Paola Iezzi: «Il dolore che mi ha insegnato a rinascere»

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Paola Iezzi in una foto di Paolo Santambrogio

Paola Iezzi in una foto di Paolo Santambrogio

Paola Iezzi, l’ex metà mora del duo Paola & Chiara, è tornata. Da sola e tutta intera, con una canzone che racconta il giorno dopo la fine. E poi tutti quelli a venire. Ridi, così si intitola il brano, è un pezzo che si posa leggero ma lascia l’impronta, perché è fatto di malinconia e coraggio. Quello di lasciarsi consumare dal dolore fino a rinascere. “Vivi, piangi, consumati di lacrime, ridi e poi rinasci, è tempo”, così canta Paola sul finale del pezzo e, in quel preciso istante, inizia il futuro.

Ridi, scritta da Paola Iezzi, è prodotta da Cat Paradox. Il videoclip, girato a Los Angeles, è diretto dal regista e fotografo di moda Paolo Santambrogio.

Paola, da pochi giorni sei tornata con un brano che segna una ripartenza. E voglio iniziare da un termine a te molto caro: rinascita. Attraverso quali consapevolezze sei dovuta passare per rinascere?

«Ho capito che non c’è alcun modo per arrivare preparati al dolore. Quando arriva, puoi solo farti attraversare, lasciare che passi del tempo e nel frattempo utilizzarlo a tuo vantaggio. Se sei resiliente, il dolore può essere la tua salvezza, il tuo più grande maestro, perché ti dà la possibilità di forgiarti e di rinascere in una persona più forte e consapevole. Ma occorre far attenzione, perché può persino spezzarti o raggelarti. I rischi che si corrono in questa vita sono parecchi, ma se si resta connessi a se stessi e all’amore, allora si ha la possibilità di salvarsi e tornare più forti di prima. Questo è ciò che ho imparato».

Vorrei che il concetto di cambiamento fosse il leit motiv di questa nostra chiacchierata, perché tu ne hai fatto un mantra in questi venti e più anni di carriera. Perciò ti chiedo se sia più faticoso o stimolante mettersi sempre in discussione e non ripetersi mai.

«Per quanto mi riguarda, è una condicio sine qua non. Sì, è faticoso, ma è anche stimolante. Tuttavia è un’attitudine della quale non posso fare a meno. Mi sentirei morta dentro, se non mi mettessi in discussione ogni volta, se non seguissi un istinto primario, nel fare il mio lavoro. Mi è necessario, altrimenti farei altro nella vita».

In vent’anni di carriera, non sei mai stata uguale a te stessa. Non hai mai temuto di disorientare il pubblico?

«Io penso che, se un artista teme troppo il pubblico e il suo giudizio, non è realmente un artista. Un artista ha il dovere di rispettare il proprio pubblico perché da esso riceve sostentamento energetico ed economico, quindi per continuare a dedicarsi alla propria attività. Ma non può mai esserne schiavo, men che meno schiavo del personaggio che gli viene cucito addosso. Questo non significa disorientare sadicamente e di proposito l’audience, senza un’intenzione precisa. Se un artista fa sempre la stessa cosa, durante tutto il proprio percorso artistico, e ne è convinto, va benissimo così. Ci sono artisti che nella vita hanno riproposto sempre lo stesso pattern, perché forse non hanno mai risolto il conflitto celato dietro ad esso. Quindi va bene, anzi benissimo.

«Fare arte è come andare in terapia. E puoi occuparti dello stesso conflitto per tutta la vita, se non lo hai risolto o se ti piace in qualche modo stare rannicchiato lì e crogiolarti. Ma se un artista sente di risolvere il “rebus” ogni volta e vuole evolversi per passare allo step successivo, allora lo deve fare. Rompendo la “farsa” con il proprio pubblico. È chiaro che perderà dei seguaci, ma perlomeno non resterà ingabbiato in un diabolico loop narcisistico, che equivarrebbe alla sua morte artistica e personale. E via via se ne andrebbe anche il successo.

«Se sei quel tipo di artista, quello che vuole imparare, evolversi e crescere, non hai altra scelta che cambiare. Il pubblico sarà meno ampio ma diverso ogni volta. E una parte di esso invece potrà crescere con te, se condividerà gli stessi tuoi passi. Non si fa questo mestiere per avere successo e stuoli di persone che ti osannano. È il contrario. Il successo di pubblico è un “effetto collaterale”, qualcosa che avviene perché qualcuno si riconosce nella tua visione. Quindi non va inseguito, o si perde il senso stesso di essere un artista».

La copertina di Ridi, ultimo singolo di Paola Iezzi. Foto di Paolo Santambrogio

La copertina di Ridi, ultimo singolo di Paola Iezzi. Foto di Paolo Santambrogio

Sei in costante evoluzione, l’ho detto, eppure c’è qualcosa a cui sei fedele da sempre: il bello e la cura dei dettagli. Hai detto: «Amo le cose ben fatte, curate, stilose e con un’anima». Mi prendo la responsabilità di dire che in Italia si faccia ancora un po’ di fatica a proporre progetti di qualità che siano anche ben confezionati, sembra che un contenitore curato tolga valore al contenuto.

«Penso che questa forma mentis sia solo una grande scusa. La verità è che fare cose cheap, senza curarsi troppo di farle bene, sia sicuramente più conveniente per tanta gente che se ne frega di offrire un bel progetto. Nessuno vuole più investire sul bello, un po’ per soldi, ma soprattutto per incuria e trasandatezza. Oggi scarseggia la passione. Pensano solo a intascare più soldi possibile. E siccome non si guadagna più come prima, tutti tirano i remi in barca o mettono il motore al minimo.

«Inutile dire stupidaggini, è l’unica verità che si sta delineando, è palese. Più vedo gente che fa cose brutte e mal fatte, più mi viene di andare nella direzione opposta. Più vedo la sottocultura che dilaga e il livello qualitativo che si abbassa, più divento resiliente, combattiva e decisa a fare l’esatto opposto. E per darmi coraggio penso “Cazzo, ma ci sarà qualcuno che la pensa come me, no?” e per fortuna qualcuno ancora c’è.

«Per me esiste un solo modo di fare le cose: come Dio comanda. Tutti quelli che, pur potendoselo permettere, le fanno male, non hanno né la mia stima né il mio rispetto, per quel che vale, e suppongo neppure di coloro che la pensano come me. Per me esiste un livello professionale, che si deve affiancare necessariamente all’ispirazione artistica ed è una capacità realizzativa. Se questo livello non c’è, non suscita in me alcun tipo di interesse.

«Non importa quanto venda o quanto successo di pubblico abbia. E non mi va più di dire che mi va bene, non mi va bene per niente. Se una cosa fa schifo, fa schifo. Punto. Perché continuando a dire che va tutto bene, contribuiamo anche noi a far abbassare sempre più il livello culturale, che è già in caduta libera. Poi non ci dobbiamo lamentare quando vediamo i risultati disastrosi proiettati sul nostro futuro e le sue generazioni. L’arte è anche cura ed educazione al “bello” e “buono”, lo dicevano i greci un sacco di anni fa e per me quel concetto vale ancora. E non penso di essere da sola a pensarla cosi. Penso che molte persone si siano stancate di veder continuamente salire alla ribalta gente che non propone contenuti o propone continuamente cose orribili. È deprimente».


Dicono tutti che l’indie sia diventato il nuovo pop, ma è una cazzata, perché quello è pop, ma con una maschera di finto alternativo. Per quel che penso, invece, il pop è vivo e vegeto, ha solo cambiato aspetto, ma la sostanza no.


Ho come l’impressione che una artista pop, di bell’aspetto e attenta a proporre un progetto curato in ogni sua parte, difficilmente venga presa sul serio.

«Io vedo un sacco di artisti fare cose brutte solo perché pensano così di piacere di più al pubblico. Perché, almeno così dicono, la gente si identifica di più. E questi cosiddetti artisti li vedo sparsi tra file di uomini e donne indistintamente. Qui non è una lotta di sesso, è proprio un problema grave di abbassamento della qualità. Stanno contribuendo donne e uomini in uguale misura. Sul fatto che una donna carina o una bella donna sia considerata ancora adesso non intelligente o non all’altezza, io penso sinceramente si sia fatto un passo in avanti. O almeno lo spero, sarebbe deprimente il contrario».

Nonostante sembra ci sia una vera e propria fuga dal pop, tu ne sei una sostenitrice orgogliosa. Mi daresti una tua definizione di pop?

«Tutto ciò che si sente tanto in radio adesso è pop. Si tratta semplicemente di pop travestito da altro, ma sempre di pop si tratta. Solo che ha cambiato aspetto, faccia, maschera. La cartina al tornasole è che la gente lo compra, lo acquista e lo canta. Se milioni di persone hanno comprato e cantato Despacito, vuol dire che Despacito è pop. Ora, per esempio, dicono tutti che l’indie sia diventato il nuovo pop, ma è una cazzata, perché quello non è indie, ma pop con una maschera da indie, un finto alternativo. Per quel che penso, invece, il pop è vivo e vegeto, ha solo cambiato aspetto, ma la sostanza no.

«Il pop per me è tutto ciò che fa cantare, ballare e divertire un grande numero di persone. Poi esiste un modo di farlo più sofisticato e meno sofisticato. Ecco, io sono sempre per fare pop con stile, questo sì. Ma il pop è pop ed esisterà sempre perché è un’attitudine, non un genere musicale preciso, è il risultato di un prodotto musicale commisurato al suo successo di pubblico. Il pop, senza consenso di pubblico, non si può più considerare tale. Anche i Depeche Mode o gli U2 sono pop, ma realizzano il pop in modo diverso da Alvaro Soler o da Beyoncé».


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Torniamo alla tua musica. Ridi è il tuo terzo brano in italiano da solista dopo Io mi perdono (versione italiana di Alone) e Lovenight. Tutti e tre i pezzi, seppur in modo diverso, hanno un fil rouge: la malinconia che diventa speranza. Sono tre canzoni a lieto fine, le definirei così.

«E io sono d’accordo con te. Non posso farci niente, amo il lieto fine perché, in fondo, nonostante la grande malinconia che sempre mi pervade, sono una positiva e amo l’evoluzione. Amo la contemporaneità e il presente. E non mi piacciono gli scenari catastrofici e gli inni al dolore e alla sofferenza fine a se stessi. Come ho detto all’inizio dell’intervista, il dolore deve sempre essere un mezzo per rinascere più forti, in una persona migliore. Sono consapevole che non tutte le storie vadano a finire bene, ma credo che sia necessario provarci sempre, finché abbiamo un alito di vita nel corpo. Possono abbatterci, metterci sotto, umiliarci, provare a fermarci, ma se siamo resilienti e intelligenti abbastanza e ci mettiamo cuore e testa, non ci spezzeranno. Oggi penso sia questo il senso della vita, una sfida con se stessi a restare in piedi, nonostante le botte che si prendono. Ci vogliono cervello, passione e tanto amore».

Quasi ventidue anni fa Amici come prima, oggi Ridi, nel mezzo tanti successi, qualche sconfitta e un imponente e importante passato vissuto come metà di un duo. Adesso sei da sola e tutta intera. Oggi ti fa paura affrontare la musica?

«No, ora per niente, però non è sempre stato così. E ad un certo punto devo avere anche pensato che non ce l’avrei fatta. Ma poi è successo qualcosa che non saprei spiegare bene, una sorta di illuminazione. Dopo aver permesso al dolore di entrare dentro di me e attraversarmi come una pesante e soffocante coltre fumosa, ho ricominciato a percepire me stessa. Pian piano la coltre si è diradata e io ho ricominciato a vedere i contorni di me stessa. Ero sempre io, ma diversa. Più forte. Sai cosa mi ha aiutato tanto? L’accettazione. Nel momento in cui tu accetti delle cose, la tua testa fa una specie di switch. Ma è una cosa che non si può spiegare. Sono certa che molte persone abbiano vissuto questo processo e lo capiscano perfettamente. Credo che lo si possa capire solo dopo averlo vissuto».

Paola Iezzi in una foto di Paolo Santambrogio

Paola Iezzi in una foto di Paolo Santambrogio

Ridi inizia così: “Non è che un sogno dentro un sogno può svanire se fai finta che non ci hai mai pensato”. Come sogna oggi Paola Iezzi?

«Io non sogno tantissimo. Osservo la realtà e immagino, mi dipingo scenari diversi. Osservo le persone e immagino cose. Mi faccio dei film su di loro. Questo è il mio modo di sognare, l’unico che mi permette di scrivere e creare cose nuove, che mi piace portare alla luce e realizzare trasformandole in qualcosa di concreto, come una canzone, una foto, un video».

Nonostante i tanti successi collezionati in questi anni, un brano che caratterizza fortemente la tua storia con Chiara è certamente Vamos a bailar. Ma se potessi decidere tu il pezzo più famoso della tua carriera, quale sceglieresti?

«Mi va benissimo Vamos a bailar! È un grande pezzo. Ho amato tanto anche Festival. In realtà amo tutte le nostre canzoni. E mi piacerebbe che la gente, magari le generazioni più giovani, pian piano se le andassero a riscoprire tutte. Abbiamo scritto cose belle e sincere, a mio avviso, sempre».

Se fossi uno stato d’animo, quale saresti?

«Malinconia e grinta insieme».

Per salutarci, ti faccio la mia domanda di rito: qual è la parola più importante della tua vita?

«Te ne dico tre: amore, accettazione, perdono, perché sono in assoluto la chiave di tutto. Solo da lì si può ricominciare. Sono le basi per costruire grandi cose».

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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