Thegiornalisti, elogio alla mediocrità

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In foto, la band romana Thegiornalisti. Il 21 settembre hanno rilasciato il loro ultimo album, Love

In foto, la band romana Thegiornalisti. Il 21 settembre hanno rilasciato il loro ultimo album, Love

Quanti danni fanno le etichette? Tanti. Un’etichetta, per sua natura, rappresenta sempre un limite. Tuttavia, quando si qualifica qualcosa in modo sbagliato, si finisce per fare un danno ben più rilevante. Perché catalogare un artista significa limitarlo a una definizione. Intrappolarlo in una definizione che non gli appartiene, però, vuol dire anche e soprattutto averne una conoscenza parziale e faziosa.

Questa premessa mi serve per raccontare Love dei Thegiornalisti, perché il fulcro della questione è proprio questo: quando si parla della band romana, capitanata da Tommaso Paradiso, si fa sempre riferimento all’indie. I più, infatti, si concentrano nel dire che Love non sia un disco indie. Affermazione, questa, a mio avviso fuorviante, perché svia l’attenzione dal reale giudizio sull’album e lo riduce a un lavoro che ha delle pecche soltanto perché appartiene a una categoria piuttosto che a un’altra.

E invece non è così. I Thegiornalisti sono una realtà pop. E, vi dirò di più, hanno le tutte le carte in regola per essere una realtà pop di qualità. Tommaso Paradiso non è solo il leader della sua band, ma rappresenta – a buon diritto – il capofila di un nuovo movimento cantautorale, che ha sdoganato un modo di scrivere inedito. Faccio riferimento a Paradiso come rappresentate di questo nuovo cantautorato non necessariamente per meriti artistici, quanto per un successo commerciale e un consenso radiofonico tali da renderlo una realtà ormai imprescindibile. Tommaso Paradiso esiste, così come esistono le nuove (si fa per dire) leve di questo cantautorato.

Premesso che l’indie non è un genere musicale, come spesso erroneamente si pensa, i Thegiornalisti si sono sempre occupati di musica pop, pur arrivando da una realtà indie: non appartengono a una major discografica, ma a un’etichetta indipendente, e hanno fatto una lunga gavetta prima di arrivare al successo. Ma, di fatto, hanno sempre prodotto dei brani con una struttura pop. Quindi, se affermiamo che sono indie in quanto supportati da una casa discografica indipendente, è indubbiamente vero. Se, invece, con il termine indie si fa riferimento a un genere musicale o a un’attitudine indipendente nei confronti della musica e della sua produzione e vendita, allora non è così. I Thegiornalisti erano pop e oggi sono anche popolari, fine della questione.


I più si concentrano nel dire che Love non sia un disco indie. Affermazione, questa, a mio avviso fuorviante, perché svia l’attenzione dal reale giudizio sull’album e lo riduce a un lavoro che ha delle pecche soltanto perché appartiene a una categoria piuttosto che a un’altra.


Love, dunque, è un album pop e mediocre. Limitare la critica al fatto che non sia un disco indie (come se, per giunta, indie fosse inevitabilmente sinonimo di qualità) fa perdere di vista il reale limite di questo album. Che non è brutto, sia chiaro, ma mediocre, come dicevo. I dieci brani (più un intro) che lo compongono testimoniano un ottimo talento nella costruzione di un prodotto che ha dimostrato, in più occasioni, di funzionare bene, ma poco altro. Love è un buon esercizio pop, ma la parte cantautorale latita. Lo sguardo dietro le canzoni si ferma alla superficie: il risultato, dunque, è un disco che galleggia, non affonda ma non va neanche al largo. Si tratta di dieci pezzi orecchiabili, ma senza spessore. Manca, in definitiva, ciò che può renderli indimenticabili.

La cover dell'album Love, dei Thegiornalisti

La cover dell’album Love, dei Thegiornalisti

Per raccontare Love, separo i suoi brani in due gruppi: da una parte le canzoni d’amore, dall’altra quelle che vale la pena approfondire. Perché i pezzi d’amore hanno un solo pregio, quello di dimostrare che Tommaso Paradiso è un valido produttore di hit romantiche. Sono brani ben costruiti, con un evidente appeal radiofonico, capaci di conquistare il facile consenso del pubblico occasionale. Su tutte, salta all’occhio la title track, Love, forse il brano meno riuscito, a livello testuale, dell’intero album (“Le tue foto mi uccidono, love / I tuoi baci guariscono, love / Love mio, dove sei non ti vedo più / Love, dove sei non nasconderti / Love mio, sto cercando su Google i nomi delle stelle”) o il nuovo singolo, New York (“E vorrei dormire ancora un po’ / Mentre volano le foglie di questo autunno / Che il vento poi le porta fino a Saturno / Dove sei tu”): l’amore, banalizzato e ridotto a un cliché, non viene indagato oltre la facciata, resta un espediente per giustificare i brani stessi.

E veniamo alla seconda categoria, dove in verità qualcosa di buono c’è. I brani che ne fanno parte sono due soltanto, Controllo e Dr. House, ma bastano a portare alla luce qualcosa d’altro, l’intenzione, non realizzata appieno, di scavare più a fondo, di mostrare un’inquietudine che viene solo accennata. È ricorrente, infatti, l’esigenza di riscoprire una leggerezza reale, diversa da quella di Felicità puttana, per intenderci, che ne è soltanto la parvenza. In Controllo, infatti, Paradiso canta “C’è un delicato equilibrio da mantenere / Vorrei stare bene / Ma quando mi diverto poi sto male” e poi ancora “E le canzoni cadono dagli occhi / Ed è tutto fuori controllo che lo controllo”. Malinconica e consapevolezza caratterizzano anche Dr. House, Paradiso canta così: “Ciao dottore, vorrei essere come te / Ma mi manca il coraggio, l’intelligenza / E la paura di aggredire e di affondare” e ancora “Forse cerco solo un padre / E l’ho trovato in te”.

C’è dell’onestà nei brani che ho citato, un malessere intimo, la voglia di ribellarsi a un nemico dichiarato, la fatica di dover ammettere di averci fatto l’abitudine. Eppure torna ricorrente l’esigenza di prenderne le distanze, di liberarsene: accade anche in Una casa al mare, che ha una veste decisamente più leggera, ma racconta la stessa necessità (“Non voglio più pensieri, neanche più pensare / Voglio solo una casa al mare / Rivedere mia madre / […] E ridere come a scuola”).


Love è un disco che galleggia, non affonda ma non va neanche al largo. Si tratta di dieci pezzi orecchiabili, ma senza spessore. Manca, in definitiva, ciò che può renderli indimenticabili.


Era questo ciò che, a mio avviso, Love avrebbe dovuto indagare. E invece si è lasciato sedurre dai consensi facili che può ottenere così com’è: godibile nei suoni (l’album è prodotto da Dario Faini), ma decisamente mediocre nei contenuti. L’amore, raccontato in maniera dozzinale e adolescenziale, ha preso il sopravvento sulla possibilità di realizzare un disco maturo, personale e coraggioso.

Il titolo dell’album, a sua volta, fa riferimento a qualcosa di universale. Ma di universale qui, a dire il vero, non c’è nulla. Un nome pretenzioso, inadatto, parziale, che rivela una buona intenzione, ma una cattiva riuscita. Un titolo sborone, che si assume l’onere di raccontare un album che non gli somiglia. E questo è, di fatto, Love: un disco modesto, ragionato, pensato per essere il degno erede di Completamente sold out, che già aveva indirizzato i Thegiornalisti verso un pubblico meno di nicchia e più ampio, dunque eterogeneo.

Love, che in verità è il quinto disco della band romana, porta con sé il peso di chi arriva per secondo: sa già cosa l’aspetta, non deve deludere le aspettative e deve rappresentare una consacrazione. E forse, mi permetto di pensarlo, Paradiso, consapevole della zona di comfort che si è conquistato, ha scelto di non rischiare.

Love è il disco meno riuscito dei Thegiornalisti, perché Completamente sold out, che ha rappresentato l’esordio della band di fronte a un pubblico mainstream, lasciava già intravedere un importante cambio di rotta verso un pop più malleabile e poco pretenzioso, ma aveva l’attenuante di essere un salto nel vuoto. Love, invece, è una scelta consapevole, un compitino ben svolto, senza andare fuori dai margini. Un disco che dice molto del pubblico che oggigiorno fruisce della musica, ma poco dei Thegiornalisti. Quindi alla prossima, che sia la volta buona.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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