Mediterranea saving humans: salvare vite umane vuol dire salvare noi stessi

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Il logo del progetto Mediterranea Saving Human

Il logo del progetto Mediterranea Saving Humans

«Ora noi sappiamo che in questi mesi in cui il governo italiano ha cantato vittoria parlando di “fine degli sbarchi”, ogni giorno sono morti e continuano a morire in mare 8 uomini e 8 donne. Questo in una situazione in cui, fino all’avvio della nostra organizzazione, non esistevano più ONG che potessero operare in mare». Queste le parole di Sandro Mezzadra, professore di filosofia politica all’Università di Bologna e membro dell’Associazione Transglobal. È lunedì 8 ottobre e mi trovo al centro sociale Làbas di Bologna per la presentazione di Mediterranea Saving Humans, un progetto tanto necessario quanto disobbediente e per questo molto coraggioso.

Le parole di Mezzadra sono molto forti ma reali: ci si riferisce senza dubbio al recente articolo comparso su Internazionale, che cita lo studio del ricercatore Matteo Villa dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI). Secondo questo report, «in termini assoluti almeno 867 migranti sono morti o risultano dispersi negli ultimi quattro mesi», il che vuol dire – se prendessimo in considerazione anche la rotta tunisina oltre a quella libica – che i morti o i dispersi in realtà sono quasi mille: all’incirca 8,1 al giorno. Questo da quando il nuovo governo e la pratica della chiusura dei porti alle navi delle ONG si sono insediati a Palazzo Chigi. «Il tasso di mortalità negli ultimi quattro mesi è stato del 6,8%, più del triplo rispetto al tasso medio registrato nel periodo 2014-2017 (2,1%)», dichiara infine lo studio del ricercatore. E questo perché, dopo vicende che hanno avuto un’esponenziale diffusione mediatica come il caso dell’Acquarius o la Diciotti, non esistono più navi di soccorso: solo il 10% dei migranti via mare riesce a raggiungere sano e salvo l’Europa, mentre il 20% muore o scompare ai nostri occhi.

Che ne è del rimanente 70%? Questa porzione è quella intercettata dalle motovedette libiche e riportata indietro, su una terraferma che si sa non essere un “porto sicuro”.

In foto, la presentazione di Mediterranea Saving Humans al centro sociale Làbas di Bologna, lunedì 8 ottobre 2018

In foto, la presentazione di Mediterranea Saving Humans al centro sociale Làbas di Bologna, lunedì 8 ottobre 2018

Questa non è una semplice opinione d’opposizione alle politiche di governo, ma un dato di fatto: basta informarsi, spendere tempo per riflettere e dialogare, cosa che su post “di pancia” come quelli di Facebook non è possibile fare. Film come Fuocoammare di Gianfranco Rosi o L’ordine delle cose di Andrea Segre delineano soltanto un quadro generale su cosa sta accadendo nel mar Mediterraneo da dieci anni a questa parte: il disastroso naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, con i suoi 368 morti, ha per primo orientato lo sguardo mediatico e pubblico verso le stragi di migranti in mare; seguono l’operazione Mare Nostrum, Frontex e, per ultimo, la recente condotta del governo italiano. Ci si ricorderà allora di come la politica del “riportarli a casa loro” sia una questione già risalente al precedente governo Gentiloni e in particolare al decreto Minniti, ancor prima del tanto criticato “salvinismo”.

«La Libia non è un porto sicuro»: è impressionante sentirlo dire dallo stesso Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, lo stesso di quel governo che con la politica del “chiudiamo i porti” ha consolidato l’affidamento dei migranti alle autorità libiche.

Chi si informa sa perché la Libia non è un porto sicuro: guerre interne, fragile unità politica, centri che più di accoglienza sono di tortura e detenzione. I superstiti possono testimoniare, ma l’indifferenza dilaga. Non basta informarsi. «I nostri occhi non volevano più vedere quest’indifferenza verso ciò che accade in mare; le nostre orecchie non volevano più sentire discorsi che incitavano all’odio, descrizioni che alimentavano la distanza tra le persone». Queste le parole di Tommaso Cingolani, dell’Associazione TPO-Làbas, lanciate dal chiostro del centro sociale Làbas, in vicolo Bolognetti 2. «In Mediterranea c’è la volontà positiva, non solo di contrasto, di battersi nella vita reale nelle contraddizioni che il Mediterraneo ci chiama a rispondere. Dobbiamo cominciare a pensare che società stiamo costruendo, senza delegarlo a qualcun altro al di fuori di noi».

Cos’è Mediterranea Saving Humans?

«Siamo appena nati: l’idea è partita due mesi e mezzo fa, ma già da cinque giorni è operativa la nostra prima missione in mare salpata da Augusta, in Sicilia», mi racconta Christopher Ceresi di Làbas dopo il dibattito generale. «Siamo, per così dire, una piattaforma. Non ci definiamo ONG perché siamo un insieme di realtà: all’interno abbiamo associazioni come l’ARCI, Ya Basta Bologna, oltre ovviamente al Làbas e al TPO; sono presenti anche singole ONG come Sea-Watch, specializzata nel supporto in mare; ci sono imprese sociali come Moltivolti di Palermo e magazine online come I Diavoli. Ora ha anche aderito Greenpeace, ma ovviamente vorremmo espanderci sempre di più. L’idea iniziale era quella di prendere in affitto una barca, scelta che si è rivelata impraticabile; così abbiamo pensato all’acquisto, che è avvenuto grazie al sostegno finanziario di alcuni parlamentari Leu (Fratoianni, Muroni, Palazzotto) e da Nichi Vendola tramite Banca Etica».

Come agisce in mare?

Poco più tardi incontro Tommaso: «In questo momento in mare ci sono quattro navi, di cui una battente bandiera italiana, che è la Mare Jonio, adibita al search and rescue; poi ci sono altre due barche in affitto, con giornalisti e attivisti a bordo, battenti bandiera spagnola, e infine l’Astral, nave della ONG Open Arms, adibita anch’essa alle operazioni di salvataggio assieme all’aereo di ricognizione Colibrì di Pilotes Volontaires. La centralità è dalla nave Jonio, ma quello che stiamo provando a trasmettere è che siamo una flotta, non una nave, una flotta che soccorre. Quella di Mediterranea Saving Humans è una missione di monitoraggio, di testimonianza e denuncia verso ciò che accade nell’indifferenza generale. E, in caso di necessità, di soccorso».

Quali sono i rischi?

In foto, una delle navi della Mediterranea Saving Humans

In foto, la nave della Mediterranea Saving Humans

«Tutto ciò che Mediterranea fa è completamente legale: rispetta e rispetterà sempre le leggi italiane, internazionali e quelle del mare: Mediterranea è un’azione di obbedienza civile», indica il sito della piattaforma. Prosegue Tommaso: «A livelli di legge rischiamo “favoreggiamento all’immigrazione clandestina”, Salvini lo ha già annunciato. Ma noi sappiamo che tutto quello che facciamo rientra nei confini della legge. Nel momento in cui vedi delle persone affogare è obbligo del Diritto internazionale marittimo soccorrerle.

«Tutte le ONG si sono fermate perché si sono trovati dei cavilli amministrativi (dato che a livello legale è difficile) per bloccare il loro operato. Sono cavilli amministrativi ma anche politici, poiché sono riusciti a svuotare il Mediterraneo; ora non c’è più nessuno: queste quattro navi sono le uniche che fanno questa cosa adesso. L’aspetto positivo è che per la prima volta, nel momento in cui si verificherà un ipotetico salvataggio, ora il migrante salirà direttamente su territorio italiano. Non sarà facile, non è facile essere qui dove il collante esterno sembra essere l’odio. Ma noi ci siamo».

Cosa significa essere umani?

Ripenso al dibattito pubblico svoltosi qualche minuto prima: è questa la domanda principale, sollevata da Sandro Mezzadra. «Ci troviamo di fronte alla criminalizzazione delle organizzazioni non governative, che sono state sempre presenti e sono riconosciute legittime in tutti gli spazi di frontiera, nel Mediterraneo come nei deserti tra Messico e Stati Uniti. È in questa situazione di crisi che si riapre una domanda radicale; di fronte al massacro dell’umano che quotidianamente si produce in uno spazio come il Mar Mediterraneo, che significa umanità?

«È questa domanda radicale che noi abbiamo cercato di rilanciare attraverso un’iniziativa come l’operazione Mediterranea, un’iniziativa che contesta alla radice le affermazioni non solo di Salvini, ma anche di Di Maio, secondo cui nelle aree di frontiera devono intervenire le autorità competenti. Neanche per sogno: c’è un diritto che affermiamo nella pratica di soggetti non statali a costruire una coalizione che si fa carico di un intervento in un luogo, il mar Mediterraneo, in cui il diritto alla vita è così platealmente ignorato. Questo, il nostro, è a mio dire un intervento politicamente radicale.

«Qui subentra un’altra domanda: chi siamo noi? Siamo un soggetto collettivo da reinventare: cogliamo questa nave come un’occasione per farlo. La nostra operazione sarà davvero riuscita se, oltre a salvare vite umane, riusciremo ad aprire molti spazi in molte città, in Italia, in Europa, attorno a cui reinventare un progetto di vita che valga la pena di essere vissuta, condivisa nella sua caratteristica di apertura e costruzione, con le donne e con gli uomini che ogni giorno sfidano le politiche di controllo dei confini e attraversano il Mar Mediterraneo».


Nel momento in cui vedi delle persone affogare è obbligo del Diritto internazionale marittimo soccorrerle.


«Mi piace molto poter pensare che si cominci a parlare di “linea di non fine” piuttosto che di confine», dice al microfono Alessandro Bergonzoni, scrittore e attore teatrale che, assieme ad altri artisti come Lodovico Guenzi e Alberto Cazzola de Lo Stato Sociale, sono intervenuti all’incontro e a sostengono l’iniziativa. «Io penso che ci sia un discorso di cambiamento interiore che dobbiamo fare a partire dalle scuole, nei posti in cui c’è bisogno. Noi dobbiamo cambiare violentemente dentro per avere un’altra accettazione, per avere un altro sguardo, per sentire diversamente, per non odiare, per fare ponti. Siamo stanchi morti di veder morire».

Cosa possiamo fare?

Alberto Cazzola de Lo Stato Sociale per Mediterranea Saving Humans

In foto, Alberto Cazzola de Lo Stato Sociale per Mediterranea Saving Humans

«L’invito di questa nave è guardarla come un simbolo; un simbolo che possa trasformare la nostra insoddisfazione verso questa società. È evidente che non è più il tempo di dire quanto non ci va bene questo mondo; è il momento di dire che ora siamo disposti a cedere una parte di noi per costruire qualcosa anche per altri, che non sono solo i migranti ma siamo noi stessi: Mediterranea salva noi stessi. È il momento di prendere parte a qualcosa di più grande di noi; questo lo si fa con donazioni pubbliche, così come nella quotidianità delle nostre relazioni. È il momento che ciascuno si assuma la responsabilità storica di diventare parte attiva della storia», onclude Tommaso di fronte alle centinaia di persone raccolte nel chiostro di Làbas.

Dunque, cosa possiamo fare? Il sito del progetto, dove si possono trovare tutte le informazioni su Mediterranea, sui suoi obiettivi, sulla situazione migratoria e dove sarà anche attiva una web radio, è mediterranearescue.org. Da qui si può inoltre donare, così come tramite la campagna di crowdfunding supportata da Banca Etica: i soldi raccolti sono poco più di 90mila euro, mentre l’obbiettivo per finanziare le missioni future è di 700mila euro.

Oltre a donare, c’è bisogno proprio di promuovere: non è eccessivamente enfatico sostenere che lo si sente nell’aria, siamo stufi. Stufi di una certa logica di controllo, di fanatismo nazionale, di narrazione d’odio e razzismo che permea tutto ciò in cui siamo immersi, a partire dai discorsi quotidiani e non solo per finire ai nostri rappresentanti politici.

Negli occhi e nelle parole di tutti all’assemblea di Làbas, così come nelle conversazioni con gli amici o tra studenti, ho davvero percepito che c’è un’insoddisfazione costruttiva che unisce teste, collettivi e persone diverse accomunate dalla volontà di cambiare qualcosa. Perché se, come si è ripetuto spesso durante l’incontro, “Mediterranea è qui per salvare vite umane, ma anche noi stessi”, questo è perché ci ricorda cosa vuol dire essere umani, cosa significa essere consapevoli della società che vogliamo costruire assieme. Mediterranea può essere un mezzo per coordinare la nostra idea di umanità: non sprechiamo questa occasione. Riprendendo le ultime parole dell’intervento di Tommaso: «l’invito finale è una grande navigazione per tutti e tutte».

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Ariele Di Mario

Ariele Di Mario

Nato nel lontano 1996 vicino Roma, emigrato in Umbria, ora è a Bologna per studiare Lettere Moderne. Nei vagheggiamenti di un lavoro sogna di fare qualcosa legato alle sue due maggiori passioni, la musica e la scrittura. Fosse per lui spenderebbe soldi unicamente per libri e concerti. Crede fermamente che ogni persona abbia una storia di vita da raccontare.

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