Niccolò Agliardi: «Oggi che sono un uomo felice»

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Il cantautore Niccolò Agliardi in una foto di Francesca Marino

Il cantautore Niccolò Agliardi in una foto di Francesca Marino

Niccolò Agliardi ha pubblicato un’antologia, Resto, suddivisa in due album, Ora e Ancora: oltre vent’anni di canzoni raccolte in un disco che «non è un bilancio, non era mia intenzione tirare le somme», ma il documento d’identità di un cantautore che ha imparato che «il dolore la smette quando smetti di amarlo, quando non gli fai eco e impari come chiamarlo».

Anticipato dal brano Johnny, Resto è un disco che raccoglie una vita intera, con i suoi dolori, la malinconia che resta e qualche faticosa e necessaria consapevolezza. Di questo abbiamo parlato, io e Niccolò, affacciati su una terrazza al centro di Roma. E di quanto tempo serva per comprendere che «ognuno sta dove voleva essere», anche senza saperlo.

Partiamo dal titolo che hai scelto di dare a questa antologia, Resto. Cosa significa oggi per te restare?

Non scappare, non cambiare pagina, non mollare la presa, non voltare le spalle a una scelta fatta in precedenza. Rinunciare, spesso, è più facile, qualche volta ti salva persino la vita. Con gli anni, però, ho capito che anche restare può salvarti. È un esercizio faticoso, serve tempo per imparare a non cedere alle lusinghe della fuga, ma oggi resto e lo faccio consapevolmente.

Resto contiene tre brani inediti, due cover e venti pezzi che hai recuperato dal tuo passato. Cosa ti ha spinto a lasciare fuori le canzoni che non sono presenti in questo disco?

È stato tutto casuale, io e i miei amati musicisti abbiamo fatto il gioco della verità: una sera, intorno a un tavolo, ognuno di noi ha detto che cosa voleva e cosa non voleva ci fosse. Abbiamo parlato di canzoni, di quelle che ci piacciono di più, di quelle che amiamo suonare quando andiamo in giro a fare musica. È nato tutto così, senza stare a pensare a cosa togliere, bensì a cosa tenere. Non c’è una particolare antipatia verso alcun brano.

Quindi non c’è un pezzo, tra quelli che hai scritto, che oggi non riesci a cantare perché non ti appartiene più?

Posso dirti che non riscriverei almeno una decina, se non una ventina, di canzoni che ho composto in tutti questi anni. Semplicemente sono brani che mi emozionano meno di altri.

Tiriamo una linea, come quando si fa un’addizione. L’esito lo conosciamo già, è questo disco. Quello che ti chiedo è di raccontarmi cosa hai dovuto sommare per arrivare a questo risultato.

Il tempo, che è un elemento fondamentale, la condivisione, che si è rivelata necessaria. Poi un po’ di dolore, un po’ d’allegria e una buona dose di nuove consapevolezze. Il rispetto verso me stesso, verso i miei amici musicisti, che hanno lavorato al mio fianco, e verso chi questo lavoro lo fa da prima di me. E poi l’esperienza, che è la somma di quello che sono oggi.

Prima accennavi al dolore. Come lo utilizzi oggi per la scrittura dei tuoi brani?

Sai cos’ho scoperto, superati i quaranta? Che si può essere interessanti anche senza dolore. Pensavo fosse necessario, oggi so che si può guardare anche in un’altra direzione.

La cover di Resto, antologia di brani scritti da Niccolò Agliardi

La cover di Resto, antologia di brani scritti da Niccolò Agliardi

Facciamo un passo indietro. C’è qualcosa che non è andato come avresti voluto in questi vent’anni di canzoni?

La mia carriera da musicista, ad esempio. Ognuno di noi, quando comincia a fare musica, si aspetta di riempire gli stadi. Ripenso spesso alle parole di una mia professoressa, lei diceva: «Ognuno sta dove voleva essere». Le scelte che facciamo ci portano esattamente nel punto in cui ci troviamo. Ora so bene che i miei tanti “no” o alcuni miei “sì”, le mie reticenze, pigrizie e intemperanze hanno fatto in modo che oggi sia esattamente dove avrei voluto essere. Quindi non è vero che volevo riempire gli stadi, sognavo quello che andava sognato, ma adesso so che non era il mio obiettivo, semplicemente perché ho fatto delle scelte che mi hanno spinto in direzione opposta a quell’obiettivo. Quindi, prima ancora di esserne cosciente, ho preso delle decisioni che mi hanno portato dove sono ora. Alla luce di tutto questo, se mi chiedi se qualcosa è andato storto, ti rispondo che la mia vita è bellissima. Non mi importa di riempire gli stadi, non mi è mai importato, lì ci vado a vedere i miei colleghi e sto bene.

Mi pare di capire che il risultato dell’addizione di cui parlavamo prima ti piaccia molto.

Sì, proprio così. Oggi sono un uomo felice, appagato.


Sai cos’ho scoperto, superati i quaranta? Che si può essere interessanti anche senza dolore. Pensavo fosse necessario, oggi so che si può guardare anche in un’altra direzione.


In foto, Niccolò Agliardi. Il cantautore è ora alla conduzione di Dimmi di te, su Rai 1

In foto, Niccolò Agliardi. Il cantautore è ora alla conduzione di Dimmi di te, su Rai 1

In Fratello pop, primo brano estratto dal tuo disco d’esordio, 1009 giorni, hai aggiunto un verso: prima parlavi dei venti e dei trent’anni, oggi racconti i quaranta.

Le canzoni, come dice De Gregori, non sono opere statiche, si possono prendere un po’ in giro. E possono concedersi il lusso di cambiare. Fratello pop l’ho scritta che ero un ragazzo, mi ero appena laureato in Lettere e avevo stretto un’amicizia fraterna con una persona che non mi somigliava affatto: io riflessivo e malinconico, lui leggero, intraprendente e profondamente pop. Oggi ci vogliamo ancora un gran bene, siamo due uomini appagati, non rincorro più la volontà di somigliarci a tutti i costi. Quindi a Fratello pop ho aggiunto il presente. Perché vent’anni li balli, li bruci, li suoni, a trenta comincia a pensare al domani, ma poi arrivano i “venti più venti”, con i figli, i ricordi e qualche promessa da saper mantenere.

Tra tutti i brani scritti da te ma interpretati da altri artisti, hai scelto di cantare Simili. Da cosa deriva questa decisione?

Simili è una canzone che amo. L’ho scritta per Laura (Pausini, ndr), ma consapevole che un giorno me ne sarei impossessato. In Resto, si può ascoltare Simili nella sua versione originale, così com’è nata. Laura ne ha fatto un’altra cosa e ne sono felice, il pubblico l’ha amata e oggi è un pezzo di tutti.

Il modo di approcciarti alla scrittura è diverso nel momento in cui si tratta di una canzone che canterà un altro artista?

No, avviene tutto allo stesso modo. Quantomeno la prima e l’ultima fase restano le stesse: la partenza è possibile solo se c’è l’esigenza di scrivere quel brano. E la conclusione è una revisione attenta, la stessa che faccio per i pezzi destinati a me. Nel mezzo, però, c’è lo sguardo che si apre all’interprete che canterà la canzone, quindi la percezione del tema muta in base all’artista a cui è destinata. Ma cambia ben poco: se da qualche parte c’è la necessità di scrivere un brano, non importa a chi apparterrà.

Nel tuo curriculum c’è di tutto: non solo musica, ma anche radio, televisione, teatro, colonne sonore per la fiction e per il cinema e due romanzi. Però un tassello vuoto c’è: Sanremo. Non hai mai partecipato al Festival né in prima persona né in veste di autore.

Mi piacerebbe andarci. Tante volte avrei voluto, ma non avevo una canzone che mi convincesse appieno. Qualche volta è capitato che avessi il brano, ma non un progetto vero e proprio a sostenerlo. Per me, non si va al Festival per collezionare applausi o consensi, è una cartuccia che non va bruciata. Un paio di volte ci ho provato, mi sono candidato, ma non sono stato scelto. Nel 2009 ho proposto Perfetti, un brano d’amore, che racconta la storia di due uomini. In quel caso, però, hanno preferito il pezzo di un mio esimio collega, che raccontava la vicenda di un uomo che guariva dall’omosessualità. I protagonisti del mio pezzo non guarivano invece! (sorride, ndr)

Cosa diresti oggi al Niccolò di vent’anni fa?

“Preparati, perché è durissima”, questo gli direi. Ma adesso posso aggiungere che ne vale la pena.

A questo punto, prima di lasciarci, dovrei chiederti la parola più importante della tua vita. Siccome non è la prima volta che scambiamo quattro chiacchiere e conosco già la risposta, oggi ti chiedo quella che ti appartiene meno.

C’è un termine che non mi rappresenta affatto: straniero. Mette dei limiti, pone delle distanze, non mi piace.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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