Kavanaugh-Ford: due vite, due punti di vista

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In foto, il giudice a vita presso la corte Suprema degli Stati Uniti d’America Brett Kavanaugh

In foto, il giudice a vita presso la corte Suprema degli Stati Uniti d’America Brett Kavanaugh

Il 6 ottobre 2018 il giudice repubblicano Brett Kavanaugh viene confermato giudice a vita presso la corte Suprema degli Stati Uniti d’America. La sua nomina desta non poco scalpore a causa del noto processo davanti al comitato giudiziario del Senato, a cui è stato sottoposto nelle due settimane appena precedenti la sua conferma.

Christine Blasey Ford, professoressa di Psicologia alla Palo Alto University e ricercatrice alla Stanford University School of Medicine, quando apprende la scelta del presidente Trump di inserire nella lista di nomi di plausibili giudici della corte Suprema quello di Kavanaugh decide di farsi avanti e di raccontare la sua storia, una storia che mette in discussione la credibilità del giudice e il suo futuro come membro della Corte Suprema americana.

Inizialmente la Ford si rivolge a un giornale mantenendo l’anonimato, presentando dei documenti della propria terapista che affermavano la presenza di un disturbo da stress post-traumatico della vittima di tentata violenza sessuale. Questi documenti però vengono usati dai democratici contro la nomina del repubblicano Kavanaugh: a questo punto Christine Blasey Ford decide di farsi avanti dando un nome e un volto a queste accuse, terribilmente pericolose.


Questo processo si conclude con la conferma del giudice Kavanaugh con 50 voti a favore e 48 “no”, un verdetto mai visto prima nella storia americana.


Il processo vede il confronto delle due testimonianze, faccia a faccia: da un lato il giudice Brett Kavanaugh, che si gioca letteralmente la carriera, il nome, la dignità e la credibilità; dall’altro la dottoressa Ford, che con coraggio racconta per la prima volta pubblicamente un fatto che le ha cambiato la vita per sempre.

La donna ripercorre i dettagli di quella notte, quando nel 1982 durante una festa con i compagni del liceo fu chiusa in una stanza da Brett Kavanaugh e un suo amico (Mark Judge) e il primo – visibilmente ubriaco – tentò di violentarla, traumatizzandola talmente tanto da tenere il fatto nascosto per decenni.

Questo processo si conclude con la conferma del giudice Kavanaugh con 50 voti a favore e 48 “no”, un verdetto mai visto prima nella storia americana. Un processo lungo, in cui fu avanzata da alcuni senatori la richiesta di aspettare a dare un verdetto finale per poter dare tempo all’FBI di indagare sul fatto. Il tempo che l’FBI ha avuto a disposizione è stato di un massimo di sette giorni, troppo poco per riuscire ad avere la certezza totale della veridicità o meno delle accuse avanzate dalla Ford.

In foto, la professoressa di Psicologia alla Palo Alto University e ricercatrice alla Stanford University School of Medicin Christine Blasey Ford

In foto, la professoressa di Psicologia alla Palo Alto University e ricercatrice alla Stanford University School of Medicin Christine Blasey Ford

Le conclusioni delle indagini non sono state rese note, ma è trapelato dalla stampa americana che ciò è dovuto all’impossibilità da parte delle investigazioni di confermare l’attendibilità delle accuse della professoressa nei confronti del giudice Kavanaugh, per il fatto accaduto nel 1982.

Insomma, nessuno è in grado di poter confermare che le accuse di Christine Blasey Ford siano vere, nonostante la sua testimonianza abbia sconvolto entrambe le parti politiche della commissione giudiziaria, del Senato e degli interi Stati Uniti. Non ci sono prove, non ci sono terze testimonianze che effettivamente confermino la versione di Ford se non le sue stesse parole.

Parole che però si scontrano contro altrettante parole: quelle di Brett Kavanaugh, che giura – come ha giurato Ford – davanti a tutta l’America di non aver mai tentato di violentare la donna nel 1982, di non essere mai stato in quella stanza con lei e che le sue accuse erano totalmente false.

Inevitabile è una presa di posizione empatica, difficile ed emotiva nei confronti di questo caso e delle persone coinvolte. Da una parte abbiamo Christine Blasey Ford, una donna di 51 anni, una professoressa e ricercatrice di fama rispettabile, che non avrebbe nessun motivo ad avanzare delle accuse così gravi se non fossero vere. Una donna che non cerca visibilità, perché non ne ha bisogno, ma che cerca solo di dire la verità e di evitare che un giudice che potrebbe compromettere l’integrità dei diritti delle donne diventi membro della Corte Suprema. Dall’altra parte abbiamo Brett Kavanaugh, un uomo, un giudice repubblicano, la cui dignità, credibilità e interezza, il cui nome viene totalmente messo in discussione, viene infangato da delle accuse che – fino a prova contraria – potrebbero potenzialmente non essere vere. Un uomo che si commuove davanti alla Commissione mentre cerca di difendersi, sapendo che al di fuori di quei palazzi delle manifestazioni prendevano luogo contro di lui.

Ora Kavanugh è stato confermato membro della Corte Suprema, ma il suo nome nell’immaginario collettivo rimarrà macchiato per sempre. Allo stesso tempo la stampa americana dichiara che la Ford sta ricevendo minacce di morte, in seguito alla sua testimonianza. In un modo o nell’altro due vite sono state segnate, in modi completamente diversi.

Ma che cosa si sarebbe potuto fare per evitare un caso di una così clamorosa portata?


Un uomo o una donna devono sempre essere ritenuti innocenti fino a prova contraria. Il problema è che Brett Kavanaugh non è stato giudicato colpevole, ma nemmeno innocente.


Il Presidente Donald Trump avrebbe potuto ritirare la nomina di Kavanaugh e sostituirlo (date le circostanze), si sarebbe potuto investigare con maggior minuzia per dare una verità definitiva a questo dibattito che è rimasto sospeso nell’aria, senza concretezza.

L’opinione pubblica americana si è espressa sulla vicenda più e più volte, soprattutto le donne – tra le quali anche vittime di abusi sessuali – che si dimostrano seriamente preoccupate che i loro diritti e che le loro vite siano stati messi nell’angolo, favoreggiando invece la nomina di un presunto stupratore.

Durante la cerimonia del giuramento alla Corte suprema il Presidente Donald Trump si è scusato con Brett Kavanaugh a nome di tutta l’America (forse ignaro di ciò che accadeva al di fuori), dicendo: “un uomo o una donna devono sempre essere ritenuti innocenti fino a prova contraria, a meno che non vengano giudicati colpevoli”. Il problema, signor Presidente, è che Brett Kavanaugh non è stato giudicato colpevole, ma nemmeno innocente.

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Eleonora Pasetti

Eleonora Pasetti

Classe '96, laureata in Comunicazione e Società ed iscritta alla magistrale in Scienze Politiche e di Governo. Credo fermamente nell'arte della scrittura e dell'informazione, per questo il mio più grande sogno è quello di diventare giornalista, possibilmente di politica e società perché al giorno d'oggi noi giovani prestiamo troppa poca attenzione al mondo che ci circonda.

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