Il genio di Marina Abramović in mostra a Palazzo Strozzi

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Dettaglio di Artist Portrait with a Candle, ritratto di Marina Abramovic scelto per la locandina della mostra The Cleaner, ospitata da Palazzo Strozzi, Firenze

Dettaglio di Artist Portrait with a Candle, ritratto di Marina Abramovic scelto per la locandina della mostra The Cleaner, ospitata da Palazzo Strozzi, Firenze

Ancorata a un classicismo lineare e pulito, non ho mai accettato i canoni proposti da Marina Abramović. Ho quasi sempre rifiutato ogni modello che sconvolgeva e ridefiniva concetti e idee nell’arte ai quali, da una vita, mi aggrappo come fossero pilastri di un tempio colossale.

Ci vuole coraggio ad annientare pregiudizi. Per comprendere e accettare il diverso devi essere onesto con te stesso e pronto a trasformare un corpo irrigidito da preconcetti in un foglio di carta bianca, sul quale riscrivere le tue sensazioni e le tue emozioni dopo averle elaborate.

Marina Abramović: ristabilire l’ordine dei pensieri

Marina Abramović. The Cleaner. Ingresso Strozzina, Palazzo Strozzi, Firenze. Foto di Ylenia Del Giudice

Marina Abramović. The Cleaner. Ingresso Strozzina, Palazzo Strozzi, Firenze. Foto di Ylenia Del Giudice

Di questa donna e del suo genio avevo appreso volontariamente poche informazioni. Decisamente fuori dai canoni, spavalda, irriverente, con una storia d’amore che nessuno potrebbe davvero comprendere. Una donna con la propensione all’autolesionismo e al nudo in pubblico. Avevo appreso dunque le cose superficiali e sbagliate, quelle che ci si aspetta di apprendere o dedurre da chi ignora, immagino.

Cancellare tutto ciò è stata forse la cosa migliore che potessi fare prima di attraversare le porte di Palazzo Strozzi. La sensazione provata è stata quella di nullità. Avevo permesso al mio orgoglio e alla mia testardaggine e alla mia curiosità di prendere una strada diversa dal solito, perdendo così moltissimo di Marina Abramović e del suo essere e fare arte.

Marina Abramović: la performance che stupisce ancora

Mi sono aggrappata di nuovo a una linea pittorica, a quel tratto sprovvisto di uno studio rinascimentale alle spalle. Il mio occhio cercava l'errore come a voler giustificare l'indelicata e fuori luogo ignoranza che continuavo a dimostrare nei confronti di Marina Abramović.

Mi sono aggrappata di nuovo a una linea pittorica, a quel tratto sprovvisto di uno studio rinascimentale alle spalle. Il mio occhio cercava l’errore come a voler giustificare l’indelicata e fuori luogo ignoranza che continuavo a dimostrare nei confronti di Marina Abramović.

Un calendario che scandisce il tempo di ogni re-performance è già una dichiarazione di intenti di ogni fruitore, anche se lui non lo sa. Volere una specifica cosa, lamentarsi della sua assenza. Forse è un modo per escludersi dall’arricchimento culturale, chissà. Scegliere di cosa cibarsi è corretto; avere la pretesa, forse, un po’ meno.

Come un foglio di carta da riscrivere sono scesa nella Strozzina, al piano inferiore di Palazzo Strozzi. Foto, qualche dipinto. Mi sono aggrappata di nuovo a una linea pittorica, a quel tratto sprovvisto di uno studio rinascimentale alle spalle. Il mio occhio cercava l’errore come a voler giustificare l’indelicata e fuori luogo ignoranza che continuavo a dimostrare. Voltando le spalle alla sala con i pochi dipinti nei quali Marina Abramović si è cimentata, sento dei tamburi con ritmi sempre più calzanti. Mi volto ancora e cerco di dare un senso, di trovare un collegamento.


Utilizzare il proprio corpo come tela, inciderlo e martoriarlo per comunicare qualcosa.


Fotografie che illustrano lo sviluppo di una sua performance in una stella a cinque punte che brucia, un corpo nel mezzo. Approfondisco, leggo le informazioni. Si è tagliata i capelli, le unghie e li ha lanciati nella traccia creata per la stella alla quale aveva dato fuoco. Ha volontariamente bruciato parti di sé, lasciandosi coinvolgere consapevolmente. Fino a che l’ossigeno non è finito, fino a quando non è svenuta. Fino a quando la gamba non ha preso fuoco; solo e soltanto in quel momento, quel pubblico composto di fruitori curiosi e storditi e increduli si è ridestato dal torpore mentale ed è intervenuto per spegnere le fiamme.

Più di tutte è stata la consapevolezza del gesto e del suo significato a turbarmi. Un po’ come scegliere volontariamente di lanciarsi nel vuoto: utilizzare il proprio corpo come tela, inciderlo e martoriarlo per comunicare qualcosa.

Marina Abramović: la coazione a ripetere si tocca su mano

Rhythm 10, esposizione fotografica di Marina Abramović. The Cleaner, la mostra ospitata da Palazzo Strozzi, Firenze. Foto di Ylenia Del Giudice

Rhythm 10, esposizione fotografica di Marina Abramović. The Cleaner, la mostra ospitata da Palazzo Strozzi, Firenze. Foto di Ylenia Del Giudice

Quel tamburo non era un tamburo, era la punta di un coltello che ritmicamente sfiorava, mancava, penetrava la carne della mano di Marina Abramović. Proprio sul lato opposto alla stella, una serie di foto documentavano la performance Rhythm 10. Un foglio bianco, venti coltelli di varie dimensioni e due registratori. A ogni taglio casuale avviene il cambio del coltello. Venti coltelli che creano venti ritmi differenti.

Riascolta la prima registrazione, riposiziona tutto e ripete la prima parte, tagliando negli stessi punti, con la stessa velocità, con lo stesso coltello.


In this performance the mistakes of time past and the time present are synchronized.


Passato e presente sullo stesso piano. Consapevole del dolore della sua azione rimette in atto lo stesso meccanismo, per poi andare via. Ho cercato una motivazione, non l’ho trovata. Ero pietrificata davanti a una donna coraggiosa e forse troppo temeraria. Conosce i suoi limiti o li ignora? Mi sono sentita mancare il fiato. Perché fare questo? Perché ripetere tutto? Non bastava aver sofferto una volta? Melissa Vitiello parlava proprio di questo.

No, non bastava di certo. Non era un semplice gioco questo. La risposta alle molteplici domande le ho trovate nel suo Manifesto, presente su una parete chiarificatrice.

L’artista dovrebbe soffrire
Dalla sofferenza scaturiscono
i lavori migliori
La sofferenza porta trasformazioni
Attraverso la sofferenza l’artista
trascende il proprio spirito
Attraverso la sofferenza l’artista
trascende il proprio spirito
Attraverso la sofferenza l’artista
trascende il proprio spirito

Marina Abramović: spiritualità, dolore e solitudine

Pannello integrativo della re-performance Luminosity, prezzo Palazzo Strozzi, che ospita la mostra Marina Abramovic. The Cleaner. Foto di Ylenia Del Giudice

Pannello integrativo della re-performance Luminosity, prezzo Palazzo Strozzi, che ospita la mostra Marina Abramovic. The Cleaner. Foto di Ylenia Del Giudice

Il percorso della mostra, piuttosto lungo, mi porta verso Luminosity, una re-performance (condotta come tutte le altre dai membri del Marina Abramović Institute) attuata in una stanza dove, per scelta, non sono voluta entrare. Ho iniziato a ragionare su quanto l’artista, chiunque esso sia, sia vittima e carnefice. L’artista si offre al pubblico che per lo più ignaro si limita a guardare e non vedere, sentire e non ascoltare. Offre parte di sé ad un gruppo di fruitori interessati a scattare foto per documentare la loro presenza, per dire “Ci sono stato”.

Marina Abramović è pienamente consapevole di questo? Cosa spinge un artista a proseguire, a svuotarsi così? Di cosa si nutre l’artista? Anche in questo caso il Manifesto potrebbe tornare utile. Eppure non sono soddisfatta. La mia razionalità non si è saziata a dovere.

Arrivata a quel punto, le domande sono stata costretta a rivolgerle verso di me. Mi sono dovuta fermare per sciogliere il groviglio di pensieri e risolvere quel che reputo un caos di emozioni al quale non ero certamente preparata. Perché non volevo entrare in quella stanza ed essere parte attiva, complice di una re-performance?

La risposta, suggerita da una profonda autoanalisi in loco, è stata che non volevo sentirmi complice di un reato. Non volevo in alcun modo rubare qualcosa a qualcuno senza lasciare nulla in cambio. Avrei dovuto spogliarmi e posizionarmi di fronte a un pubblico in costante cambiamento, che freme all’idea di vedere una donna nuda su un sellino, in equilibrio precario.

Nessuno mi obbligava e non era certamente stato affidato a me il compito di rimettere in scena una performance; la paura degli occhi addosso, di essere divorata dagli sguardi; la frustrazione.

Marina Abramović: condividere l’esperienza in solitudine

Un tavolo pieno di chicchi di riso e forse lenticchie, un pubblico in silenzio munito di cuffie che contava, spostava, muoveva e rigettava nel mezzo i chicchi.

Un tavolo pieno di chicchi di riso e forse lenticchie, un pubblico in silenzio munito di cuffie che contava, spostava, muoveva e rigettava nel mezzo i chicchi.

Ovviamente incapace di sopportare quel peso, ho vagato per un po’ in altre sale. Ulay e Marina hanno riempito del loro ultimo viaggio d’addio una di queste stanze. Di nuovo, ascoltavo suoni e vedevo immagini che mi riportavano a una consapevolezza che mai avrei voluto avere. Scegliere di separarsi affrontando un lungo viaggio per dirsi addio. Perfino per una persona razionale come me è un pensiero a dir poco crudele.

Me ne sono andata, sprofondando in una sala dall’aspetto zen. Un tavolo pieno di chicchi di riso e forse lenticchie, un pubblico in silenzio munito di cuffie che contava, spostava, muoveva e rigettava nel mezzo i chicchi.

Mi avvicino, leggo quelle che possono considerarsi come le regole del gioco. Eseguo tutte le indicazioni, metto le cuffie: sono totalmente isolata dai rumori esterni. L’unico che mi raggiunge è l’urlo liberatorio e ovattato di circa tre ore di Marina, qualche sala più in la. Alle mie spalle una parete di vetro.

Marina Abramović: riflessioni e conclusioni senza una fine

Marina Abramovic. The Cleaner. La mostra è a Palazzo Strozzi fino al 20 gennaio

Marina Abramovic. The Cleaner. La mostra è a Palazzo Strozzi fino al 20 gennaio

Mi metto all’opera, mi sento osservata. Artista di chicchi di riso e opera d’arte nello stesso momento. Soggetto e oggetto, passato e presente. Una sincronia a quanto pare indistruttibile. Ho concluso i miei conti razionali. Destata dal torpore nel quale ero volontariamente caduta mi sono alzata, ho scelto consapevolmente di non inserire nell’ampolla il foglio. Ho chiesto di andare via, colpevole di aver rubato qualcosa, colpevole di aver scelto l’opzione più facile per riempirmi la pancia svuotata da tutte quelle sensazioni. Come se insomma, la colpa fosse di Marina Abramović.

Non sono riuscita a giungere a nessuna conclusione, purtroppo. La mia razionalità è stata sconfitta e ora naviga in un limbo. Il saggio di Benedetto Croce, La storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte, andrebbe forse riletto.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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