Raccontare la crisi migranti attraverso la fotografia

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In foto, il fotografo Muhammed Muheisen

In foto, il fotografo Muhammed Muheisen

Diciamocelo chiaramente: il clima sociale e politico degli ultimi anni è stato un inferno per chiunque sia dotato di un minimo di empatia e raziocinio. Mi sono accorta della vastità della sofferenza che ci circonda ma anche – e forse soprattutto – di quella che ci è lontana. Ogni giorno penso alla situazione dei migranti che sbarcano nel mio paese denutriti, spaventati e già condannati dall’opinione pubblica ancora prima di raggiungere le nostre coste. Penso invece molto meno spesso alla situazione di chi abbandona un paese come la Siria per ritrovarsi magari in Pakistan o in Afghanistan, spaventato e devastato allo stesso identico modo.

Muhammed Muheisen è un fotoreporter giordano vincitore di ben due premi Pulitzer, lavora con il National Geographic ed è il capo fotografo dell’Associated Press in Pakistan, Afghanistan e Medio Oriente. È anche il fondatore della Everyday Refugees Foundation, nonché un ambassador di Canon Europe, un programma basato sulla collaborazione con alcuni dei migliori fotografi al mondo.

Dal 2001, Muhammed si occupa di documentare i principali eventi che hanno avuto luogo nel mondo e in particolar modo in Asia, nel Medio Oriente, in Europa, in Africa e negli Stati Uniti. Attualmente, sta testimoniando la sempre più seria crisi migranti attraverso scatti di vita quotidiana in diversi campi profughi. Gli ho chiesto di parlarmi del suo lavoro e delle persone che ha incontrato nel corso del suo progetto.

Rifugiato afghano a Islamabad, Pakistan © Muhammed Muheisen

Rifugiato afghano a Islamabad, Pakistan © Muhammed Muheisen

Signor Muheisen, lei è un fotoreporter di fama internazionale. Ha sempre saputo di voler fare questo lavoro o si è trattato semplicemente di combinare la sua passione per la fotografia con una formazione professionale da giornalista?

«Mi sono innamorato della fotografia da molto giovane. Il potere di documentare un momento e poterlo conservare per il resto della vita mi ha fatto realizzare l’importanza della fotografia. Mi sono laureato in Giornalismo e Scienze Politiche, quindi ho unito la mia passione per la fotografia alla mia formazione accademica, puntando a diventare un miglior narratore e a documentare quello che sta accadendo nel mondo, per diffondere una consapevolezza che possa portare a cambiamenti concreti».

Esiste un qualche criterio utilizzato nella scelta dei soggetti che ritrae? In che modo riesce a stabilire una connessione con loro?

«Cerco sempre storie non raccontate da diffondere e ambienti dimenticati in cui trascorrere il tempo. Trascorrendo abbastanza tempo in un determinato ambiente punto a diventarne parte attraverso l’essere sensibile e rispettoso della cultura e delle tradizioni di altre persone. In questo modo riesco a ottenere la loro fiducia e il loro rispetto, così posso rappresentarli con giustizia e orgoglio. Mi concentro principalmente sui bambini perché personalmente credo che siano loro le vere vittime di qualsiasi conflitto. I bambini non possono scegliere dove o le circostanze in cui nascere. I bambini di tutto il mondo hanno le stesse cose in comune: cercano divertimento, gioia e felicità, non importa da dove provengano. Ecco perché le loro immagini diventano la loro voce per il mondo esterno».

Ritratto di Zahra Mahmoud, rifugiata siriana, 4 anni. Dettaglio © Muhammed Muheisen

Ritratto di Zahra Mahmoud, rifugiata siriana, 4 anni. Dettaglio © Muhammed Muheisen

C’è un’esperienza, una storia o una fotografia che ricorderà sempre in modo significativo?

«Noi siamo abituati a utilizzare spesso la parola “rifugiato”, ma dietro questa parola ci sono persone con sogni, storie, un passato. Ad esempio Zahra Mahmoud, che adesso ha 7 anni, una rifugiata siriana di Deirez-Zor che ho conosciuto quando aveva 4 anni in un insediamento in Giordania, dove lei e i suoi genitori avevano trovato rifugio. Da allora, ho fatto visita a lei e alla sua famiglia per documentare la loro vita quotidiana e le sfide che sono costretti ad affrontare dopo essere scappati dalla guerra nel loro paese d’origine. Zahra non è mai andata a scuola. Una volta ricordo di averle chiesto cosa avrebbe voluto che le portassi da Amsterdam la prossima volta che le avrei fatto visita, lei mi rispose semplicemente: “Voglio degli elastici con sopra delle immagini di Topolino”. Semplice e innocente, come lei e tutte le persone che fotografo».

Lei è molto più di un fotografo: nel corso degli anni ha documentato le difficili situazioni politiche a seguito del conflitto tra Israele e Palestina, la guerra in Iraq, in Afghanistan, in Siria. Qual è la parte più difficile dell’essere un testimone indiretto di eventi storici?

«La parte più difficile è quando devi dire addio alle persone con cui hai passato del tempo, specialmente quando ti chiedono: “Ci dimenticherai?”. La mia risposta è sempre: “Non vi dimenticherò mai. Le nostre vite ci porteranno in direzioni diverse, ma farò sempre del mio meglio per sollevare la vostra voce attraverso la mia fotografia e sperare che questo porti a un cambiamento reale”. Credo nel potere della fotografia: se qualcosa accade e non viene documentato, è come se non fosse mai accaduto. Siamo abbastanza fortunati da avere una casa con un letto e un tetto in cui tornare a fine giornata, la maggior parte delle persone che fotografo non ha niente di simile ed esserne consapevole è sicuramente un altro aspetto difficile per me».

Un minore non accompagnato proveniente dall'Afghanistan si fa la doccia accanto ai resti del vagone di un treno a Belgrado, Serbia © Muhammed Muheisen

Un minore non accompagnato proveniente dall’Afghanistan si fa la doccia accanto ai resti del vagone di un treno a Belgrado, Serbia © Muhammed Muheisen

Attualmente lei sta facendo un lavoro straordinario nel documentare la crisi migranti attraverso le fotografie di diversi campi profughi. Come si svolge la vita quotidiana in questi ambienti e quali sono le principali conseguenze, le difficoltà che queste persone devono affronare?

«Ho trascorso oltre un decennio in questi luoghi e, secondo le mie esperienze, non importa dove si trovano o da dove provengono, le persone riescono sempre a trovare modi per adattarsi e sopravvivere. La priorità di un padre è di mantenere la sua famiglia al sicuro; la priorità di una madre è di mantenere la sua famiglia al sicuro, ben nutrita, ben vestita e istruita. La priorità di un bambino è di avere una vita piena di gioia e felicità. La vita continua, ma le sfide quotidiane continuano a crescere e in molti casi i sogni di queste persone iniziano a svanire. Nessuno abbandona mai casa sua se non è costretto a farlo».

In che modo le realtà di perfetti sconosciuti influenzano la sua vita e come hanno cambiato il suo modo di guardare al mondo?

«Mi sento un uomo molto fortunato perché sono solo lo sconosciuto a cui è concesso di documentare il momento, non colui che lo sta vivendo. Questo mi ha fatto diventare un essere umano migliore, uno che è ben consapevole di ciò che sta accadendo intorno a noi e che non dà più nulla per scontato. Tutto quello che posso sperare e mirare a ottenere è di trasportare le voci delle persone che fotografo attraverso le mie immagini e consegnarle al mondo. Sono molto orgoglioso del fatto che attraverso la Everyday Refugees Foundation, che ho fondato insieme a Rosanna Wijngaards, puntiamo a documentare, aiutare, educare e dare forza a coloro che sono rifugiati o sfollati a causa di guerre, disastri naturali, discriminazione e povertà. La fondazione è riuscita a dare un aiuto concreto e ha dato forza a un gran numero di persone in diverse parti del mondo. Credo davvero che, attraverso la fotografia, possiamo concretamente fare la differenza».

About author

Melissa Vitiello

Melissa Vitiello

22 anni, tra Napoli e Istanbul. "Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita", diceva Sylvia Plath.

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