sarà El Tipitipitero”.

About author

Milena Vesco

Milena Vesco

Nata ad Alcamo, in Sicilia. Ha preso molto sul serio il fatto che "in principio era il Verbo" e adesso studia Comunicazione a Bologna. Ambisce ad ottenere il Guinness World Record per il maggior numero di collant sfilati, ma il suo obiettivo principale è diventare ogni giorno se stessa.

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